Pietro Fanfani.
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IL PLUTARCO FEMMINILE.
LIBRO DI LETTURA E DI PREMIO.
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1872. Libreria di educazione e di istruzione Paolo Carrara, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
www.liberliber.it
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Indice.
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A chi legger.
Introduzione. 
1. Amalasunta Regina d'Italia. 
2. Cinzica de' Sismondi. 
3. S. Caterina da Siena. 
4. Battista Malatesta. 
5. Bona Lombarda. 
6. Violantina Genovese. 
7. Cassandra Fedele. 
8. Isabella d'Este Marchesa di Mantova. 
9. S. Caterina de' Fieschi. 
10. Donne di Messina. 
11. Madonna Cia degli Ubaldini. 
12. Veronica Gambara. 
13. Vittoria Colonna. 
14. Fulvia Pico. 
15. Irene da Spilimbergo. 
16. Caterina Cibo. 
17. Sofonisba Anguissola. 
18. Livia Tornielli Borromeo. 
19. Isabella d'Aragona. 
20. Plautilla de' Nelli. 
21. Caterina de' Medici. 
22. Olimpia Morata. 
23. Tullia d'Aragona. 
24. Isabella Andreini. 
25. Porzia Rossi. 
La ricreazione. 
Novella 1. 
Novella 2.
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PARTE SECONDA. 
1. Torquinia Molza 
2. Arcangela Paladini 
3. Marianna Mancini 
4. Beatrice Papafava 
Novella. 
5. Selvaggia Borghini 
6. Anna Maria Arduino 
7. Anna Morandi 
8. Luigia Bergalli 
9. Rosalba Carriera 
10. Rosa Govona 
11. Maria Gaetana Agnesi 
12. Diamante Faini 
13. Cammilla Fenaroli 
14. Giulia Baitelli 
15. Clarice de' Medici 
16. Maria Pellegrina Amoretti 
17. Laura Bassi 
18. Corilla Olimpica 
19. Cristna Roccati 
20. Paolna Secchi-Suardo Grismondi 
21. Elisabetta Caminer-Turra 
22. Clotilde Tambroni 
23. Teresa Fabroni-Pelli 
24. Angelica Catalani 
25. Maria Anna Carolina Granduchessa di Toscana. 
Degli Enimmi, Indovinelli, Grifi, Logogrifi, Rebus, Sciarade e degli scrittori di siffatte materie. 
Indice delle materie contenute nel volume.
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Fine Indice.
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A CHI LEGGER.
Molti libri di istituzione femminile si stampano oggi in Italia, tra' quali ce ne ha parecchi de' buoni; e cos molte raccolte di vite di donne illustri, e tra queste, parecchie delle buone, si dnno fuori alla giornata: tal che il presente mio libro potrebbe parere un di pi; e qualcuno dir per avventura che l'opera mia  un rifare il fatto. Chi per altro non voglia essere un po' maligno, e voglia guardar sottilmente la cosa per il suo verso, vedr che esso  nuovo cos per la forma come per il proposito. Scrivendo le presenti Vite io ho avuto il proposito, come tutti gli altri, di ammaestrar le fanciulle con l'esempio, e di infiammare gli animi loro a quelle virt che leggono descritte; ma sopra ci ho voluto che quelle vite mi dessero materia a ragionare delle qualit di esse virt: a trattare quistioni di istituzione femminile: a parlare di morale, di buona creanza, di educazione, dell'ufficio della donna nell'umano consorzio: a trattare argomenti di storia letteraria: a dar brevi e sicuri precetti dell'arte di scrivere, di buona composizione, di grammatica, di propriet e di eleganza. E tutto ci al modo socratico, e sotto forma di familiare conversazione, lasciato da parte il sussiego e il tono magistrale; cercando altres di rallegrar la materia con variet di argomenti, con brevi racconti, con tutto ci insomma che dilettando possa istruire, perch tengo verissimo il precetto dell'
Omne tulit punctum, qui miscuit utile dulci,
Lectorem delectando, pariterque monendo.
Sopra tutto poi mi sono ingegnato di esser chiaro e semplice nello scrivere, non abusando, io Toscano, la toscanit; ma cercando di mettere in carta quella lingua che tutta  fiorentina, ma che  pur tutta italiana, come feci nella mia novella - La Paolina - e nel romanzetto per le bambine intitolato: - Una Bambola -. Ho cercato, per raccorre il tutto in poche parole, di fare come una Polimazia, adattata alle fanciulle, dove trovino i semi di tutte quelle discipline che loro si convengono, i quali semi non potr fare che, o prima o poi, non dieno in esse buon frutto.
Al libro ho aggiunto un indice assai abbondante di tutte le materie che in esso si trattano: e come qua e l, alle giovanette che volta per volta leggono le Vite, metto lor sulle labbra dei modi e delle voci, o errate, o barbare, o improprie, per dare occasione al maestro e alla direttrice di correggerle, e proporre in lor vece le buone e proprie, cos, acciocch le fanciulle che leggeranno sieno di primo tratto avvertite dell'errore, quei modi e quelle voci le troveranno scritte in corsivo. Non ispendo pi parole intorno a questa mia opericciuola, alla quale non desidero altro guiderdone che il saperla bene accetta alle buone madri ed a' buoni istitutori; o almeno il sapere che esse ed essi valutano tanto o quanta la buona intenzione che ho avuto nel comporla.
PIETRO FANFANI.

INTRODUZIONE.
Trenta o trentacinque anni addietro era in Pistoja una scuola di signorne, che pagherebbero adesso le pi nobili citt italiane di poterne avere una simile. La direttrice, donna di specchiati costumi e di animo gentilissimo, ottima madre di famiglia, ricca di singolare dottrina ed erudizione, aveva avuta sollecita cura di scegliere maestri e maestre, che, non solamente fossero d'intera e provata costumatezza, e padroni delle discipline che dovevano insegnare, ma fossero abili parimente a saperle insegnare; perch diceva, e diceva bene: Un maestro, il quale sappia cos per appunto, ma sappia insegnar bene, vale assai pi di un altro, che sia un Salomone ed un Aristotele, e poi non sappia insegnare. Le pi nobili e pi agiate famiglie, cos di Pistoja come di altre citt, ponevano gli occhi sopra quell'istituto per mettervi a educare le proprie fanciulle; ma parecchie madri ne rimasero col desiderio, perch la Direttrice, tra di alunne esterne e di interne, non volle mai passare il numero di cinquanta. Il concetto ch'essa aveva dell'educazione femminile era questo: come la natura ha formata la donna fisicamente diversa dall'uomo, deputandola a concepire, a partorire e ad allattare, cos  naturale che il mandato o l'ufficio(1) della donna nell'umano consorzio debba esser diverso da quello dell'uomo. Questi dee provvedere, non pure al mantenimento della famiglia; ma procacciare, o con la mano o con l'ingegno, al buono stato e al decoro della patria, o colle armi in guerra, o con la penna nello studio, o con la ornata parola nelle assemblee, o esercitando arti, industrie, mestieri; quella invece dee attendere al governo della famiglia principalmente, ed alla prima educazione dei figliuoli, la quale, o volere o non volere,  quella che poi informa tutta la loro vita, ed  cagione principalissima che riescano buoni o tristi cittadini. Con tali pensieri in capo, e' ne vien da s che ella reputava, il voler ridurre le donne a far tutti gli ufficj degli uomini, esser quella medesima mostruosit che il voler ridurre gli uomini a far la calza, a stirare, a governare insomma tutte le faccende di casa: il che a poco per volta manderebbe sossopra tutto il viver civile.
S fatti pensieri per altro non erano n tanto stretti n tanto assoluti, che volesse del tutto escluder le donne da ogni esercizio e disciplina pi propria naturalmente degli uomini: anzi diceva sempre che, se una donna si sente avere ingegno fiorito, ed inclinazione a qualche cosa che possa darle e fama e gloria, dee secondare con ogni studio questo fondamento che pone in lei la natura: e lodava con accese parole quelle donne, che si resero famose o nelle lettere, o nelle arti, o nelle scienze, ed anche nelle armi e nel governo dei popoli, pigliandone spesso argomento a provare che non  vero, essere le donne formate dalla natura inette alle pi nobili discipline od arti civili; ma ricordando sempre alle sue alunne che, dove le cos fatte sono degne di somma lode, sarebbe danno gravissimo alla umana compagnia se tutte quante le donne volessero imitar quelle, perch il mondo andrebbe a poco a poco sossopra; e sempre mostrando loro con precetti ed esempj quanto sia geloso, efficace e sublime il mandato della donna, la quale, chi ben guardi, senza uscire dall'ufficio suo, ajuta e conferma in gran maniera il buono stato e la prosperit delle famiglie e delle nazioni, per via della buona educazione che d ai figliuoli ancor teneri, e per il soave dominio che ha sul cuor del marito. Affine dunque di aver materia da toccare spesso questo tasto dell'ufficio della donna senza rompere il corso ordinario della scuola, la nostra brava direttrice si pens di far fare alle sue signorne un esercizio, piacevole ed istruttivo nel tempo medesimo, in ciascuna domenica; e raccoltele, l verso la fin dell'anno, nella sua stanza disse loro:
"Mi  venuto in capo di fare insieme con voi, mie dilette fanciulle, un esercizio piacevole ed istruttivo ne' giorni di festa. Voi siete in tutte cinquanta: le venticinque maggiori di anni e di studj lavoreranno con me a tale esercizio: le altre minori saranno ascoltatrici, ed osservatrici, finch non diventeranno anch'esse operatrici, entrando via via nei luoghi che si lasciassero vuoti per avventura da qualcuna delle altre. L'esercizio sarebbe questo; sentite: Incominciando dalla maggiore, e andando gi gi, dar a studiare, a ciascuna delle prime venticinque, la vita di una donna illustre nella storia italiana, o per iscienze, o per arti, o per lettere o per altro titolo: quella ragazza a cui toccher la volta scriver per la domenica seguente, in quello stile che pi le par conveniente, un raccontino, dove si compendino i fatti principali di essa vita, ovvero la tesser sopra il fatto principalissimo quando la donna sia rimasta famosa per quello solo. Compiuto il numero di 25, si ricomincer da capo; e cos a ciascuna toccher a far dentro l'anno due racconti; perch,  vero che nell'anno ci sono 52 domeniche, ma noi dobbiamo far vacanza la domenica di Pasqua, e un'altra la lasceremo libera per fare tutte insieme una scampagnata. Quando una ha finito di leggere il suo racconto le altre tutte, grandi e piccine, potranno fare quelle osservazioni che l'animo detter loro, o muover dubbi o chiedere dichiarazioni; e ci dar materia a qualche discussione tra voi e me, e tra voi e voi, le quali serviranno a farci passare un'oretta piacevolmente, e ci daranno largo frutto d'insegnamento. Vi piace la mia proposta?(1)".
E tutte quelle ragazze con lieto volto e con atti di gioja esclamarono:
"S, s.
"O brave bambine, continu la direttrice: dunque all'opera. Ora siamo alla fin dell'anno; e cominceremo subito la prima domenica dell'anno prossimo. Le antiche Romane le lasceremo stare, ch spesso le avete sentite nominare, e parecchie di voi le conoscono: poche ne ricorderemo di quelle del medio evo, cio dei dieci secoli corsi tra il V e XV secolo; e pi via via ne cercheremo nei secoli pi vicini al nostro, nel quale troppo non ci avanzeremo, dovendo lasciarsi al tempo avvenire il giudizio e la fama delle viventi, o delle morte di fresco".
E voltasi alla maggiore di tutte, una bella giovane di 17 anni o cos:
"Animo, signora Elisna, il primo racconto tocca a lei. Ella  studiosa, ha ingegno vivissimo, e far ottimamente. Or ora venga da me, che le dar a leggere la vita di Amalasunta regina d'Italia: cerchi di scriversela bene nella mente; que' punti di essa vita che pi le feriscono la fantasa, su quelli ordisca prima, e poi tessa il suo racconto, non dimenticando mai il fine del nostro esercizio, che  quello di istruire dilettando. Io non voglio vedere il componimento prima che sia letto in presenza di tutte, per avere occasione di far la critica a ciascuno insieme con voi, correggere errori, dar precetti di ben comporre, o altra simil cosa, secondo l'occorrenza; e cos piglieremo, come dicevano i nostri antichi, due rigogoli a un fico, faremo dico il nostro esercizio, e vi ribadirete nel capo molte di quelle cose, che i maestri ed i libri vi hanno insegnate".
Qui la direttrice si tacque; e la Elisna, che aveva fatto un poco il viso rosso alle prime lodi, tutta ridente rispose che avrebbe fatto quanto poteva per contentare cos buona ed amorosa direttrice. E di fatto la prima domenica del 1840 tutte quelle ragazze erano raccolte a mezzo giorno nel luogo ordinato al loro esercizio, dove era stato pregato di venire anche il maestro di lingua e di lettere italiane; e l, dopo le solite amorevoli chiacchere, postesi tutte a sedere, e la Elisna, per comando della direttrice, sedutasi su una poltrona in capo alla stanza, con atto, voce e modi gentilissimi, incominci cos il suo ragionamento.


1. AMALASUNTA REGINA D'ITALIA.
Voi tutte, mie dilette compagne, avete spesso udito dire, come me, da' nostri bravi maestri, che quasi mille cinquecento anni addietro, vennero a distruggere l'impero romano, e contaminarono spaventosamente la pi gran parte d'Italia, varie generazioni di barbari, tra' quali gli Ostrogoti, il cui dominio cominci sul finire del quarto(1) secolo, cio l'anno 493. Il primo re di questi Ostrogoti, ed il pi grande di tutti, fu Teodorico, che la nativa barbarie temper molto governando civilmente, perch si teneva dattorno i pi grandi uomini di quel tempo. Aveva costui solo una figliuola di nome Amalasunta, bellissima e gentile del corpo ma anche pi bella e pi gentile dell'animo, essendo dal padre stata fatta ammaestrare da Boezio, da Cassiodoro, e da Simmaco, i pi celebri uomini di quel secolo, e tutti e tre grandi alla corte del Re. Arrivata ai 18 anni, la diede per moglie al pi prode de' suoi cavalieri; il quale per altro lasciolla vedova poco dopo la nascita del primo figliuolo, che si chiam Atalarico. Venuto a morte il Re, senza altri figliuoli che Amalasunta, il regno rimase a lei ed al nipotino tuttora fanciullo, per modo che l'intero peso del governo era sopra di essa; e lo port con gran senno e con gran giustizia, mostrandosi benigna verso i sudditi italiani, e severissima contro gli Ostrogoti che quelli ingiuriassero: dando insomma esempio maraviglioso di bont, di senno, e di amore a tutte le pi nobili arti di civilt. Anche al figliuolo faceva insegnare lettere, e i costumi de' Latini, per farne un re degno della nuova patria; ma que' barbari de' principali baroni, e specialmente Teodoto, cugino di Amalasunta, il quale risedeva qua in Toscana, e da lei era stato forzato a restituire molti territorj usurpati tirannicamente ai vicini, mormoravano di tanta severit, e congiurarono contro la Regina. Da principio presero pretesto dalla educazione troppo molle, dicevano essi, che dava al figliuolo, vociferando continuamente: "Che giovano a un gran re questi studj di lettere? un re non dee maneggiar libri, ma armi e cavalli". La Regina alla fine dov cedere; e quei tristi seppero tanto fare che Atalarico, non solo si corruppe tra' vizj d'ogni genere, ma prese odio contro sua madre medesima, che da tal vita voleva ritrarlo: n'ebbe per altro il gastigo che meritava, essendo morto tisico a 18 anni. Amalasunta allora, pensando che l'autorit reale, ridotta tutta in lei sola, avrebbe accresciuta l'invidia dei suoi nemici, prese per marito e per compagno nel regno Teodoto suo cugino, che forse era il pi fiero e il pi azzardoso tra cospiratori, sperando cos di spegnere il fuoco dell'ira. Povera Amalasunta! cred trovare generosit e gentilezza nel cuor di que' barbari, misurando gli altri da s: ma quanto si ingann! Andarono pochi mesi che il feroce Teodoto, ambizioso di esser signore egli solo, e per antipata anche a quella civilt che voleva propagar per l'Italia la sua sposa e regina, sotto vano pretesto la fece prendere, e condurre a forza nell'isola del lago di Bolsena, dove di l a poco lasci che fosse miseramente strangolata nel bagno dalla figliuola e dagli aderenti di que' baroni, cui ella aveva gi acerbamente punito delle lor violenze e soprusi. Questa pietosa tragedia fu nell'anno 537, cio 1303 anni sono.
Con la buona Amalasunta mor ogni speranza di civilt; ma Teodoto fu ben presto pagato degnamente della sua perfidia, dacch molti di que' barbari medesimi se ne sdegnarono, facendo tumulto; e Giustiniano imperatore di Oriente, vedendo l'occasione propizia, mosse allor quella guerra, che per opera principalmente di Belisario e di Narsete, liber l'Italia dalla gotica schiavit.
Qui la Elisna si tacque; e mentre faceva atto di alzarsi, da ogni parte della sala si battevano le mani, e si udivano i brava e i bene da tutte le bocche. Poi la direttrice, pregando la graziosa fanciulla che aspettasse un momento ad alzarsi, domand:
"C' nessuna che abbia nulla da dire?
"Io, scapp fuori una vispa fanciulletta, la pi grande delle minori, che si chiamava Egle, ed era tenuta da tutte per un sennno.
"O sentiamo! esclam la direttrice, facendo bocca da ridere.
"Mi pare che non si sia cominciato troppo bene celebrando questa Amalasunta, la quale in fin dei conti era della razza di que' barbari, che vennero a disertare l'Italia.
"Apparentemente la dice bene, riprese la direttrice; ma, se ella, e tutte le altre signorne vorranno ricordarsi a che vergognosa condizione si era ridotto l'impero romano e l'Italia; se penseranno che Amalasunta pose tutto l'ingegno e lo studio a ingentilire i barbari suoi Ostrogoti, e a ricondurre in vita la morta civilt, mi penso che tutte si troveranno d'accordo ad approvare che le nostre conversazioni abbiano avuto principio da questa buona e sventurata regina, la quale pu bene noverarsi tra coloro che diedero la vita per la civilt italiana.
Tutte le ragazze assentirono; allora la direttrice volta al maestro:
"Mi pare, disse, che lei, signor maestro, avesse fatto cenno come chi vuol dire qualche cosa; e che la vispa Eglna col sua pronto Io, le abbia levato la parola di bocca.  vero?
" vero, rispose il maestro. Volevo anch'io rallegrarmi colla signora Elisna, accertandola che anche un letterato gi fatto non si vergognerebbe di avere scritto quella vita di Amalasunta; ma volevo anche aggiungere che in essa vita mi hanno un pochino dato nel naso non tre errori, ma tre, dir cos, inesattezze, le quali non avrei voluto sentir dette da lei, che  tanto diligente e tanto studiosa della propriet.
La signora Elisna, a cui la lode non era dispiaciuta (mala cosa! siam tutti fatti ad un modo), non le dispiacque per altro nemmeno la benigna censura del maestro; anzi con volto lietissimo gli domand quali fossero i tre errori, a cui il maestro rispose.
"Ella ha detto che il dominio degli Ostrogoti cominci nel IV secolo, cio nel 493; ma questo  il V secolo, non il quarto. Senza dubbio l'ha tratta in errore quella voce quattrocento: se per altro penser che un secolo  di 100 anni; e conter gli anni ad uno ad uno, vedr che quando arriva a cento il primo secolo  gi compiuto; e quando la comincia a dire cento uno, cento due, e cos di seguito, siamo gi nel secondo secolo, bench la dica cento per prima voce: detto di uno  detto degli altri secoli. Mi ha inteso bene?
"S signore: la cosa  semplicissima, e bastava pensarci un pochino a non farsi canzonare.
"La creda che in questo cascano anche di coloro che la pretendono a maestri. Altra cosa che mi ha fatto mal suono  quell'azzardoso, detto di Teodoto. Le voci azzardare, azzardo, azzardoso, non c' dubbio che sieno state scritte da qualche valente autore; ma questo non fa che non sieno tutte francesi, e non bisognevoli alla nostra lingua, che ne ha parecchie delle buone a significare l'idea medesima: nel caso di Teodoto poteva dirsi per esempio audace, avventato, arrischiato o simili. Un'altra cosa che non mi  piaciuta  quel Teodoto che aveva antipata alla civilt: qui mi pare ch'ella abbia peccato d'impropriet: l'antipata  passione che nasce spontanea e per prima impressione, e sempre pu sostituirsi con la voce aversione scritta con una sola v, perch viene da averso verbo latino, il quale significa aver orrore o ripugnanza, come appunto fa chi ha antipata, ecc. Ma Teodoto era avverso alla civilt per suoi fini, e per animo perverso, dunque la sua era avversione, era contrariet, era odiosit, se s'ha a dir cos, e non antipata".
E dopo esser stato cheto un pochino, continu:
"La vede che queste sono macchie ben leggiere; ma ho voluto notargliele, perch si avezzi, e lei e queste signorine, a fuggire anche l'ombra dell'errore".
La Elisna ringrazi caramente il maestro della lezioncna datale; e la direttrice, fece alzare la seconda di et e a lei assegn la lezione per la seguente domenica; e poi si partirono tutte liete e festose.

2. CINZICA DE' SISMONDI.

La fanciulla a cui era stato dato a fare il secondo racconto si chiamava Giulietta: ho detto che era seconda di et, ma il divario da lei alla Elisna era di pochi mesi, e come la Elisna cos anche la Giulietta era bella e gentile, modesta ed amante dello studio; tanto che, essendole toccato a descrivere la vita di Cinzica, vaga com'era di farsi onore, non pos mai in tutta la settimana, facendo, rifacendo, correggendo qui, mutando l, n mai essendo al tutto contenta del suo lavoro: e venuta la domenica, and all'Istituto tutta peritosa, e quando fu dalla direttrice mandata a sedere sulla sua poltrona per leggere, il cuore le batteva forte forte; e tanta era la paura sua, che a stento e con voce sottilissima cominci:
La nostra buona direttrice, mie care compagne, ha voluto ch'io vi narri oggi il valoroso atto di una fanciulla pisana chiamata Cinzica, il quale appena si crederebbe, se non lo si vedesse raccontato da pi storici, e confermato da monumenti. Questa Cinzica era una nobile fanciulla appartenente alla nobilissima famiglia de' Sismondi, e viveva nel secolo XI, cio negli anni dal 1000 al 1100. Educata secondo il suo grado, era di modi soavi e gentili; ma aliena per da ogni mollezza e da tutte le sciocche vanit di molte sue pari, come sarebbe dal far tutte le mode, dallo star sempre alla toelette, e dall'esser vaga di teatri e di balli: modesta, religiosa ed amantissima della sua citt, pensava invece che anche ad una donna stessero bene quelle che si chiamano virt cittadine, e che si dovesse, quando occorresse il bisogno, dare anche la vita per la religione e per la patria. Che direte voi mie care compagne, che appunto nel suo pi bel fiore degli anni e della bellezza gli occorse di mettere ad esecuzione questi suoi generosi pensieri? Musetto re de' Mori, si era da parecchi anni reso padrone della Sardegna, e di l infestava con quei ladroni tutto il mare circonvicino. Saputo una volta che i Pisani, allora potentissimi sul mare, erano partiti con la loro flotta per combattere i Saracini in Calabria, colto il destro, and con le sue navi alla foce dell'Arno, e risalito il fiume, arriv proprio sino ai borghi della citt, dove sceso co' suoi feroci seguaci, mise fuoco alle case, mandando tutti insieme orribili grida di esterminio e di morte. I cittadini, destatisi a tanto infernale fracasso, spaventati fuggivano senza saper dove, e tutti erano presi da' Mori. Ma la bella Cinzica, anzich smarrirsi e lasciarsi vincere dal terrore, gli si destarono in cuore pi vive le sue virt, e tutta infiammata dall'amore di religione e di patria, corse al palazzo del pubblico, e mostrata ai consoli con ardenti parole la certa rovina di tutta la citt, se i Pisani non ripigliasser coraggio, fece sonare a stormo la campana maggiore, alla quale risposero le altre. Allora, levatasi in arme tutta Pisa, e Cinzica postasi a capo dei suoi concittadini, corsero l dove il pericolo era maggiore; e que' barbari, sopraffatti da tanto impeto non aspettato, furono colti da spavento, e fuggirono precipitosamente, lasciando non solo libera Pisa, ma anche molti de' loro, morti e prigionieri. Cos la citt fu salva per il mirabile coraggio di questa valente fanciulla; alla quale i Pisani per atto di riconoscenza posero una statua, e chiamarono del suo nome quella parte di citt che riedificarono sulle rovine lasciate dai Mori. Il nome di Cinzica  tuttora popolare a Pisa.
Il discorso della Giulietta fu applaudito, come fu la domenica passata quel della Elisna; ed anche qui volle mettere il becco in molle prima di tutte la vispa Egle, trovando da ridire sulla troppa audacia di Cinzica, disdicevole, secondo lei, a una giovane nobile e gentile; ma e la direttrice, e il maestro le turarono presto la bocca, ricordandole altri esempi simili di storie antiche e recenti, ed assicurandola che, se non ist bene cos in generale alle donne, il buttarsi l all'impazzata tra' pubblici tumulti, questo non vuol dire che non sieno da reputarsi vere erone quelle donne, le quali con atti di vera prodezza onorarono il proprio paese, o lo salvarono da estremo pericolo. - Piuttosto, continu il maestro, poteva la signora Eglna aver notato nel discorso della signora Giulietta qualche impropriet ed erroruzzo di lingua, se pure fosse stata sufficiente a conoscerlo. Ma..... - Ma, continu la direttrice, la signora Eglna, che per et non pu esser in grado di conoscer gli errori di lingua, ha pur voluto dir qualche cosa, per la sua smania soverchia di mostrarsi accorta e spiritosa.
La Egle si fece rossa ed ammutol; la Giulietta per con bel garbo preg il maestro che le notasse gli errori da lei fatti, per potersene correggere; ed il maestro, lodato prima il componimento di lei, e compiacendosi del vedere che queste sue correzioni portavano buon frutto, perch essa aveva ben dichiarato che il secolo undicesimo comincia coll'anno mille uno, e va fino al mille cento, cosa non bene compresa dalla Elisna nel racconto della domenica passata, incominci cos:
"Ella ha detto che appena si crederebbe l'atto di Cinzica, se non lo si vedesse rammentato, ecc. Tal modo lo si f, lo si dice, che  ora abusato dai Lombardi, bench contrario alla ragione grammaticale, fuorch nell'uso speciale di alcuni verbi,  contrario pure al buon uso toscano. Ha detto pure che Cinzica era appartenuta alla famiglia Sismondi: questo non dico essere errore, ma  modo improprio, come quello che rappresenta Cinzica per una appartenenza qualunque, e poteva dirsi pi spicciativamente, e pi brevemente, nobil fanciulla della famiglia Sismondi. Ha scritto che si dovesse, quando occorresse il bisogno, senza badare a quel mal suono del dovesse e occorresse, e senza pensare al modo toscano, pi efficace e pi spicciativo, che si dovesse, al bisogno, o a un bisogno, o a un bel bisogno. Due volte ha usato la particella gli per a lei femminino, la qual cosa, se pu comportarsi nello stil familiare, va fuggito in istile sostenuto. Nemmeno la frase mettere ad esecuzione per mettere in atto non  troppo elegante. La voce flotta per armata o navilio,  brutta e falsa. Invece di dire con troppa affettazione che Musetto, colto il destro, and a Pisa, poteva dire pi toscanamente e pi schiettamente veduto il bello. E cos potrei notare altre piccole cose, che io lascio per non parere di voler rendere men bello questo bel raccontno.
La Direttrice per soggiunse. Mi perdoni la cara Giulietta; ma anch'io voglio notarle due inesattezze, a cui il signor maestro non ha per avventura badato. Lasciamo andare quella frase stare alla toelette, brutto francesismo, che poteva sostituirsi con lo stare alla spera o allo specchio, ma il dire che Cinzica non faceva tutte le mode, e non era vaga di teatri, accenna ad assoluta ignoranza delle condizioni di que' tempi, quasi che allora ci fosse come ora la moda col suo figurno, e i teatri al modo presente. Non dico questo per biasimare la Giulietta, che non pu certamente ancora sapere qual fosse il vivere de' secoli passati, ma per fare accorta lei e le altre a non ricadere in tali anacronismi, e quando hanno dei dubbj a farsegli chiarire o da me o dal signor maestro.
La Giulietta, invece di aversi a male di questa censura, rise seco stessa della sua semplicit, e ringrazi la direttrice e il maestro dei loro amorevoli ricordi.


3. SANTA CATERINA DA SIENA.

La terza ragionatrice si chiamava Sofa, e doveva raccontar la vita di Santa Caterina da Siena. Questa Sofa aveva gi toccati i sedici anni: non bella, ma assai avvenente, se non quanto aveva un'aria piuttosto altera, e tra le sue compagne passava per un poco presuntuosetta, perch essendo venuta all'istituto di fresco, e stata fino all'ora istruita da un maestro che aveva fama di molto bravo, la si teneva veramente da pi di tutte le altre, specialmente nella letteratura italiana e nel conoscer la lingua. Fatto sta per altro che quel maestro era assai bravo s, ma pedante; e che anche la Sofa, avvezzata a legger solo scrittori antichi, la non iscriveva spropositi, ma ritraeva della pedanteria di lui; e per queste ragioni le altre compagne non la vedevano di buon occhio, e cercavano ogni cagione di poter ridere alle sue spalle. Venuta per tanto la domenica, ella con fronte sicura and a sedere sulla solita poltrona, ed a voce piuttosto alta cominci:
Onorandi precettori e valorose compagne, a me tocca di raccontare le virt di una santa verginella sanese: porgetemi benigno l'orecchio, e spero che ne resterete bene edificate.
Caterina, che poi fu recata per le sue virt nel novero dei santi, nacque in Siena da Jacopo Benincasa e da madonna Lapa, gente di piccola nazione, ma di santi costumi: il perch crebbe tra buoni esempj di ogni maniera, e fanciullna di sei anni, tutta grazia, con atti gentili e parole accorte, era l'amore di tutti. Venuta in et, i parenti suoi le vollero dar marito; ma ella se ne porse ritrosa molto; e vestiva a disegno sprezzatamente; e stava salda a tutte le esortazioni de' genitori; anzi da ultimo disse a fratelli: al tutto levatevi ogni pensiero ch'io stia nel mondo: non fate di me ragione di niuna spesa altro che di pane ed acqua; ma lasciatemi vivere a mio senno. Allora la posero a' pi vili servigj della casa, ed ella tutto faceva allegramente: alla fine i suoi cederono, ed ella vest l'abito di S. Domenico. Digiunare, orare, macerarsi le membra delicatissime erano il continuo della santa giovane; ma ella pensava che virt santissima  l'amore del prossimo, e l'amor della patria: il perch, essendo allora l'Italia lacerata dalle maledette parti, la Caterina non si perit di mostrarsi in pubblico, esortando a pace ed a concordia Guelfi e Ghibellini, rampognando i cattivi rettori che guastavano la giustizia, studiandosi con ogni possa di correggere il mal costume, porgendosi a tutti caritevolmente amorosa; ed ajutando efficacemente i malati nel tempo di una terribile pestilenza. Anche la chiesa era afflitta e travagliata, il papa, abbandonata Roma, teneva la corte ad Avignone, e la religione ne pativa: di tanta jattura Caterina era afflitta; e come di gi la fama della santit sua era grande, non tem di volgersi arditamente al papa, con riverente libert rimproverandolo del pensare pi alle cose terrene che alle celesti, ed esortandolo a riportare la sedia papale a Roma. Venuti in discordia i Fiorentini col papa, la signora di Firenze la preg che trattasse ella di rappacificargli con lui; ed ella, non curando disagi e pericoli, and fino ad Avignone, e riusc a comporre le differenze; bench i Fiorentini durassero poco nel buon proposito. La santa non si part d'Avignone; ma volle rimanervi, per vedere di recare il papa a ricondurre la sedia a Roma; e tanto fu costante il suo proposito, e tanto accesa la sua carit, che alla fine Gregorio XI torn a risedere in Roma. S. Caterina allora torn alla quiete della sua Siena; dove per altro stette poco, dacch il papa Urbano VI, succeduto a Gregorio, la chiam presso di s, per giovarsi del suo consiglio, e perch la sua infiammata parola fosse pi autorevole. Quando poi fu fatto ad Avignone l'antipapa Clemente VII, virilmente combatt per il papa legittimo, contro avversarj di ogni maniera. Ma tanto ardore e tanta carit consunsero le forze del suo gracile corpo, e mor di soli 33 anni.
Le sue virt, la sublimit del suo intelletto, la sua dottrina, l'ardente sua carit, sono fedelmente ritratte nelle sue Lettere e in altri suoi Trattati, che anche per la lingua sono cosa d'oro in oro.
Gli applausi ci furono anche per la signora Sofa; ma non furono cos pieni n cos vivi come le altre domeniche: solo il maestro e la direttrice dissero una e due volte brava a quella fanciulla, la quale, se aveva fatto un poco viso di dispetto nel sentirsi cos freddamente applaudire dalle compagne, ringrazi per altro con atto e voce umanissima ambedue, dicendo che pi le valeva l'approvazione loro, che le lodi di chi giudica senza ragione. La direttrice e le ragazze tutte compresero il veleno di queste parole, ma dissimularono; e siccome niuna osservazione vollero fare le compagne della Sofa, salvo che una voce partita di mezzo a loro disse che certe parolacce non le avevano intese, cos il maestro ne prese materia di fare a tutte una lezioncina del modo dello scrivere in italiano; e disse cos:
"La signora Sofa non ha posto nel suo racconto delle parolacce; ma solo alcune voci o frasi un poco fuori d'uso, le quali, se si leggono nei classici, non sono per altro intese cos bene da tutti, e rendono un poco affettata una scrittura: come sarebbero recata nel novero de' santi - di piccola nazione - non fate di me ragione di niuna spesa - con ogni possa - porgersi caritevolmente amorosa - tanta jattura - cosa d'oro in oro, per cosa eccellente ed alcune poche altre; ma questo , se pu dirsi cos, un bel difetto, perch nasce da assiduo studio, e pu agevolmente correggersi. Lo tengano bene a mente, signorne mie: bisogna servirsi delle parole come dei denari: dei denari non si spendono altro che quelli che hanno corso; delle parole solo quelle s'hanno a parlare ed a scrivere che sono intese da tutti. Bisogna studiare assiduamente gli antichi, perch nelle loro scritture vi  la semplicit, la purit e la propriet; ma chi crede che ogni voce da loro usata sia da usarsi ora, erra assai, perch le parole muojono anch'esse, come tutte le cose del mondo. Lo studio dei classici deve dunque avvezzarci a far l'orecchio al bello scrivere, ed a conoscere le doti principali della favella; ma quando scriviamo dobbiamo aver sempre l'occhio all'uso presente; il quale per, come spesso diventa abuso sulle labbra del popolo, cos anche per fuggir tale abuso ci sar ajuto efficacissimo lo studio degli antichi. Ad ogni modo, lo ripeto,  sempre pi comportabile il difetto del mescolare alle voci d'uso qualche voce un po' antiquata, ma bella e propria, che il seminare, o parlando o scrivendo, voci barbare e forestiere. Non si debb'esser pedanti; ma  per molto peggio esser barbari".


4. BATTISTA MALATESTA.

Isotta fu la quarta signorna; ed essa, bench non toccasse i 16 anni, era delle pi brave tra tutte le compagne, e quella che pi di proposito attendesse allo studio delle lettere, composta negli atti, e di bella presenza: n le compagne aveanle invidia; anzi molte si accordavano a riconoscerla per da pi, e ne prendevano buono esempio. Salita essa al luogo solito, incominci con voce soavissima:
Quando la nostra buona direttrice ci propose di fare questo settimanale esercizio, io con altre compagne mie, si mormor un pochino, e si disse che poco sarebbe stato utile, e meno che utile, dilettevole; ma ora abbiamo toccato con mano che ci s'ingann; ed io forse pi volonterosa delle altre vengo qui a parlarvi di Battista Malatesta, secondo mi ha comandato, e segnatamene la via colei che di noi tutte  non so qual pi mi dica, se madre o maestra.
Questa madonna Battista dunque fu la meraviglia del suo tempo; e vivendo in sulla fine del secolo XIV, quando appunto fiorivano il Boccaccio ed il Petrarca, di ambedue questi grandi ebbe la stima e l'amicizia; e il Petrarca le scrisse un volume, confortandola a continuar nello studio delle buone lettere. Era figliuola di Guido da Montefeltro signore d'Urbino, e fu moglie di Galeazzo Malatesta signor di Pesaro; ma lei, piuttosto che invanirsi della nobilt e della potenza, pregiava la virt che si acquista con lo studio e con le magnanime opere, e tutta si diede alle pi gravi discipline; e bench fosse bellissima di corpo, lo fu per assai pi di animo; ed ebbe ingegno quasi divino: molto sapeva delle lettere, con un parlare cos puro e netto, non solo nel latino, ma anche nel volgare, che fu tenuta trapassare di lunga mano ogni altro che si trovasse a quel tempo. Fece assai orazioni latine molto belle all'imperator Sigismondo e a molti cardinali, delle quali alcuna ella stessa ne recit, con tanta grazia sua, e con tal meraviglia d'ognuno, che fu tenuta un altro Demostene. Seppe molto di filosofia, e ne disput dottamente; sopra la sacra Scrittura compose due libri, che furono allor lodatissimi: scrisse diverse epistole, tra le quali una a papa Martino in lode del suo pontificato, che non solo fu tenuta cosa eccellente dal papa e dal collegio dei cardinali, ma il papa istesso ne fa ricordo in una sua lettera; e dett anche versi italiani pieni di affetto e ricchi di ogni pregio. Cosa pu desiderarsi di pi in una donna? Ma non ostante madonna Battista non istava a ci contenta; e se aveva gran fama nelle lettere, volle anche quella estimazione che viene dalle virt civili e domestiche. Lei benigna, lei clemente, lei instancabile nel far beneficj: poco curante di ricchi vestimenti n di andar pomposa, in ogni cosa teneva la via del mezzo, perch in tali vanit non giudicava essere la dignit delle donne. Con maggior prudenza del marito governava lo stato e i sudditi, i quali l'adoravano: morto il marito, visse parecchi anni in pudica ed onesta vedovanza; e finalmente si fece monaca nel monastero di S. Urbano dell'ordine di S. Chiara, dove fin il resto de' giorni suoi.
Questa volta gli applausi di tutte le ragazze vennero dal cuore; n vi fu veruna che facesse niuna osservazione, e cos la Direttrice come il Maestro, che mai non mancava a questi piacevoli ritrovi, lodarono il discorso della Isotta, non solo rispetto al modo com'era scritto; ma ancora rispetto alla composizione sua, cio al suo ordine e alla sua disposizione. Il maestro per non pot tenersi che non dicesse alla gentil giovinetta:
"La mi dica un po', signorna: ella che tanto  studiosa, massimamente dello scrivere schietto e netto, perch si mostra poi cos vaga di certi modi contrarj non solo agli insegnamenti de' maestri; ma poco accettati anche dal buon uso di chi vuol essere bel parlatore, come per esempio: Si fece, si disse per dicemmo e facemmo, cosa per che cosa: lui e lei per egli ed ella, il francesissimo lo per tale, e pare altres che se ne compiaccia? E la signora Isotta, peritosamente rispose:
"Ho sentito dire che l'astenersi da questi modi  pedantera: che nell'uso ci sono; che anche il Manzoni, racconciando alla toscana i Promessi Sposi ve gli ha messi sempre....
"Al Manzoni, replic il maestro, ciascun italiano che abbia sentimento del buono e del bello, si deve inchinare con atto di riverenza e d'amore; ma non resta per questo che anch'egli non possa travedere, in alcuna cosa. Bench qui, piuttosto che travedere, non ha fatto altro che dare un po' troppo retta a qualche toscano, che gli ha dato ad intendere, esser quei dati modi nell'uso comune di tutti i ben parlanti di Firenze; ed egli, che in Firenze non  stato tanto da potersene accertare,  scusabile. Ma ella  toscana, e per di pi anche fiorentina; e sa che quei solecismi, se qualche volta si odono sulla bocca del popolo, non si odono per n sempre n da tutti: sa che nel linguaggio familiare si comportano molte cose, anzi ci stanno bene, che per disdirebbero in una scrittura di grave argomento; e sa per esperienza propria che, anche nel parlare familiarissimo, il pi di tali solecismi calzano ottimamente in un caso, e in altri casi fanno bruttissimo sentire. Deve per ultimo sapere, e se non lo sa glielo dico io, che la popolarit nello scrivere, come or si dice, non si acquista razzolando tra' cenci de' plebei, secondo che alcuni credono, ma con lungo ed assiduo studio, ajutato dall'ottimo ingegno. Il Manzoni  chi ; e tanti sono i pregj delle opere sue, che questi ni non le deturpano punto; ma l'imitarlo qui, dove si mostra uomo come gli altri, non facendosi punto pro dei grandi suoi pregj che tanto lo levano sopra gli altri, questo  da chi ha smarrito il senno, o da chi non l'ha mai avuto. Ella pertanto, che il senno lo ha cos eletto, si guardi dall'abuso di queste coserelle, e ne sar lodata da tutti i buoni e da tutti gl'intelligenti, n potr biasimarla nessuno, nemmeno tra coloro che pendono alla licenza in materia di lingua.

5. BONA LOMBARDA.

Tra le fanciulle dell'Istituto pistojese ce n'era una, milanese di origine, ma di famiglia accasata da molti anni in Pistoja: una giovanetta su 15 anni, non troppo bella, ma tutta per l'appunto e gentile: sempre giojale e piacevole, era lo spasso di tutte le compagne, e si chiamava Giannna. A costei volle la direttrice dar a descrivere la vita di una fanciulla lombarda chiamata Bona; e venuta la domenica and tutta festosa al suo luogo, e tutta festosa incominci:
La cara nostra direttrice ha voluto ch'io vi racconti la vita d'un'antica mia patriotta, ed io che mi sento sempre una buona Milanesa, immaginatevi se l'ho fatto con gusto! La mia erona si chiamava Bona: era nata in un paesello di giurisdizione milanese, era pecoraja, brutta quanto il peccato e rozza maledettamente. Passando per que' paesi col suo esercito Pietro Brunoro da Parma, capitano valorosissimo, e veduta per caso la Bona che nel ruzzare con le altre sue compagne, mostrava molta vivacit e fierezza, la fece pigliar per forza, e vestitala da uomo, la condusse sempre seco ne' pi duri esercizj di guerra. La Bona, che era buona di nome e di fatto, prese a volere un bene dell'anima a Brunoro; e tutte le fatiche e disagi comportava allegramente con lui, e d'ogni sua disavventura amaramente si affliggeva. Avvenne una volta che Brunoro, volendo abbandonare il re Alfonso di Napoli, a' cui servigi militava; mentre si preparava a fuggire, fu preso e messo in prigione. Pensate come se ne addolor la povera Bona! la quale per altro non si sgoment, pronta ad ogni disagio e pericolo per il suo signore. Che ti fa? se ne va da tutti i principi e potentati d'Italia, non che dal re di Francia, a impetrar lettere di favore per Brunoro, tanto che il re Alfonso lo liber; n contenta a questo, oper tanto che fu preso al soldo da' Veneziani con provvisione di pi di 20,000 ducati. Allora Brunoro, in merito di tanto affetto e di tanta fede, se la prese per moglie; ed attenendosi a' consigli di lei, venne sempre in fama maggiore, per essergli tutte le imprese riuscite prospere; ed in tutte le imprese si vedeva questa valente donna condur genti a piede, ed esser sempre la prima ad ogni zuffa ed assalto. Divent insomma peritissima dell'arte della guerra; e per la sua accortezza e valore si espugnarono forti castella. Si mantenne poi sempre casta, e pudica, e fedele al suo Brunoro. Ultimamente, avendo il senato veneziano gran fede in Brunoro e nel valore di questa donna, gli mand alla difesa di Negroponte contro a' Turchi, i quali mai non ardirono di dar loro noja; ma essendole morto in questo mezzo il suo caro Pietro nella citt di Calcide, la Bona, tornando a Venezia per vedere di far confermare la provvisione del padre a' due suoi figliuoli, presa dal mal di flusso in Modone citt di Morea, e conosciuto che quella malatta era mortale, si fece fare una ricca sepoltura, la quale co' proprj occhi volle vedere prima che morisse; ed ivi fu veramente sepolta nel 1468. Degna d'essere annoverata tra le donne pi illustri, perch nata di bassi e vili parenti, si acquist con opere virtuose chiarissima ed eterna fama con vera nobilt, dove molte, nate di sangue gentile, ed anche reale, spesso oscurano i loro natali con opere indegne.
Se la Giannna fu applaudita non se ne domanda; e non erano ancora finiti gli applausi, che si alz una di quelle ragazze dicendo:
"Vorrei, se la signora direttrice si contenta, fare una osservazione.
"Dica, rispose la direttrice.
"In queste cinque domeniche abbiamo udito raccontar molti atti di valorose donne, che fanno vergogna a molti signori uomini: o perch dunque ci ha essere chi s'ostina a dire che noi altre donne non siamo buone a nulla, e che si dee pensar solamente a far la calza, a cucire, e a badar a casa? questa  una vera soverchiera.....
"Signorna, interruppe la direttrice, coloro che dicono, le donne non esser capaci di ogni atto virtuoso come gli uomini, sono stolti; ma anche pi stolti sono coloro che vorrebbero le donne capaci di ogni pubblico ufficio, pareggiandole in tutto e per tutto agli uomini. Ci pensi un pochno a mente quieta, e vedr che, se la natura ha fatto la donna diversa dall'uomo, destinandola a far figliuoli e ad allattargli,  segno che anche l'ufficio loro debb'essere diverso nella umana compagna; e come la cura del governo familiare, e tutte le arti donnesche sono essenziali al buon vivere civile, cos, facendo uomini anche le donne, una delle due, o gli uomini dovrebbero essi attendere a quelle arti, operando contro l'ordine della natura; o il viver civile diventerebbe una confusione orribilissima. Non si nega che sieno degne di eterne lodi le donne che si rendono eccellenti o nelle arti, o nelle scienze, o nelle lettere; ma guai se tutte le donne volessero essere o scienziate, o letterate, o politichesse! Il mandato della donna  sublime, chi sappia valutarlo: siamo noi donne quelle che, attendendo alla prima educazione de' fanciulli, mettiamo loro in cuore i semi delle cittadine virt, i quali poi fruttano a tempo e luogo gloria ed onori: siamo noi altre donne che temperiamo le troppo accese passioni, che facciamo parer pi leggere le gravi cure de' nostri uomini... Io non posso stendermi ora di pi su questa materia. Creda a me, signorna; pensi ad animo quieto, e ci pensino tutte le sue compagne, a queste mie parole; e se loderanno ed ammireranno sempre quelle donne, delle quali ogni domenica qui si celebrano le virt, potranno menar vanto che anche le donne sono capaci de' pi nobili atti virili, e con l'esempio di esse tureranno la bocca agli stolti che dicon il contrario; ma ne conchiuderanno per altro, che al bene ordinato viver civile, giovano molto pi quelle che intendono il mandato loro proprio, e cercano di essere buone spose e buone madri.

6. VIOLANTINA GENOVESE.

La narratrice di questa domenica si chiama Zita, giovanetta lucchese, anch'ella sui 15 anni, una mingherlna tutta voce e penne, come suol dirsi: ambiziosna cos nel vestirsi come nell'acconciarsi: presuntuosa un poco della sua bellezza; e forse un po' troppo leggiera. A costei aveva dato la direttrice da raccontare la vita della Violantna Giustiniani, per avere occasione appunto di farle un pochino di predica sulla sua leggerezza. Udiamola.
La Violantna Genovese, vissuta nel secolo XVI, fu della casa Giustiniani, ed  rimasta famosa per la sua bellezza, la quale fu tale e tanta che, non solamente in Italia, ma per tutta Europa era celebrata: di sorte che non vi fu pittore cos eccellente che potesse ritrarla a perfezione. Molte principesse e gran signore vennero di lontani paesi fino a Genova per accertarsi co' propri occhi, se tal fama era vera; e trovando la donna pi meravigliosa ed eccellente che non se l'erano immaginate, restavan confuse, giudicando essere un esempio angelico e divino piuttosto che cosa umana. E per, si pu dire che avanzasse Elena e Faustina, che si trova scritto essere state le donne pi meravigliose e belle dell'antichit. La Violantna fu ancora raramente virtuosa, perch, maritata che fu, segu con tanto amore il marito, che, intervenutogli alcune gravi sventure, ella se ne attrist in maniera, che il dolore lentamente la consum e la condusse alla morte.
Gli applausi vi furono; ma non troppo abbondanti: e non essendovi chi facesse veruna osservazione, non fu tarda la direttrice a dire:
"Brava signorna: della Violantna ella ha parlato con assai garbo, e la lodo di cuore per quel che riguarda la composizione. Tuttavia ella ne ha portato alle stelle la bellezza, che, nol niego, fu veramente meravigliosa ed unica; ed ha parlato brevemente, e quasi per incidenza, della sua virt, la quale  la sola degna di vera lode. La bellezza, signora Zita (e parlando a lei intendo di parlare a tutte le sue compagne), la bellezza  dono di natura, e non dico che non sia da tenersi in pregio. Ma quando si pensa che per s stessa non opera nulla di bene: che anzi pu esser cagione di molto male, come per esempio fu cagione dell'esterminio della sua patria la bellezza di quell'Elena da lei ora ricordata: quando si pensa che la bellezza  come un fiore, il quale necessariamente in poco tempo appassisce e muore; chi ha senno non crede che basti essa sola a rendere chi n' dotato degno di onore e di fama. Pu bene essa fruttare e disonore ed infamia; quando una donna vana e di cervello leggero se ne tiene e se ne pavoneggia, perch le pu essere occasione a molti e gravi falli; ed invece di lodi e di ammirazioni poi, si acquistano gli schermi e le beffe delle persone di senno, e degli stessi giovani galanti quelle fanciulle, la cui vanit  cos grande che si manifesta in ogni loro atto, nelle fogge del vestire, dell'acconciarsi e del camminare. Ella dunque, gentil signorna, parlando della bella Genovese, doveva esaltarne la maravigliosa bellezza; ma doveva aggiungere che la fama di lei  cos chiara, perch questa belt era congiunta alla semplicit di costumi, alla pudicizia, ed all'amor conjugale, di cui essa dette raro esempio: e dopo aver detto quel che ho detto io sulla caducit della bellezza, doveva chiudere il suo discorso col dimostrare che la virt non muore, che  efficacissima operatrice del bene, che  la sola insomma che meriti altissime lodi.
La signorna intese benissimo dove andavano a battere le parole della direttrice, e fece il viso come di fuoco: lo intesero parimente alcune di quell'altre ragazze, e ne fecero bocca da ridere. Fatto sta per altro che la predica frutt; perch quella fanciulla, che in fin de' conti era buona, temper assai quel poco di vanit che aveva per il capo; e fu anzi di buon esempio alle altre.

7. CASSANDRA FEDELE.

"Andiamo, via, signora Bettna, si faccia coraggio: non ha veduto le sue compagne come sono andate franche al loro posto le domeniche passate?
"Che vuole? io non ho mai letto altro che in scuola... Mi vergogno.
"Il vergognarsi di comparire in pubblico fa segno di modestia e di animo gentile; ma qui non ci ha luogo. Siamo in famiglia; ed ella poi ha minor ragione di vergognarsi che qualcun'altra, perch, gliel'accerto io, il suo discorso  assai ben fatto, e piacer di sicuro. E poi, cara signora Bettna, bisogna un poco sfranchirsi; perch le gatte morte dispiacciono sempre nelle conversazioni, e sono un vero struggimento".
Questo dialogo si faceva nella camera della direttrice la settima domenica dell'anno, pochi momenti avanti che dovesse cominciar la solita lettura la qual toccava ad una vaga giovinetta, chiamata Elisabetta: la quale, come avete udito, si vergognava a leggere in pubblico; ma che poi, vinta dalle ragioni della direttrice, si fece animo, e and risolutamente al suo posto, incominciando con voce assai ferma.
Mi tocca a parlarvi della Cassandra Fedele, nata in Venezia nel 1465 da Angelo Fedele. Si pu dire che ella fosse un chiaro lume tra coloro che nel secolo XV fecero rifiorire le buone lettere; e se non lo fu al pari del Poliziano, e di tanti altri sommi uomini, fu per cos dotta nella filosofa, nella teologa, e nelle lettere greche, latine, e italiane, che dal Poliziano stesso fu molto stimata, e la ricorda con molto onore nelle sue lettere: e fu poi tanta la sua fama che fu in relazione di Leone X e di altri monarchi; ed al tempo di Agostino Barbarigo doge di Venezia, facendo egli un pranzo diplomatico a tutti gli ambasciatori ed al senato, vi fece invitare anche lei; ed ella, dopo il pranzo, esortata da que' signori, disse con tanta grazia e facondia una dottissima orazione latina che fece restar tutti a bocca aperta, e poscia ne recit una volgare, bellissima anche quella. C' chi dice che fu Professora della universit di Padova; ma ci non  vero: a meno che non si voglia sostenere che lo fu, perch vi sostenne pubblicamente delle dispute filosofiche. Fu pure eccellente nella musica; e reputata da tutti per la sua castit e per la purit de' costumi. Scrisse molte epistole latine e greche: parecchie orazioni, ed un libro dell'ordine di tutte le scienze. Isabella di Castiglia la voleva alla sua corte; ma la republica di Venezia non vi acconsent, per non privarsi di s bello ornamento. Fu maritata a Giovanni Mapelli, medico deputato ad esercitare la sua arte nell'isola di Candia, dov'ella il segu; e ritornando di l una volta, gli prese una gran burrasca, che gli ingoj ogni loro avere. Rimasta poi vedova, senza veruna compagna n appoggio; trov conforto nello studio. Giunse cos fino all'estrema vecchiezza, ed essendo fatta, all'et di 90 anni, superiora delle ospitaliere di S. Domenico, in quella carica mor santamente dopo essere arrivata alla et di 102 anni.
Non istar a ripetere ogni volta gli applausi fatti, i brava, i bene, perch questo si sa: dir solamente che la direttrice, finito che ebbe la signorna affabilmente le disse:
"Vede, non glielo avevo detto che la sua paura era senza cagione? il suo racconto  stato assai bello, e le sue compagne hanno fatto manifesto segno che lor sia piaciuto".
"Perch lei  buona, e son buone troppo con me le mie care compagne: ma per non credo mica che il mio lavoro sia bello davvero, n che non ci sieno di grossi spropositi: so quanto  difficile far bene; e conosco dall'altra parte la mia insufficenza".
E voltasi graziosamente al maestro: "Signor maestro, la lode della signora direttrice m' cara; ma cara anche pi mi sarebbe la sua correzione".
Ed il maestro, sapendo che la signora Bettna diceva ci, non per leziosaggine, ma per vero sentimento, replic:
"La lode  meritata: nondimeno, come la perfezione  cosa quasi impossibile, cos le dir schiettamente che, almeno dal mezzo in gi, il suo discorso ha alquanto dello spezzato, n una idea scende ordinatamente dall'altra; e per anche i periodi saltellano un poco. Discorso vuol dire lo scorrere ordinato e naturale dell'una idea dall'altra: e chi ha scelto argomento possibile alle sue forze, e chi ha ingegno, non gli manca n la parola pronta n un ordine limpidissimo. Questo dico qui brevemente; e poi in iscuola ne far soggetto di alcune lezioni. Anche nella lingua ella ha peccato un poco: due volte ha usato lo per tale, cos: e se non lo fu al pari del Poliziano, e poi a meno che non si voglia sostenere che lo fu. Questa particella  propria della lingua francese, e la nostra non la comporta; la vedr difesa da alcuni, e ne vedr anche recati degli esempj; ma non ascolti que' difensori, non valuti nulla quegli esempj: tutti i buoni maestri la condannano per barbara, e nell'uso de' buoni scrittori non c'. Questo le basti. Anche la congiunzione A meno che, da lei usata,  francese; e noi possiamo dire o salvo che, o eccetto che, o altrimenti. Ha detto che la Cassandra fu in relazione con Leone X: tal frase  migliore dell'altra comunissima ebbe rapporti, come soglion dire molti barbareggianti; ma non  per troppo bella: meglio sarebbe stato il dire fu accetta, fu cara. Quel doge Barbarigo, il quale d un pranzo diplomatico, mi ha fatto far bocca da ridere, prima perch il pranzo diplomatico per pranzo di parata o solenne,  sempre da fuggirsi come inutile neologismo; e poi perch, riferito a cosa del secolo XV, riesce anche pi strano: ed ho parimente riso un pochino al sentire che Cassandra fece restar que' signori tutti a bocca aperta, perch, se la frase  bella ed efficace nel parlar famigliare,  per altro disdicevole al luogo e all'occasione da lei ricordata. Che la Cassandra fu professora nol direi, perch generalmente quando una donna fa ufficio proprio dell'uomo, si nomina per uomo ; se per a lei pareva strano il dire Cassandra professore, potea dire che lesse, che insegn nella universit. Ella ha pure usato la particella gli per a loro: si ricordi che  poco scusabile errore; e badi ancora che il chiamar carica l'ufficio della Cassandra nel monastero di S. Domenico,  un barbarismo bell'e buono. Eccola censurata senza piet:  contenta?
"Contentissima, e mille grazie, rispose la signorna; e mentre tutti stavano per alzarsi, una delle minori domand alla direttrice:
"Scusi, signora direttrice, ella ci insegna che gli per a lei non si deve dire; ed ora parlando alla Bettna, ha detto: Vede non glielo avevo detto. O in quel glielo non c' un gli che vale a lei.
"Brava, rispose la maestra: lodo il suo zelo di imparare. Sappia dunque che quando la particella gli  congiunta ad altra particella pronominale, come lo e la, tramezzo alle quali, per dolcezza di suono, si frappone una e, allora si usa senza errore cos nel mascolino come nel femminino. Gli antichi della unione di queste due particelle ne facevano voce indeclinabile, dicendo sempre gliele; ora per altro si dice gliele, glielo, gliela secondo i casi.
La fanciulla ringrazi; e fin cos per quel giorno la lieta conversazione.


8. ISABELLA D'ESTE MARCHESA DI MANTOVA.

"Signora Isabellna, tocca a lei: vada al suo posto.
Cos disse la direttrice, come prima si furono raccolti tutti la ottava domenica nel luogo solito; e subito fecesi avanti una ragazzna vaga e manierosa, la quale senza farsi pregare si pose sulla poltrona, e incominci:
La illustre donna onde oggi v'ho da parlare, la si chiama come me; ma, Dio mio! quanto ci corre da me a lei. La fu figliuola del duca di Ferrara, e poi moglie del marchese di Mantova: una donna proprio per la quale, massaja in casa, pi brava del marito nel saper governar i popoli, e tanto caritatevole che si sarebbe levata la camicia. Per sempre pi istruirsi, non che la volesse star nel suo guscio come le chiocciole; ma si mise a viaggiare, e gir quanto la mente, cercando sempre di vedere da s, e di studiare le pi belle meraviglie della natura e dell'arte; e dove sapesse che vi fosse qualche rara e degna antichit la fece il diavolo per poterla comprare e mandarla a casa sua; tanto che raccolse in Mantova una delle pi ricche gallere che allora fossero in Italia, con tanti quadri, statue, medaglie, e gioje che era un subisso. Di lettere poi, di filosofa, e di lingue morte e vive, ne sapeva a bizzeffe, e poteva star alla barba de' pi gravi parrucconi del suo tempo. Alle corte, Carlo V imperatore, si lasci un giorno escir di bocca di non aver mai veduto n udito ragionare donna pi rara n pi singolare di questa illustre Isabella; la quale mor nell'anno 1539, lasciando di s fama immortale.
Nel tempo che la Isabellna leggeva, si erano uditi di quando in quando degli sghignazzamenti tra quelle fanciulle; ed anche la direttrice e il maestro si erano spesso veduti o sorridere, o fare anche qualche smusatura, non senza che la stessa lettrice se ne fosse accorta: il perch, con quel modo che le parve pi conveniente, ne domand la cagione.
"Cara bambna, rispose la direttrice, ridemmo, e qualche volta anche torcemmo il muso, per i troppi modi volgari da lei scritti parlando di s illustre donna".
"O se il signor maestro ci dice sempre che si scrive come si parla, seguendo l'uso del popolo...
"Il signor maestro, interruppe qui il maestro, inculca sempre che scrivano la lingua dell'uso,  vero; ma per non lo insegna tanto assolutamente che non faccia molte e necessarie limitazioni. Prima di tutto io ho sempre insegnato, che per uso dee intendersi il modo che tengono, parlando, non la gente del contado o del volgo, ma le persone di civil condizione, le quali sdegnano ogni plebeismo, fuggendo altres ogni vizio di pronunzia: poi ho fatto loro notare che insieme con l'uso va spesso di conserva un suo fratello, ad esso somigliante nell'esteriore, che si chiama abuso; e che da questo bisogna fuggire come dalla peste; insegnando i modi non facili da conoscer bene l'un fratello dall'altro, e da fuggire quello tra due che  tristo e vizioso. Parlando della scelta delle parole, ho detto e ridetto, non solamente che queste debbano esser proprie, schiettamente italiane, e di buon suono; ma che debbano anche esser adattate al subietto che si vuol trattare; e che si dee far sempre un gran divario da stile a stile: e ragionando specialmente della bellezza e della efficacia de' modi di dire familiari e popolari, ho per sempre predicato, che questi si hanno solo da usare in quello stile che gli comporta, cio nello stile familiare, e quando si tratta di cose umili o piacevoli: e chi fa altrimenti manca al decoro, che  delle principali doti dello scrivere e del parlare. Ella pertanto, signorna, per non essersi ricordata di tutte queste limitazioni da me fatte, ha oggi mancato al decoro nella sua vita di Isabella Gonzaga, perch il dire che essa fu una donna per la quale (valente, valorosa, da recarsi ad esempio); che non volle star nel guscio come le chiocciole; che gir quanto la mente (fece lunghissimi viaggi), che si sarebbe cavata la camicia (avrebbe dato per beneficare altrui, anche le cose di pi stretta necessit) che fece il diavolo (us ogni cura ed ogni diligenza) per comperar quadri; che sapeva scienze a bizzeffe (in gran quantit) e poteva star alla barba (reggere alla prova, star di pari) co' parrucconi (co' principali sapienti): queste, ed altre frasi da lei scritte, sono indegne di s nobil subietto, e dir anche degne di riso... "
Qui la Isabellna, vinta dalla vergogna, cominci a piangere; ma la direttrice la racconsol con amorevoli parole; che terminarono cos: "Il signor maestro  stato un poco acerbo con lei, perch, con un poco troppa di leggerezza ella ha voluto recar la colpa del suo errore agli insegnamenti da lui dati; quando ella nell'errore  caduta, o perch quegli insegnamenti frantese, o perch non gli comprese. Accetti dunque la piccola mortificazione da lei meritata; e si acquieti nella certezza che ed il signor maestro, ed io, e queste sue compagne le vogliamo l'istesso bene, e non iscemiamo per nulla la opinione che abbiamo di lei, come fanciulla di buon ingegno e studiosa".
La Isabellna con amorevol sorriso baci la mano alla direttrice: le altre fanciulle furonle attorno con parole e con atti di conforto e d'amore; e cosi fin quella mattina la conversazione.


9. SANTA CATERINA DE' FIESCHI.

"Signorne, le prego di star attente, ch oggi la signora Giannina, racconter la vita di una santa donna genovese, la quale  l'esempio delle buone spose. Signora Giannina, vada al suo posto".
Queste parole diceva la direttrice alle sue alunne, quando furono giunte nel luogo consueto la domenica nona; e la signora Giannina, vispa giovanetta di 14 anni, and al luogo suo, e disse cos:
La Caterina de' Fieschi, che si venera per santa, fu di antico e nobile lignaggio non solo, ma bella e buona quanto  possibile ad umana creatura. Nata in Genova l'anno 1447, fin da bambina si mostr aliena dalle pompe e dagli agi signorili; e non bast, ch faceva vita di austerissime privazioni, dormendo anche sul duro legno o su poca paglia. Desiderosa di farsi monaca, ne fu distratta dalle preghiere de' suoi genitori, per ubbidire ai quali spos poi Giuliano Adorno, uomo scostumato e ritroso, bench di sangue nobilissimo, cui la santa giovane non pot mai ridurre a viver seco in concordia di pensieri e d'affetti, bench se ne ingegnasse con ogni studio. Quanto se ne affliggesse non pu nemmeno immaginarsi: tuttava si rassegn; e dato un calcio ad ogni cosa terrena, si volse tutta all'amor di Dio, non cessando di pregarlo per la conversione del suo sposo, verso il quale fu sempre rispettosa, bench cattivo a quel modo: e senza pure uscire di mezzo a' tumulti della vita, e senza trascurare i doveri di famiglia, si manteneva pura ed illibata, e di nascosto macerava il suo delicato corpo, ed esercitava ogni atto di piet e della carit pi sublime. Infiammata tutta di amor divino, e pieno l'animo di tante celesti virt, si comprende come potesse comportare ogni pi grave dolore, e mantenersi paziente ed amorevole verso Giuliano, uomo strano ed iracondo, che le di sempre i pi gravi dispiaceri, da lei per tenuti sempre celati. Le sue preghiere per altro furono esaudite; dacch sul finir della vita quel tristo mut quasi natura, e dopo lunga malatta ebbe la consolazione di vederlo morire santamente. Ma le vigilie, le astinenze, i dolori d'ogni maniera, e sopra tutto l'ardore dell'amor divino, consumarono quel corpo s delicato; e questa angelica creatura spir il d 14 di settembre del 1510. Bel monumento della sua santit e della sua dottrina  un Trattato del Regno Celeste, opera degnissima nel suo genere.
Finito che ebbe la Giannina, la maggiore di quelle ragazze esclam: 
"Bisogna proprio esser sante! Io per me sento che, se mi toccasse un marito tanto cattivo, non ci avrei pazienza".
"E lei, continu la direttrice, e tutte quelle che pensano come lei, farebbero una vita tribolatissima.  una disgrazia, non dico di no, l'abbattersi in un cattivo marito; ma  una disgrazia alla quale non si rimedia, se non con la pazienza e con le buone maniere. La mi dia che una donna, invece di portar con pazienza le stranezze del marito, si metta invece a tu per tu: ed allora litigj continui; male parole; e dove manca la educazione, anche busse: scandali per il vicinato; mal esempio in famiglia: la casa insomma un vero inferno; ed all'ultimo forse le necessit di venire ad atti, che rendano infelice e gravosa tutta la vita. Ma quando per contrario una donna comporta senza montar su le furie le stranezze del marito; quando agli sgarbi, agli atti d'ira, agli ingiusti rimproveri, risponde con dolci parole mescolate di affetto, di scusa e di dolce rimprovero: quando si mostra nemica di ogni pubblicit; e i difetti e i trascorsi del marito tiene celati quanto pu; o se sono noti, si studia di ricoprirli, e di fargli parer minori: quando dopo la burrasca, ella si mostra sempre buona, affettuosa, premurosa per il marito: oh! allora non  possibile, se egli non  in tutto una fiera, che non rimanga vinto da tanta bont, che non si vergogni della sua ritrosa e del suo mal talento; che non pregi le buone qualit della sua moglie, e non le ponga sincero affetto; che insomma non diventi un altro. Ed ecco la casa tornare un paradiso: ecco rifiorire tutte le gioie della famiglia. . . . . . . . . Ma, poniamo che a nulla approdasse la bont di moglie s fatta, e che il cuore del marito fosse indurato nella nequizia: tal donna per altro sarebbe sempre ammirata e celebrata dalle persone discrete, e sempre sarebbe portata ad esempio della buona moglie".
Alle parole della direttrice seguitarono parecchi altri discorsi sulla materia medesima, non senza edificazione di quelle ragazze; e chi sa che qualcuna di esse non abbia poi dovuto ricordarsene, e sperimentare in s stessa quanto fossero veri e santi gli ammaestramenti e i ricordi uditi la presente domenica.


10. DONNE DI MESSINA.

Siamo alla decima domenica, e legge una giovanetta siciliana chiamata Caterina, e abbreviatamente Nina: un capettno che faceva spesso inquietar la direttrice per la troppa vivacit; ma studiosa per altro, e di ingegno prontissimo. Udiamola.
Perch son Siciliana, la signora direttrice ha voluto ch'io vi parli di certe donne messinesi; ed io ve ne parlo in virt della santa ubbidienza, ma un po' contraggenio, perch l'argomento mi svaga poco. Morto nel 1342 Pietro d'Aragona, e succedutogli Lodovico suo figliuolo, bambino di 5 anni, i baroni facevano e disfacevano, seguendone per ci guerre e discordie cittadine, che durarono parecchi anni; ed all'ultimo fattasi pace alla meglio tra le fazioni ed il Re, per firmarla e stabilirla fu mandato ambasciadore Corrado Spadafuora. Matteo Palizzi per, uomo perfido, che governava di fatto il regno, e anche il Re menava per il naso, vedendo di mal occhio la pace, fece un'imboscata per ammazzare lo Spadafuora; e di fatto, mentre passava di l, dato il segno, i congiurati gli saltarono addosso: ma Corrado chiam soccorso quanto ne aveva in gola, pregando che salvassero un innocente, che portava al Re la nuova della pace; ed il popolo corse a furore, e lo lev dalle mani dei congiurati; n contento di ci, cominci a gridare: Muora Matteo Palizzi traditore, correndo alle case di lui. A queste voci le donne si unirono col popolo, che, presa la bandiera, corsero alla porta Sant'Antonio; e trovatela serrata, la buttarono gi con le scuri, e fecero entrare in citt chi volle entrarvi. Matteo impaurito fugg nel palazzo reale, ed il tumulto fu un poco acquietato; ma il giorno appresso levossi nuovo tumulto di sole donne, le quali andarono tutte armate al palazzo, chiedendo che fosse loro dato nelle mani il traditore. Il Re stesso le preg di acquetarsi, e fu inutile: finalmente venne alle minaccie di severo gastigo; alle quali minacce esse, divenute pi feroci, risposero al Re, che, se non dava loro il Palizzi, arderebbero il palagio; e avevano bell'e pronto il fuoco, e l'accostaron alla porta. A questo il Re, sbigottito, scapp per la porta di dietro; e le donne, mescolatamente ad altra plebe, entrarono nel palazzo dandosi a cercar di Matteo: ma, non lo trovando, e scontratesi in un suo riscotitore, lo presero per ucciderlo: il quale per salvar s, addit il luogo dov'era Matteo, e le donne trovatolo, misero spietatamente a morte lui e tutti i suoi.
"Ecco fatto, disse la Nina, finito che ebbe il suo di scorso. Ho obbedito alla signora direttrice; ma per voglio che mi permetta di dire che queste donne mi pajono mal collocate tra le donne illustri, perch l'azione loro non ha nulla di generoso.
"Potrebb'essere, rispose la direttrice, che in parte la signora Nina dicesse bene; e lo vedremo. Intanto, se c' qualcuna di loro che voglia fare qualche osservazione, dica pure.
"Anche a me pare - disse la Eglna, che non aveva pi fiatato da un pezzo - anche a me pare che queste donne avrebber fatto meglio a star a badar a casa, e lasciar fare agli uomini, i quali sarebbero stati pi che sufficenti ad ottenere il fine loro.
"Ed io invece, disse la signora Giulietta, dico che non mi dispiace per niente il vedere lavata per mano delle donne tanta vergogna della Sicilia e della dignit reale".
Alla signora Giulietta seguit un'altra fanciulla con altra osservazione; e quasi tutte, ciascuna volle dir la sua, chi biasimando, chi celebrando le donne messinesi. All'ultimo la direttrice chiuse la conversazione con queste parole:
"Il fatto di queste donne messinesi non bisogna giudicarlo secondo le idee de' tempi presenti, n assolutamente; ma fatta ragione del grado di civilt de' tempi ne' quali il fatto avvenne, e delle condizioni speciali al luogo e alle circostanze. Molti fatti si leggono celebrati nelle storie, e si celebrano continuamente nelle scuole per degni di eterna lode, i quali, a guardargli ben bene, a giudicargli secondo i dettami della presente civilt, meriterebbero acerbo biasimo. Basta per che i maestri accorti facciano notar questa cosa agli scolari, come faccio io adesso a proposito di queste donne messinesi. Ha detto bene la signora Nina che queste donne avrebbero fatto meglio a star a casa, lasciando fare agli uomini; perch il vedere un branco di donne infuriate, in armi, e micidiali,  cosa tanto contraria alla natural tepidit femminile, ed all'ufficio naturale della donna, che dispiace e rivolta lo stomaco: e tanto pi lo rivolta a' nostri tempi, perch ci recano a mente gli orrori infernali delle donne francesi della Rivoluzione. Ma, considerata la peculiare condizione della Sicilia sotto il fanciullo re Lodovico; la ingordigia, la ferocia, la svergognata tirannide, e il vile tradimento di Matteo Palizzi: considerato che in quel secolo non era al tutto spenta la barbarie del medio evo; bisogna pur dire che il fatto di quelle donne purg la Sicilia da un grande scellerato e da una gran vergogna; e che per non senza qualche ragione si noverano dagli scrittori tra le donne illustri.


11. MADONNA CIA DEGLI UBALDINI.

La domenica undecima nella sala delle letture si scorgeva qualche cosa di singolare: tutte le ragazze pi composte e pi attente dell'usato: oltre il maestro di lingua italiana, erano iti a udir leggere gli altri maestri; e ciascuno aspettava con desiderio che la lettura incominciasse. La lettrice era quella mattina la signora Zara, amabile giovanetta pistojese, di modi e di costumi angelici: buona, affettuosa, studiosissima; quella a cui tutte le compagne cedevano volentieri e senza invidia; e che dalla stessa direttrice e da tutti i maestri era portata a cielo per il suo mirabile ingegno, e per la prontezza dell'apprendere. Nella lingua italiana specialmente era, si poteva dir, valentissima; e le sue lettere, e le sue composizioni erano cos schiette e cos assennate, che si citavano l nell'Istituto come esempio di bello scrivere. Ella pertanto, andata al luogo suo, e fatto un affettuoso cenno del capo alla direttrice, e a' maestri, disse con voce dolcissima:
La valorosa donna della quale mi tocca oggi a parlarvi, fu nobile donna di Mugello, nel contado fiorentino; e perch costei n in amore verso la patria e 'l marito, n in costanza e fermezza d'animo, n in prudenza e giudizio, n in fortezza virile, n in qualsivoglia virt fu inferiore a niuna altra delle pi illustri, voi, mie buone compagne, sopporterete che di lei vi parli un poco pi distesamente che le altre non hanno fatto sin qui. Ella fu dunque della nobil casata degli Ubaldini, e fu moglie di Francesco degli Ordelaffi, il quale sotto nome di Capitano, governava Forl, Cesena, Forlimpopoli ed altre terre di Romagna. Avvenne che il Legato del Papa, avendo gran potenza di danaro e di uomini d'arme, disegn nel 1357 di muover guerra a questo Capitano; il quale, risoluto di mantenere le sue terre e difenderle sino alla morte, mand la moglie madonna Cia, e i figliuoli con ducento cavalieri e gran numero di soldati a Cesena, raccomandando alla Cia specialmente la guardia della citt, e comandando a tutti che la obbedissero come la sua persona; e le di per consigliere Sparaglno suo intimo amico, molto esperto delle cose di guerra. Ordinate il Legato le sue genti, e fatta pubblicare la guerra contro al Capitano di Forl ed ai cittadini di Cesena, bench madonna Cia facesse ottima guardia della citt, essi nondimeno, sapendo la gran forza che aveva il Legato, e che contro a loro si apparecchiavano le percosse, n vedendosi potenti alla difesa, tumultuariamente ordinarono di ricevere nella terra la gente di lui, il quale vi mand tosto mille cinquecento cavalieri, che furono messi dentro senza contrasto. La Donna non pot riparare a questo impeto improvviso; ma, non perdutasi d'animo, si ridusse nella pi alta parte della citt, che si chiamava la Murata, e nella rcca con tutta la sua gente; e presi tre cittadini di quelli che avevano maneggiato il trattato, gli fece decapitare, e gittar di sotto tra' nemici, prendendo con animo pi che virile la difesa del minor cerchio e della rcca, con sollecita guardia di d e di notte, senza ombra di paura per cosa che le potesse accadere. Il Legato allora mand tutto suo sforzo ad assediare la Cia nella Murata e nella rcca, prima che potesse aver soccorsi di fuori: e dava giorno e notte gravi assalti, fracassandole con macchine da ogni parte; ed oltre a ci teneva trattati di aver la Murata per prezzo: onde madonna Cia, avuto qualche sentore che Sparaglno, l'antico amico del Capitano, trattava col Legato, lo fece prendere e tagliargli la testa. Ella rimase allora sola guidatrice della guerra, e continuamente era con l'arme in dosso alla difesa della Murata, respingendo gli assalti nemici s virtuosamente e con animo cos fiero ed ardito, che tutti la temevano e la obbedivano come se fosse stata il Capitano medesimo. N il Legato era dal canto suo meno operoso e meno ostinato; s che, rinforzando gli assalti fierissimi, e rovinato gi gran parte di muro; e dove il muro era caduto facendovisi pi aspra battaglia; quelli che erano alla difesa venivano sempre meno per i gran morti e per l'inestimabile affanno: laonde ridotti all'estremo, madonna Cia, dopo aver fatto prove maravigliose di sua persona, con quattrocento uomini disposti a morir per lei, si ridusse nella rcca col proposito fermo di non cederla se non per morte. Ma le forze del Legato eran s grandi, e le macchine da guerra tempestavano s la rcca, che la difesa era oggimai inutile. Nulla per altro piegava l'animo della nostra erona, la quale combatteva sempre pi animosamente, sperando forse qualche soccorso da suo marito, a cui aveva potuto far pervenire un polizzno scrittovi queste due parole: va male. Stando le cose a questi estremi, Vanni degli Ubaldini suo padre impetr dal Legato di parlar con la figliuola per farla arrendere con salvezza di lei e della sua gente; e venuto ad essa, mostrolle come al loro estremo pericolo non c'era rimedio: rendesse oggimai la rcca, ed avrebbe onorate condizioni. La donna rispose: "Padre, quando voi mi deste per isposa al mio signore, mi comandaste che sopra tutte le cose io gli fossi obbediente: cos ho fatto e far sino alla morte: egli mi affid questa terra, dicendomi che per niuna cagione l'abbandonassi: la morte ed ogni peggior cosa non curo, ov'io obbedisca ai comandamenti di lui;" e preso commiato dal padre, si diede tutta a provvedere la pi disperata difesa; ed era veramente mirabile il vedere la costanza e la operosit di s rara donna. Quando per la pi parte delle mura furono abbattute, e gi si metteva in puntelli la rcca, i principali capi dei difensori le dissero, che, volesse ella o no, avrebbero reso la rcca per salvare le loro persone: ed allora la valente donna senza smarrirsi disse che lasciassero fare a lei; la quale tratt col Legato che tutti i capitani con la loro gente fossero liberi, e potessero portare addosso ci che volevano; ed ella rimarrebbe prigione con Sinibaldo suo figliuolo con la figliuola e due nipoti. Cos fu fatto; e il Legato stesso ammirando il forte animo di lei, la tratt cortesemente, sinch, fatta poi la pace col Capitano, mediante anche la cessione di Forl, liberamente gli restitu la moglie e i figliuoli; ed essa lo segu nell'esilio a Venezia, dove rimase vedova dopo molti anni nel 1379, continuando sempre a dare esempio di costanza e di affetto alla memoria del marito, intenta solo a dare a' figliuoli un'educazione degna del padre loro e di s.
A questa lettura della brava Zara seguitarono applausi sinceri da ogni parte; n vi fu niuna delle sue compagne che facesse la minima osservazione: parimente il maestro e la Direttrice non dissero se non parole di lode: e per quella mattina la conversazione pass in chiacchiere piacevoli; e si chiuse con queste parole del maestro: "La signora Zara ci ha detto che la Cia pot far pervenire al marito una carta dov'era scritto va male, per fargli comprendere l'estremit nella qual si trovava. Questo diede origine al proverbio: La va come diceva la Cia, nel quale si vuol significare che una faccenda va male; e tal proverbio, che si legge in parecchi scrittori fiorentini,  vivo tuttora in qualche luogo del contado di Firenze".

12. VERONICA GAMBARA.

Tocca alla Vittorna, non bella e piuttosto dispettosa, la quale con qualche smorfia va al suo luogo, ed incomincia cos:
Veronica Gambara nacque in Pratalbono, paesetto in quel di Brescia, nel 1485; e sin da bambina diede segni manifesti di quel che sarebbe stata da grande. Impar presto e bene le lingue greca e latina: della italiana non se ne parla: studi filosofa, teologa, ed altre scienze; ma pi specialmente inclinava alla poesa: anzi ancor giovanetta, os di scrivere un sonetto al Bembo, che le rispose colle stesse rime, e d'allora in poi fu sempre suo amico, e consigliatore. Era aliena da mode e da ogni vanit femminile; ma, fattasi sposa di Giberto signor di Correggio, attese anche accuratamente al governo della casa; e morto lui dopo 10 anni di matrimonio, govern pure saggiamente il suo stato. Della morte del marito tanto si addolor, che, non pure propose di restar sempre vedova, ma vest sempre il bruno, addobb gli appartamenti di nero, e us cavalli neri. A tempo della coronazione di Carlo V, and a stare per qualche tempo a Roma, e nella sua casa form una specie di accademia, dove erano scritti i pi insigni letterati d'allora. Il detto Carlo V, passando per Correggio, due volte volle alloggiare presso questa illustre donna, la quale gli rese altissimi onori. Veronica non era bella; ma era cos gentile, e la sua conversazione cos dotta e graziosa, che tutti ne rimanevano incantati. Mor in Correggio nel 1550; e fu sepolta accanto al suo sposo nei sepolcri della famiglia dei Signori di quella terra.
Di lei si ha stampato un bel volume di rime e lettere, che si danno per esempio di buona poesa e di bella scrittura. Alcune rime da' pi gran poeti del suo tempo furono a lei indirizzate; e le lettere si vedono parimente scritte a' pi gran personaggi, ed agli uomini pi insigni nelle lettere.
Agli applausi ed ai brava la Vittorna rispose con lievi cenni del capo; e poi, volta alla direttrice, le disse con lieve cipiglio. Ecco, signora direttrice, mi fa il piacere di dirmi, perch mi raccomand tanto di notare che la Gambara era aliena dalle mode? Ma che lo star su le mode  cosa da far molto torto a una donna?
"Io, signora Vittorna, non volli che ella toccasse delle mode, ma anche delle altre vanit femminili; e lo feci appunto per pigliarne occasione di dire due parole su questo argomento, perch qualche tempo fa, in una disputa che ella ebbe con alcune di queste signorne, la si mostr forse troppo accesa nel difendere e la moda, e certe usanze e modi poco dicevoli a donna ben costumata. No, non  cosa da far torto a una donna il seguitare la moda: anzi, dico di pi,  cosa buona il seguitarla, perch in fine del conti per essa mantengonsi molte manifatture, e il commercio ne fiorisce. Ma in questo seguitar la moda bisogna aver rispetto a pi cose: al modo come si seguita, alla condizione di chi la seguita; e cos all'et, ed alla corporatura. Quelle donne che stanno sulle mode senza passare i termini del decoro e dell'onesto, quelle niuno si sogna nemmeno di biasimarle: ma quelle sciocche, le quali esagerano anche le esagerazioni della moda, che cosa ci guadagnano? Lo sanno quel che si guadagnano? che mentre si pensano che tutti debbano aver gli occhi addosso a loro per ammirarle; tutti, vedono signorne, tutti, anche i giovani pi scapati, ridono alle loro spalle; e le tengono forse in cattivo concetto. E poi un fiore vale un quattrino, ma non ist bene in petto a tutti. Noi vediamo continuamente che donne di mezzana, ed anche di bassa condizione, stanno su tutte le mode, anzi sulla esagerazione delle mode; e sono a tutte le feste, a tutti i ritrovi; pensandosi forse di esser da ciascuno ammirate. Ma lo sanno, bambne mie, che cosa guadagnano queste cervellne? Che tutti le canzonano senza misericordia per quella matta loro smania di comparire da pi di quel che sono: che si cominciano poi a far loro i conti addosso: Ma come fa la tale a sfarzare a quel modo? senza dote... col marito che guadagna a fatica l'acqua per lavarsi le mani... E l mormorazioni; e l giudizj temerarj; e l scherni d'ogni sorta. Eccolo il bel guadagno che fanno... Basta, io non posso distendermi troppo sulla materia di queste scempiate, perch dovrei dir cose non opportune a dirsi qui. Facciamo dunque fine per oggi; e un'altra volta torneremo sopra altre vanit femminili; che tutte vanno a finire, generalmente parlando, con la derisione delle persone di senno, e con la rovina dei poveri mariti e delle famiglie.


13. VITTORIA COLONNA.

Tutte le alunne, con la direttrice e il maestro, erano gi nella sala delle letture; ma non era per anco giunta colei che doveva leggere, la quale si chiamava Laura, ed era figliuola di uno de' pi nobili e ricchi signori della citt. E la direttrice aveva gi cominciato a inquietarsi, e mandava a sentir che cosa era stato, quando si ferm una carrozza all'uscio di strada, e poco di poi entr nella sala la signora Laurna, che, fatti i convenevoli d'uso, e domandata indulgenza cos un po' seccamente dell'indugio, and al suo posto e disse cos:
Vittoria Colonna nacque nel 1490, da famiglia antica e nobilissima di Roma; e suo padre Fabrizio Colonna Gran Contestabile del regno di Napoli, la promise, quando aveva quattro anni, per isposa a Francesco d'Avalos Marchese di Pescara, detto il Gran Capitano, che la spos veramente all'et di 14 anni. Essa fu a' suoi tempi un miracolo di bellezza, di virt e d'ingegno; fu sposa affettuosa e virtuosa, bench presto il suo marito dovesse per cagioni delle guerre allontanarsi da lei, la quale, rimasta cos sola, non ebbe altro conforto che un tenero commercio di lettere con lui, consacrandosi con assiduit e con gran cura agli studj delle due letterature, nelle quali era gi valentissima. Lo sposo accoglieva con lieta affezione i suoi consigli, e quando i principi italiani gli proposero di farlo re di Napoli, se abbracciava il loro partito, egli rifiut per cagione di queste savie parole che Vittoria gliene scrisse: "Mi basta d'esser la moglie di un prode e onorato capitano, n cerco di esserla di un re traditore." Il d'Avalos per mor di ferite a Milano, quando essa aveva 35 anni: lo pianse amaramente e lo fece pietoso soggetto di molte sue poese. Era bella; tuttora giovane; aveva fama di cortese e di saggia, e molti signori e grandi personaggi si sarebber tenuti felici della sua mano; tuttava ella, chiusa nel suo dolore, non apr l'animo ad altro affetto, se non a quello di Dio e della vita beata. Passati di poco i 50 anni, and a Roma, patria de' suoi antenati; e qui mor nel 1547.
Le poese di questa gran donna dicono i letterati che sono le pi belle tra quelle degli imitatori del Petrarca, e che tra le poetesse di quel Secolo essa  la prima: le sue lettere parimente si danno per modello di eleganza e di senno. I pi gran personaggi di quel tempo la onorarono e la celebrarono: basti qui ricordare i due pi sommi ingegni, l'Ariosto, che ne cant lodi altissime, e il divino Michelangelo, che l'am e la river come cosa sovrumana.
Qui tacquesi la signora Laurna; ed allora la direttrice, con quel modo pi umano che seppe, le fece dolce rimprovero dell'essersi fatta aspettare, ammonendola come verso tutti si debbono usare gli ufficj di civilt; ma specialmente verso pi persone insieme radunate: e che questa mancanza di riguardo era pi grave in lei, nobile e ricca, perch poteva esser presa per altergia e per dispregio a persone da meno di s, quando invece i nobili e i ricchi dovrebbero essere i primi a usare tali ufficj, mostrandosi con tutti affabili ed umani.
La Laurna si scus meglio che pot, accertando che non lo aveva fatto per male, ma per esser dovuta tornare indietro a riprendere i fogli, dei quali si era scordata; ma che sperava di non cadere un'altra volta in simili mancanze. Poi, voltasi garbatamente al Maestro, gli domand: "O lei, signor Maestro, non vuol darmi veruno avvertimento?
"Dacch lo desidera, rispose il Maestro, le noter quattro o cinque cose non belle nel suo bel discorso. Quel commercio di lettere della Vittoria col suo marito, non dico che sia errore, ma a me  parsa sempre frase sgarbata, e metafora mal acconcia, n saprei partirmi dalla bella e schietta voce corrispondenza: e frase parimenti sgarbata, e metafora anche peggio acconcia, mi pare il consacrarsi allo studio ed abbracciare il partito d'uno per darsi tutto allo studio, attendervi assiduamente, e seguitare le sue parti o simile. I nomi proprj delle donne si sogliono usare sempre con l'articolo, la Giulia, la Caterina, e quel sentirle dire che Vittoria gliene scrisse, mi ha dato un po' nell'orecchio. Lei per la scuso, perch questa leziosaggine  usata spesso da coloro che pretendono di parlare in punta di forchetta; e non sanno. Lo tenga a mente: bench, parlandosi di donne celebri, pare che si possa comportare. Errore assoluto poi  l'usare qui per quivi, come ha fatto lei, dove scrive che la Vittoria and a Roma e qui mor. Il qui rappresenta sempre il luogo dove  chi parla; e quando si vuole accennare luogo lontano da chi parla, si dice quivi. C' chi porta esempj di buoni scrittori che hanno usato l'una di queste due particelle per l'altra; ma, se gli esempi sono antichi, sono alterati da' copiatori o dagli editori; se sono moderni, non hanno autorit.
Finito che ebbe il maestro, si fecero altre discussioni in cose di lingua, finch venne il tempo di andarsene.

14. FULVIA PICO.

La lettura decimaquarta fu fatta la domenica quindicesima dell'anno, perch ci era stata la Pasqua di Resurrezione; e toccava a farla ad una giovanetta chiamata Fulvia, che disse cos:
Vi ho da ragionare per comandamento della signora direttrice, di una valente donna del secolo XVI, che fu modello delle buone spose e delle buoni madri; questa  la Fulvia Pico figliuola di Galeazzo principe della Mirandola; e forse perch mi chiamo come lei, e non perch'i' sia atta a poterne parlare come merita,  stata data per tema al discorso che dovevo fare oggi. Sino da fanciulla mostr di essere inclinata ad ogni pi bella virt, e fu amantissima dei buoni studj; e per quando madama Caterina dei Medici fu regina di Francia, la chiam alla sua corte, della quale era ornamento principalissimo, di sorte che, invaghitosene un principe della casa di Rochefaucault, la volle per isposa, e gli fu concessa. I genitori dello sposo vedevano di mal occhio questa straniera per loro nuora; ma come prima ella fu entrata nella casa nuova, si mostr cos buona, cos soggetta al marito ed alla suocera, cos benigna con tutti, che ben presto fu amata e carezzata da chi meno volentieri ce l'aveva ricevuta. Era poi tanto istruita delle buone lettere, e della letteratura francese ancora, che ciascuno la onorava e la riveriva; ed era portata proprio in palma di mano. Fu per breve questa sua felicit; perch rimase vedova nella fresca et di 22 anni, e cess cos per lei ogni gioja: se non che trov conforto soavissimo negli esercizj di piet e nella educazione de' figliuoli; e visse onorata ed amata fino al 1559. I pi nobili ingegni di Francia la celebrarono con lodi altissime, e la sua memoria rimase viva e fresca per molto e molto tempo in Parigi. Compagne mie, conchiuse la Fulvia; non avete udito fatti egregj, n miracoli di lettere e d'armi: tuttava credo che il racconto delle miti virt di questa illustre donna della quale vi ho parlato, possa essere a tutte voi di efficacissimo ed ottimo esempio.
"Se non altro, scapp fuori la vispa Eglna tutta ridente, perch fece bugiardo il proverbio che dice: 
Suocera e nuora
Tempesta e gragnuola.
"Codesto, riprese gravemente la maestra,  il proverbio delle persone malcreate; ma le fanciulle ben create e di animo gentile, andando a marito, tengono come per propria madre la madre dello sposo, e per tale l'amano e la riveriscono. Anzi, dacch la signora Eglna me ne ha data occasione; e come tutte loro possono da qu a pochi anni aver la loro suocera, cos io voglio legger loro i ricordi che una buona madre fiorentina diede alla figliuola il giorno avanti che andasse nella casa dello sposo. E aperto un cassetto del tavolino, prese un elegante libretto, e trovato il luogo che voleva, incominci a leggere:
"Luisna, il Signore ti ha mandato una gran fortuna: bada di mostrartene grata col mantenertene sempre degna. Tu vai sposa ad uno dei pi ricchi giovani di tutta Firenze: tu vai in una casa di specchiatissima nobilt, che mai non ha smentito la sua chiara origine, n offuscato la gloria dei suoi antenati. Invece di insuperbire, pensa che hai il gravissimo obbligo di mostrarti degna di abitar quella casa; e di portarti in modo che il suocero e la suocera non abbiano mai a pentirsi di avertici accolta. Con la servit, e con tutti i sottoposti, porgiti sempre benigna ed affabile; ch, se la superbia o l'arroganza sono brutti vizj in ciascuno, nelle persone che salgono di grado sono anche peggiori, e fanno dire alla gente, che non c' razza peggiore di chi si rinnobilisce, o per usare la frase popolare, un po' sconcia, ma efficace, de' pidocchi riunti. Fuggi a pi potere la conversazione delle donne vane e mormoratrici; e pensa sempre che, siccome le male lingue sono infinite, e mai non istanno in ozio, pensa che un atto o una parola poco misurata, bench innocente, pu dar materia ai maligni di comporre favole sul conto tuo per intaccare il tuo buon nome. Delle conversazioni, delle mode, e degli spassi di ogni genere, cerca solamente quel tanto che piacer al tuo marito. Si dice che la moglie  soggetta al marito, ed  vero, e dev'essere; ma questa non  vera e propria soggezione,  un amorevole scambio di concessioni, perch quando il marito vede la moglie seguitare con allegro animo ogni suo onesto desiderio, studiarsi di non dargli dispiaceri, ed amante del suo onore; credi, Luisna mia, che allora il marito diventa pi soggetto alla moglie che ella non  a lui; e non ch'egli secondi i suoi desideri onesti, si studia anche d'indovinare quegli che tace. Il tuo sposo  buono, ed  fiore di gentilezza; ma un solo Dio senza difetti; e potrebbe benissimo averne anch'egli: in questo caso, bambina mia, mi raccomando che tu gli sappia compatire, n tu pretenda di correggerli, o te ne mostri meno amorosa verso di lui; la tua bont, credilo, gli corregger da s a poco a poco; ed egli sar pi indulgente verso i tuoi. Non mostrare vani sospetti della fede di tuo marito: non pretendere d'ingerirti troppo nelle faccende sue, mostrandoti o troppo curiosa, o sospettosa: ed allora, credilo, sar il primo egli stesso a dirti ogni minima cosa, ed ogni pi intimo suo pensiero. Il padre e la madre del tuo marito ama e rispetta come il babbo e la mamma tua. Il proverbio che dice:
Suocera e nuora
Tempesta e gragnuola
non vuol significare altro che il mal costume della gente di animo guasto e corrotto, priva di ogni buon principio d'educazione. La donna che ama il marito, e che desidera di essere amata da lui, come pu malvolere la madre di esso, senza dargli il pi amaro dispiacere? E se la moglie d continui dispiaceri al marito, come potr egli volerle bene?(1)"
E cessata la lettura, continu: Che dicono queste signorne dei consigli dati alla Luisna dalla sua mamma?
Le signorne dissero tutte d'accordo: Bene! ottimamente! e, dopo alquanti ragionamenti sopra questa materia, andarono ciascuna alle loro case; continuandogli parecchie di essi con la persona che soleva accompagnarle e ricondurle da scuola.


15. IRENE DA SPILIMBERGO.

"Oh! stamani voglio un po' dir la mia anch'io.
"E che vuoi dire?
"Sentirete. Ci sar descritta la vita d'una brava ricamatrice; ed io vo' far certe domande...
"Che ricamatrice? pittrice.
"S, ricamatrice.
"E che domande vuoi fare?
"Sentirete.... 
"Sentiremo! mi canzonate.... la filosofessa!..... "
E cos una parola quella, ed una parola quell'altra, le alunne gi raccolte nella sala, mentre aspettavano che cominciasse la lettura, facevano un cicaleggio da non si dire, il quale si spense a un tratto quando entr la direttrice col maestro, e con la ragazza che doveva leggere. Questa si chiamava Rosina, di et pari alla precedente, vivacissima oltre ogni credere; la quale tutta ridente postasi al luogo suo, senza ombra di peritanza cominci a leggere.
Io v'ho a raccontare la vita di una nobile signora del Friuli, di bellezza maravigliosa, chiamata Irene di Spilimbergo, nata nei primi del cinquecento, e morta giovanissima nel 1537. Fino da bambna impar eccellentemente le belle lettere e la musica, tanto che era reputata quasi un miracolo anche dai pi eletti ingegni del suo tempo. Nei lavori d'ago e di ricamo niuna donna era giunta mai a far le belle cose che essa faceva; e molti de' suoi lavori, anche i pi sommi artisti volevano vedere, e gli portavano a cielo. Anzi, vedutone alcuno di essi Tiziano, e conosciuto l'ingegno veramente artistico della fanciulla, preg i genitori di lei che gli permettessero di insegnarle la pittura, nella quale divenne poi valentissima, e nel colorire specialmente agguagli il maestro, come si vede in alcuni quadri che ci rimangono tuttora di lei. La morte per altro, come vi dissi da principio, ruppe il corso a' suoi trionfi, portandola via passati di poco i venti anni; e le sue lodi furono cantate in versi e in prosa, cos in italiano come in latino, da molti insigni letterati.
Come prima la Rosina si tacque, tutte la fanciulle si volsero verso quella che aveva detto di voler dire la sua, per sentire che cosa mai volesse dire, essendo tenuta dalle compagne per un capetto armonico e di natura un po' strana. Essa era di famiglia assai nobile, ma non ricca: dalla nobilt per altro menava assai vanto, e la osservazione ch'ella voleva fare, moveva appunto dall'alta idea che aveva della nobilt. Ella dunque, domandata a fatica licenza di parlare, usc di punto in bianco in queste parole:
"Donna illustre questa Irene? Donna illustre una che, nata di famiglia nobilissima e veramente illustre, non si vergogna di abbassarsi a far lavori d'ago, ed a ricamare? Mi perdoni la signora direttrice; ma, io come io, a metterla per questo tra le donne illustri ci avrei i miei riveriti dubbj."
Molte delle ragazze a queste parole cominciarono a chiaccherare sotto voce tra loro, ed a sghignazzare; e la direttrice, con aria piuttosto grave, alla nobil fanciulla rispose cos:
"Signorna ella ha uno strano concetto della nobilt. La nobilt  cosa buona in s, e da tenersene; ma quella sola  vera nobilt che si acquista con opere e fatti egregj della propria persona. Coloro che si vantono della nobilt ereditaria sono stolti, perch si vantano di meriti non proprj, ma de' loro antenati; e sono poi vituperosi quei nobili di origine, che la nobilt acquistata da' loro vecchi deturpano, o con l'ozio, o con opere men che degne e onorate. Nelle donne poi il vantarsi della nobilt originaria  cosa anche pi sciocca, perch pi raramente che gli uomini possono acquistar la nobilt vera con atti ed opere egregie della propria persona, come fanno gli uomini o con la toga o con la penna o con le armi. Lo sanno per altro, signorne, qual  la nobilt vera nelle donne? l'essere ottima madre di famiglia, l'educare i figliuoli ad ogni civile virt, ed attendere al buon governo della famiglia, come dicemmo qualche giorno addietro; e non l'attendere a vanit. La madre dei Gracchi l'avranno sentita ricordare da' loro maestri per esempio delle buone madri. Essa era delle pi grandi matrone di Roma; e pure lo sanno qual'era il suo maggior vanto? Ascoltino. Una ricca matrona venne una volta dalla Campania a Roma, e and a visitare questa madre de' Gracchi, la quale si chiamava Cornelia, ed era figliuola del grande Scipione. Quella matrona di Campania era altera della sua nobilt e della sua ricchezza; e come sogliono tutte le donne vane, cominci a parlare e far pompa de' suoi ricchi giojelli, mostrando desiderio che Cornelia le mostrasse i suoi; al qual desiderio Cornelia umanamente rispose che tra poco glieli farebbe vedere: n pass molto tempo che i due suoi figlioletti tornarono tutti festosi da scuola. Allora Cornelia, abbraciatigli e baciatili amorosamente, gli present alla sua orgogliosa visitatrice dicendole: "I miei giojelli ed i miei ornamenti son questi; ed ogni mia cura, ed ogni mio pensiero lo spendo attorno a loro". Le quali parole fecero ben vergognare quella donna vana, che and via tutta confusa. Venendo ora al particolare dei lavori d'ago e di ricamo della Irene da Spilimbergo, non credo che la censura della signorna meriti neppure risposta: le dir solo, per non uscire da Roma antica, che quei Romani, i quali furono il primo popolo del mondo, tanto pi pregiavano le loro donne quanto pi attendevano a casa; e si reput il pi grande elogio che possa farsi ad una donna quella iscrizione posta sopra il sepolcro di una Matrona, la qual diceva:
Domi mansit, lanam fecit,
che vuol dire:
Bad a casa, fil la lana;
e il nostro Dante celebra con lodi altissime le antiche donne nobili fiorentine che tornavano dallo specchio senza il viso dipinto, e stavano contente al fuso e al pennecchio....."
Qui si ud come qualche suono di riso tra le fanciulle; e la direttrice non fu tarda a continuare:
"Non vo' mica dire con questo che anche loro abbiano a filare la lana; ma vo' dire che a niuna donna, anche nobilissima, si disdicono i lavori muliebri, e che anzi meritano lodi altissime quelle che non se ne vergognano, e volentieri gli esercitano".


16. CATERINA CIBO.

Anche questa domenica le alunne dell'Istituto eran raccolte da un pezzetto nella sala, e non si vedeva comparir la lettrice, che doveva essere una giovanetta, venuta due anni innanzi da Firenze con la famiglia, e che si chiamava Giuseppna: la pi svogliata di tutte, e forse anche la meno atta naturalmente ad imparare. Aspetta aspetta, alla fine eccoti un servitore con una lettera per la direttrice, la quale, apertala e lettala tacitamente, disse:  la signorna che doveva leggere: sentano che cosa scrive.
Signora direttrice stimatissima,
Non posso venire a leggere la vita, perch son malata, e papp e mamm vogliono che io stia a letto onde curarmi. Creda mi rincresce; ma proprio non ho potuto.
Ho l'onore di segnarmi con tutto il rispetto,
Sua devotissima alunna
BEPPINA FERONI.
Poteva farcelo saper prima, continu la Direttrice; ma le risponder, e le far notare questa sua mancanza di riguardo. Intanto, dacch siamo qui raccolte, acciocch non manchi oggi la usata lettura, leggeremo scritta da un contemporaneo la vita di donna Caterina Cibo, duchessa di Camerino, principessa di Bisignano; e andata di l, torn con un antico libro del 500, e trovata la pagina, lo diede alla signora Zara che leggesse, ed ella ubbid.
Quanto sia lo splendore, e la nobilt della casa Cibo  tanto noto, che non occorre affaticarsi in mostrarlo; ed  pur noto quanti gran personaggi sieno da essa in diversi tempi, in ogni sorte di nobili arti eccellenti, usciti, tanto uomini, quanto donne, tra le quali risplende come il sole la virt e 'l valore di Caterina Cibo, la quale fu di tante doti ornata che la bellezza del corpo, che fu in lei grandissima, non pare che si metta in conto: ch fu ripiena di maravigliosa piet e bont, e d'ingegno molto acuto, s che apprese quattro linguaggi, l'Ebreo, il Greco, e 'l Latino, e 'l nostro Toscano, e gl'intendeva tutti ottimamente: e non solo fece progresso nelle umane lettere, ma anche nella sacra teologa; ch a questo fine impar la lingua ebrea, ed era usata studiare la sacra Bibbia in ebreo, e servirsi de' commenti de' dottori greci in greco: oltre a che attese anche alla filosofa, s che fu uno specchio di dottrina e di religione. Costei fu da papa Lione suo zio materno maritata, come fra gli altri racconta fra Leandro Alberti, a Giovammara Varano duca di Camerino, col quale ebbe una sola figliuola nomata Giulia, la quale, perch il padre si mor assai per tempo, rimase erede di quello stato; e la duchessa Caterina elesse vita vedovile, e prese il governo dello stato e della figliuola, la quale allev ed ammaestr nelle medesime discipline, che aveva apprese lei; e govern pi anni quello stato con maravigliosa prudenza e giustizia. Nel qual tempo occorse un caso, che fece a tutti palese quanta gran costanza e fortezza d'animo fosse in lei; per ci che entr una notte in Camerino Matthias Varano con alcuni banditi, e prese la duchessa e la condusse alla Rocca, ove era la figliuola sotto la custodia d'Aranino Cibo; e sfoderata la spada, si sforz con minacce indurla a ordinare, che le fosse dato la figliuola, ed ella sempre rifiut di ci fare con animo forte, ed egli la condusse fuori della citt per menarla seco. Ma alcuni di Camerino, ch'erano col detto Matthias, per la riverenza che portavano a questa signora, l'ajutarono uscir dalle mani sue, s che scamp: e ritornata nella citt, e ricevuta nella fortezza, fece scalare e scender gi dalle mura quattro soldati pratici del paese, e chetamente fece prendere tutti i passi all'intorno, s che non si salv se non il signor Matthias con un sol servidore, e un capitano fuoruscito di Camerino, che menava il trattato, sopranomato Ventrone, che era pratico del paese; e fu causa, che Matthias non diede nelle reti; e gli altri furono tutti presi e furono circa quaranta, i quali la duchessa non fece impiccare alle mura di Camerino come altri hanno scritto, perch, come donna prudente, non volle che alcuno potesse credere, che quello che si faceva per giustizia si facesse per vendetta; e per gli mand al Legato di Perugia, ch'era il cardinale Grimani, ove furono processati, e fatti morire come meritavano. Fu questa Duchessa molto intendente de' governi di stati, e discorreva con gran prudenza sopra gli affari del mondo; e mostr gran costanza e fortezza d'animo in diversi tempi di buona e di ria fortuna, mostrando sempre una medesima faccia; perci che marit detta sua figliuola a Guidobaldo duca d'Urbino, al quale fu poi tolto lo stato di Camerino da papa Paolo III, e poco appresso mor la figliuola: e tutte queste percosse soffr pazientemente, rimettendo ogni sua cosa in Dio. Dopo la perdita dello stato ella si ritir in Fiorenza, ove visse molti anni in vita molto esemplare, e sopport con gran fortezza la morte di Lorenzo e di Innocenzio Cibo cardinali suoi fratelli, e lasciando gran memoria della bont sua, rese l'anima a Dio l'anno 1557 alli 10 di febbrajo.
Che dicono le signorne, ripigli la direttrice al fin della lettura, che dicono le signorne del modo di scrivere di questo antico narratore.
"Bene, risposero tutte in coro.
"Vorrei domandare una cosa al signor maestro, disse quella che lesse prima di tutte.
"Dica pure...
"Ho udito che la lingua nostra  da quello scrittore chiamata toscana, e non italiana, come la odo chiamar sempre da lei, signor maestro.
"Si agitava allora caldamente la questione se la lingua s'avesse a chiamare o fiorentina o toscana, o italiana; e al solito, chi la voleva a lesso e chi arrosto. Tutti per altro avevano, sotto qualche rispetto, ragione. La parlata toscana non c' dubbio che non sia quella, la quale si vede scritta su' libri, ed accettata da tutti gli Italiani per lingua comune. In Firenze si pretendeva di parlar meglio che in altre citt toscane; Fiorentini furono i pi grandi scrittori; e per si pretendeva che sola Firenze desse legge in questa materia, e fiorentina s'avesse da chiamar la lingua. Come per altro per tutta Italia si intende, si scrive, e dai pi si parla questa lingua; e gli stessi dialetti non sono se non questa lingua tanto o quanto alterata nella forma esteriore; cos  pi sano consiglio il chiamarla italiana, ed italiana si chiama ora da tutti."
Finito che ebbe il maestro domand la direttrice:
"Udendomi legger la lettera della signora Beppina, a nessuno di loro ha dato nel naso nulla?
"Me ed altre mie compagne hanno mosso a riso le parole papp e mamma per babbo e mamma, rispose la signora Bettina.
"Non a riso dovrebber muovere, ma sdegno, ogni cuore italiano. Le parole babbo e mamma son le pi dolci e pi amorose di tutta la lingua nostra; e stringe proprio il cuore a sentirle su bocche italiane cos straziate alla francese. Ma gl'Italiani amano pur troppo la servit..... Altre cose avranno notato in quella lettura, cio onde curarmi invece di affine di curarmi, o per curarmi, e quell'onde per affinch  errore. Anche il chiuder la lettera con le parole Ho l'onore di essere, di segnarmi ecc.,  francese; ed italianamente si dice: Mi onoro di essere, di segnarmi. Ma la lettura  stata un po' lunga; e son gi sonate le undici. A rivederle a domenica."


17. SOFONISBA ANGUISSOLA.

Questa rara donna della Sofonisba Anguissola, nacque nella prima met del secolo sedicesimo, e le fu posto tal nome, perch appunto in que' giorni, aveva gran fama la Sofonisba, tragedia del famoso Trissino. Fin da bambina mostr grande amore alla pittura; e da s da s impar a ritrarre in modo singolare e persone ed animali: per la qual cosa, presa a ben volere dal famoso Bernardino Campi, alla sua scuola prima, e poi alla scuola di Bernardino detto il Sojaro, divent nell'arte valentissima, e venne in tanta fama che Annibal Caro and a posta a Cremona di lei patria per visitarla. Fu ben presto chiamata alla corte di Spagna, dove fece i ritratti di tutta la famiglia del re Filippo II, il quale volle darla per isposa ad uno dei grandi della sua corte; e perch la desider che il suo sposo fusse italiano, la diede a Don Fabio Moncada siciliano, assegnandole una dote di 12,000 scudi, con un'annua pensione di 1000 scudi, trasferibili ad uno dei suoi figliuoli; senza altri preziosi doni che le fece. Dopo pochi anni per altro mor il suo marito; ed ella, desiderosa di rivedere la patria, s'imbarc sopra una nave genovese, portando seco infiniti regali preziosissimi. Il capitano del bastimento era il cavaliere Orazio Lomellino, che le us per viaggio ogni maniera di cortese, servendola con gli atti della pi squisita gentilezza ed onest, dai quali vinta la Sofonisba, gli pose affetto; e poco appresso, con la facolt datagliene dal re di Spagna, lo spos, e prese domicilio in Genova, dove continu a dipingere con somma lode, finch, invecchiata, perd la vista. Allora, non potendo pi esercitar l'arte sua, passava il tempo conversando coi pi celebri pittori che capitavano a Genova; ed il Wandik non dubitava di dire, che i maggiori lumi circa all'arte della pittura gli ebbe da una donna cieca, volendo parlare appunto della nostra Sofonisba, che mor sul principio del secolo diciassettesimo.
Dopo i soliti applausi, il maestro disse alla lettrice, che era stata quella domenica una signorna di nome Clelia:
"Brava signora Clelia, ella ha fatto un discorsino, che per la parte dello stile ha sin qui avuto pochi pari tra quelli delle sue compagne. Il difetto comune a tutti coloro che si pongono a scrivere senza aver l'arte vera,  quello di fare periodi brevi e quasi rotti; perch, mancando ad essi la cognizione della lingua, non possono acconciamente usare certi modi di congiunzione, e le varie forme dei pronomi relativi, per via delle quali cognizioni si possono i periodi fare larghi e distesi per modo che un pensiero vi stia a suo agio, e si manifesti al lettore chiaro e limpido come un bel diamante. Vero  che in questa faccenda dello stile, e del periodare c'entra per una gran parte la natura; perch giustamente si dice che lo stile  l'uomo, n potr mai essere eccellente in questa faccenda chi non abbia per natura la mente bene disposta, e ben chiaro il lume del discorso: il qual dono della natura ha avuto lei, signorna; che potrebbe diventare scrittrice eccellente, dove queste doti naturali continuasse a coltivare con assiduo studio. Studj dunque di proposito; e cos porrassi anche in grado di fuggire certi modi poco eleganti, o idiotismi come fusse per fosse, che  plebeo; e bastimento per nave, legno e simili."
La signora Clelia ringrazi caramente il maestro degli avvertimenti che le aveva dato, e promise di studiare con ogni diligenza; e poi, mescolatasi alle compagne, si misero tutte a' loro consueti ragionamenti, finch venne l'ora di andarsene.


18. LIVIA TORNIELLI BORROMEO.

La direttrice dell'istituto pistojese, assegnando queste vite da scrivere alle sue alunne, cercava se tra esse vi fosse chi si chiamava come la donna illustre, la cui vita s'aveva a descrivere, ed a quella la dava a fare, perch pensava che, se il buon esempio sarebbe stato efficace sull'animo di tutte, su quella dovesse essere anche pi. E pur questa volta tocc ad una signorna chiamata Livia la quale, senza preamboli cominci:
La donna illustre, della quale oggi mi tocca a parlarvi, era bella, era buona, era nobile e poetessa. Nata di famiglia assai cospicua, le fu data un'educazione squisita; e di buon'ora diede segni manifesti del suo fiorito ingegno, che fu da lei coltivato con lo studio diligente ed assiduo: andata poi a marito in una famiglia di gran nome e di grandi ricchezze, divent ben tosto l'esempio della vera dama cristiana. Essa era fiore di ogni gentilezza, ne' modi cortese ed affabile: vestiva e si adornava in modo conveniente al suo grado, ma senza lusso soverchio, e senza ombra di vanit; n la sua nobilt le faceva sdegnare di attendere alla cura della famiglia; ch anzi i figliuoli volle allattare da s; da s voleva attendere alla masserizia di casa; e da s ammaestrava nel loro ufficio camerieri e fantesche: ed oltre a ci, fu amatissima, ed anche per questo rispetto ammirata e celebrata da' suoi contemporanei. Dicemmo che la nostra Livia aveva fiorito ingegno e lo coltivava con assiduo studio; n questo studio andava perduto; anzi diede ottimi frutti di parecchie poese, che furono allora molto lodate, e si stamparono la prima volta in Lucca nel 1559. E circa a questo tempo appunto la valente donna si ammal di fiera malatta, che la condusse in pochi giorni al sepolcro tra le pi pietose lacrime de' suoi, e tra 'l compianto universale di quanti la conobbero.
Questa signora Livia che aveva letto la vita della Tornielli era quella tra tutte le alunne che meno aveva voglia di studiare, e che, specialmente nello scrivere italiano, riuscisse peggio dell'altre; ed il maestro e la direttrice, udendo questa sua scrittura cos ordinata e scritta con assai garbo, ogni tanto si guardavano, facendo cenni ed atti di maraviglia; e quando ebbe finita la sua lettura ne la lodarono assai. Mentre per le altre signorne se ne andavano, la direttrice preg la signora Livia che si trattenesse un pochino, dovendole dire non so che, e restate che furono sole:
"Signorna, le disse, ella sa quante riprensioni e quante mortificazioni ha avuto per la sua poca voglia di studiare; e sa parimente che, se una cosa le riesce poco bene,  appunto lo scrivere in italiano. Questa vita per altro letta da lei,  tessuta ed  scritta assai bene. Che miracolo  questo?
"Che vuole? mi ci son messa con tutto l'impegno... ho studiato...."
E cos dicendo, faceva il viso rosso e le parole le si appallottolavano in bocca.
"Le vedo, continu la direttrice sorridendo, le vedo correr la buga su per il naso; n a me la pu dare ad intendere che chi non ha n studio n arte possa far cosa buona. La buga  vizio che fa vergogna a tutti; ma specialmente ad una signorna ben creata e gentile: dunque si confessi giusta: chi le ha fatto quella vita? Il suo fratello che  tornato quest'anno dalla universit so che  un bravo giovine.  stato lui?"
Qui la Livia, vinta dalla verit, e avvampando di vergogna, diede in uno scoppio di pianto; ed a fatica pot rispondere s. Allora la direttrice, presala amorosamente per mano, e tiratala a s, le disse con atti e voce umanissima:
"Ella  molto giovane e non pu valutar quanto sia vergognosa e vil cosa il farsi bello delle fatiche altrui; ma non ostante io son certa che, mentre sentiva dirsi brava dalle sue compagne e da noi, la sua coscienza doveva rimorderla, e quegli applausi, piuttosto che di dolce, dovevano saperle di amaro. Questo peccato che ha fatto lei stamani  la cosa pi vituperosa che si possa fare tra' letterati; e non pu caderci che un animo vile ed abietto. Io poteva farla vergognare in presenza di tutte le sue compagne; se non sapessi che ella  buona, e che questa amorevole correzione le baster. Ella ha una grande smania di comparire: cerchi dunque di arrivarci con le proprie forze: studj di proposito; ed allora far bene, e meglio delle sue compagne; ed allora guster il vero sapore degli applausi: e avr la buona testimonianza della coscienza. Mi promette di farlo?"
La signorna prese stretta stretta la mano della direttrice, e baciandogliela, e bagnandogliela di lacrime, disse con atto di ferma volont: s signora, lo prometto.
E di fatto promise e mantenne; ch ben presto divent una delle migliori alunne dell'Istituto.


19. ISABELLA D'ARAGONA.

"Zitte, signorne, incomincia la lettura; e lei, signora Fiammetta, vada al suo posto senza farsi pi pregare".
Queste parole disse la direttrice la domenica 19, perch la Fiammetta, quella fanciulla a cui toccava la lettura, faceva mille smorfie, dicendo di vergognarsi; e le altre alunne, chi la canzonava, chi le faceva coraggio; e cos il tempo si perdeva, e per la sala v'era un orribile fracasso. La voce della direttrice per altro calm la tempesta; e la narratrice and ubbidiente al suo posto; e lesse:
Madonna Isabella di Aragona fu figliuola di Alfonso duca di Calabria, il quale divent poi re di Napoli, e di madonna Ippolita Sforza. Nacque nel 1470, e la di lei vita  un tessuto di sventure gravissime, ed esempio di maravigliosa costanza e pazienza. Fu data per isposa al suo cugino Giangaleazzo Sforza, duca di Milano; e di qui nacquero tutte le sue sventure, perch, essendo donna di animo virile e generoso, non pot sopportare che Lodovico il Moro, sotto colore di tutela, governasse egli il ducato, e lei e il suo signore spregiasse: laonde indusse il padre e il nonno, re di Napoli, a muover le armi per sostenere la dignit sua e del marito; la qual cosa diede cagione a Lodovico il Moro di chiamare i Francesi in Italia, onde ne nacquero guerre fierissime, l'avvelenamento e la morte di Giangaleazzo, e la rovina delle due famiglie Sforza e Aragona. Nondimeno il vedersi fallito ogni suo progetto, la intrapresa de' suoi parenti non riuscita, le morti de' suoi pi cari, ed i pi dolorosi avvenimenti, nulla non pot vincere quell'animo saldo ed invitto; ma, ridottasi in Bari, che era il suo stato datale, mantenne vita reale con gran dignit; e datasi tutta alla piet ed allo studio, mor col idropica, con molta pazienza e divozione. Lasci scritto un libro Della vera tranquillit dell'animo, che fu stampato nel 1544, venti anni dopo la sua morte; il quale  pieno di ottimi ammaestramenti, di sentenze nobilissime, ed  scritto in purissima lingua italiana.
Tornata che fu la Fiammetta in mezzo alle sue compagne, incominciava il pissi pissi tra loro, perch chi le diceva una cosa, chi un'altra, quando il maestro, fatto cenno con la mano che si tacessero, disse:
"Queste signorne, hanno fatto bene ad applaudire la lettura di stamattina, e fanno bene anche adesso che dicono alla lettrice amorose parole di conforto e di lode, alle quali mi accordo volentieri anch'io. Non posso fare per altro ch'io non avverta la signorna, com'ella si  lasciata piover dalla penna alcune voci e maniere, che non istanno troppo bene in una pulita scrittura. Per esempio il dire la di lei vita, e non la vita di lei,  una spiacevole leziosaggine: il dire che quella vita fu un tessuto di sventure  metafora sgarbata e disadatta, potendosi tanto pi acconciamente dire una serie. La voce progetto per disegno, proposta, o simili,  giustamente ripresa per brutto francesismo; n hanno veruna autorit di autenticarlo i pochi esempj che se ne allegano da qualcuno; come pure brutto francesismo  la voce intrapresa per impresa. Del rimanente il racconto  scritto assai bene; ed anche con assai ordine e buona disposizione delle parti.
"Ma ecco, signor maestro, - domand una delle alunne quando il maestro si tacque - c' una regola certa da conoscere quali son veramente i modi e le voci da fuggirsi? Che vuole? Un maestro ci dice: questo  un francesismo, e bisogna fuggirlo, e un altro vien fuori: Non  vero: si pu usar benissimo, e questi sono gli esempj di autori citati. A chi si d retta?"
Ed il maestro, sorridendo, replic:
"Chi non ha tanto studio da fare altro raziocinio, dia retta al primo, ed  certo di non sbagliare; perch, nel dubbio,  meglio attenersi a quella parte dove non  sospetto di male. Chi ha studio fondato sulle cose di lingua pu rispondere: Anche i grandi scrittori sono uomini, e possono aver errato; e chi volesse farsi forte co' soli esempj, potrebbe difendere ogni pi sformato errore: bisogna per tanto guardare all'uso loro pi comune e continuo; e in questa materia di barbarismi e modi falsi, tenere per autorit, i soli scrittori antichi: soprattutto poi bisogna pensare che la lingua nostra  tanto ricca e tanto bella, che non ha bisogno di chieder la limosina a verun'altra; e che  da stolti, e peggio, l'andare a cercar parole e frasi da una lingua forestiera, quando la medesima idea possiamo significare con parole e frasi nostre pi belle, pi proprie, pi efficaci."
Qui un'altra signorna voleva sapere come governarsi per le voci significative di cose nuove; ma il maestro promise di parlarne nella domenica prossima, perch era gi venuta l'ora di andarsene, e non ci poteva esser tempo da trattar la materia.


20. PLAUTILLA DE' NELLI.

La fanciulla cui toccava a leggere si chiamava Teresa, e abbreviatamente la chiamavano tutte Gegna: era studiosa, era buona; ma era stata avvezzata cos cerimoniosa, che tra baciar la mano, inchini, riverenze e parolne melate, era una morte l'averla dattorno. La maestra spesso l'ammoniva che  bene l'esser civili e ben creati con tutti, ma che il troppo stroppia: le compagne spesso la mettevano in canzonella; ed essa aveva pur desiderio di correggersi. Ma s!... eravamo sempre alle solite; e questa mattina si mostr anche pi stucchevole dell'usato: e se la maestra non la mandava al suo posto, perch leggesse, non l'avrebbe finita pi. Ecco ora quel che lesse.
Plautilla de' Nelli nacque a Firenze nel 1523, e di soli 14 anni fu posta nel convento di Santa Caterina in Via Larga, dove coltivandosi, per memoria dei consigli del Savonarola, l'arte del miniare e del dipingere, se ne invagh mirabilmente, e si di a studiare assiduamente le opere de' grandi maestri, specialmente del famoso fra Bartolomeo della Porta, tanto che ben presto fece opere degne di gran lode, ed il Vasari la pone accanto agli artisti di fama per la bont del disegno; se non che le mancava forse un poco l'invenzione e la variet, non potendo, a quel mo' rinchiusa in un chiostro, vedere le grandi diversit de' volti umani, secondo il mutar degli affetti, n le bellezze pi vive della natura. Le sue migliori opere sono un Cenacolo, che fece per il refettorio del suo convento; e una Deposizione di croce, che  reputato il suo capolavoro, ed  veramente bellissimo, come quello che arieggia il fare un po' di fra Bartolomeo, e un po' d'Andrea del Sarto. Oltre all'essere tanto valente nella pittura, fu la nostra Plautilla dotata di gran senno e di esemplare virt, per la qual cosa fu pi volte chiamata al governo del monastero, e mor in concetto di santa, nel 1588, lasciando parecchie allieve che le fecero onore.
Il discorso della Gegna ebbe lodi ed applausi; che le diedero materia da poter mostrare quanto era valente nelle cerimonie, rispondendo parole di squisitissima cortesia, di eccessiva modestia, e facendo mille e mille di quelle svenevolezze che fanno coloro, i quali si chiamano complimentosi; per modo che la direttrice non pot tenersi che non le dicesse:
"Ma, signora Gegna, non sia tanto cerimoniosa, e non parvifichi tanto le cose sue: la modestia e la manierosa civilt sono due belle virt; ma si ricordi, che
  . . . . quando eccede
Cambiata in vizio la virt si vede.
E la buona fanciulla, rispose facendo bocca da ridere:
"Ella ha ragione; ma che vuole? son fatta cos; e con tutto il proposito di temperarmi, ricasco sempre nel difetto medesimo."
La conversazione si volse allora al piacevole, trattandosi di questa materia delle cerimonie, e dei cerimoniosi che opprimono le brigate con le loro ridicole parole ed atti scimmiotteschi; ma non biasimarono tanto le cerimonie, o come si dice i complimenti, che non lodassero molto quelli che nascono da vera cortesa, e che mostrano in chi gli fa uno spirito pronto ed arguto: tra' quali il maestro ricord quello di Annibale, che, interrogato da Scipione affricano chi egli stimasse il pi famoso tra' grandi capitani, rispose: Alessandro; - e il secondo? Pirro - e il terzo, continu Scipione, forse impaziente di udir nominar s: Annibale, replic Annibale - O se tu mi avessi vinto? esclam allora Scipione che aveva vinto Annibale - Se ti avessi vinto, rispose Annibale, mi sarei messo il primo. Questo modo gentile di dar il primato a Scipione, mostra che Annibale, bench barbaro, aveva spirito gentilissimo.
Gentile e spiritoso, disse la direttrice, fu quello di un gabellotto di Parigi. Il famoso Maresciallo di Sassonia tornava da una passeggiata nei contorni di quella citt: arrivata la carrozza alla barriera, il gabellotto apre lo sportello per domandare se vi fosse nulla da gabella; ma, conosciuto il valoroso Maresciallo, richiuse tosto, dicendo: Gli allori non pagano gabella.
Altri simili motti si dissero anche dalle alunne, non tutti belli e saporiti, finch venne l'ora di andarsene: fu per altro notato che nel fare le diportanze la signora Gegna si temper molto, e non fece n disse cosa, che nemmeno rasentasse la svenevolezza.


21. CATERINA DE' MEDICI.

"Signorne, stieno attente: alla signora Sofa, che ha nome di una imperatrice, ho dato a raccontare la vita di una gran regina; e son certa che l'avr scritta da sua pari. - E volta alla giovane che doveva leggere, disse: Signora Sofa, siam qui ad ascoltarla; il perch la fanciulla mise mano al quaderno, e cominci:
Questa Caterina de' Medici, della quale debbo oggi parlarvi, e che fu Regina di Francia famosissima, nacque in Firenze l'anno 1519 da Lorenzo de' Medici duca d'Urbino, nipote di papa Leone X, e da Maddalena di Boulogne, de' Reali di Francia. Al tempo dell'assedio di Firenze, nel 1530, fu presa e tenuta in ostaggio dai Fiorentini, minacciando di legarla alla bocca di un cannone, e scagliarla a pezzetti nel campo imperiale, se non cessavano il bombardamento: ma poi non ne fecero altro; e tornata la famiglia di lei a Firenze con piena signora, papa Clemente VII, stretto suo parente, tratt con Francesco I re di Francia il matrimonio di quella fanciulla col giovane Enrico secondogenito del re, il quale, morto suo padre, e poi il fratello maggiore, prese egli la corona, e la Medici per conseguenza divent Regina di Francia. Nel 1559 per, in un torneo, fatto per occasione delle nozze di Margherita di Valois, sorella del re, con Emanuele Filiberto di Savoja, Enrico fu gravemente ferito in un occhio da una scheggia di lancia, della qual ferita poco appresso mor, succedendogli il figliuolo Francesco nella fresca et di 17 anni; e Caterina prese la reggenza. Cominciavano allora le feroci e terribili guerre civili tra Cattolici ed Ugonotti, cio Protestanti; ambedue le quali fazioni pigliarono a pretesto la religione, per tirare a s il governo del regno; e la Reggente, con arte ed astuzia finissima, si teneva ora con questi ora con quelli, educando secondo i principii della sua fina politica i tre figliuoli, che regnarono l'uno dopo l'altro coi nomi di Francesco II, di Carlo IX, e di Enrico III. Nel 1572, regnando Carlo I, Caterina, istigata dai Guisa, capi dei cattolici, e d'accordo col Papa e con Filippo re di Spagna, ordin la famosa strage de' Protestanti, che nella storia si conosce col nome della Notte di S. Bartolomeo, perch in quella notte, ad un certo segno, dovevano essere e furono sgozzati quanti Ugonotti diedero nelle mani dei Cattolici, che furono un numero infinito. Anche dell'assassinio del Duca di Guisa e del Cardinale di lui fratello si vuole che ne fosse consigliatrice questa Caterina, perch il Duca e il Cardinale avevano istigato i Parigini a scacciare Enrico III, gi succeduto al fratello Carlo IX. Lasciando stare se l'accusa sia falsa o vera,  vero per altro che a lei dee saper grado la Francia, se questi ambiziosi e inquieti baroni non la ridussero in brani, come era ne' loro disegni. Mor Caterina nel 1589; e bench storici e poeti francesi scrivessero ogni vituperio di lei e degli Italiani; niuno pot n potr mai negarle gran senno politico, e grande accortezza e costanza. Fu bellissima della persona, e di graziose maniere, ma nel tempo stesso cupa ed altiera; e come tutti i Medici, fu gran protettrice di letterati e d'artisti; e raccolse antichit e manoscritti di ogni genere, adornando Parigi di sontuosi edifizj.
Finita le lettura, la direttrice domand se c'era nessuna che volesse fare osservazioni: alla qual domanda si alz la signora Bettna e disse:
"Dubiterei, signora direttrice, se questa Regina di Francia faccia pi onore alla Italia per le grandi e rare doti, o torto e vergogna per i due orribili fatti della strage del S. Bartolomeo, e dell'assassinio dei Guisa; e se meriti veramente di esser messa tra le donne illustri".
"Che meriti di esser messa tra le donne illustri, rispose la direttrice, non c' dubbio veruno, perch niuno, neppure i Francesi, impugnano gli alti e rari suoi pregi. I due fatti orribili da lei ricordati le farebbero senza dubbio gran torto, quando veramente fossero mossi da essa: ma ci si nega da storici gravissimi, sulla fede di monumenti certi, i quali dimostrano, che la tela fu ordita in ambedue i casi dai capi delle stte; n sarebbe stato possibile alla Regina l'impedirlo, senza grave pericolo di s e de' figliuoli. Loro, signorne, non possono aver idea, neppur lontana, di che cosa sono per una nazione tempi simili a quelli ne' quali Caterina govern la Francia: per giudicare gli atti di chi in simili tempi si trova a reggere uno stato, bisognerebbe conoscere ogni pi minuta circostanza di essi atti; bisognerebbe sapere le segrete ragioni che gli mossero. Gli storici dall'altra parte non dnno maggior lume, perch, secondo la stta cui appartengono, secondo o levano a cielo o cuoprono di ogni vituperio il capo di uno stato. Dove per tanto abbiamo il biasimo dubbio, come nel caso della regina Caterina, e i pregi certi e riconosciuti anche dagli avversari, di questi pregi  da tener conto; e per questo rispetto non ci ha un dubbio al mondo che essa regina  dirittamente da annoverarsi tra le donne illustri e degne di lode, non che da reputarsi onore e lume della Toscana e della Italia.


22. OLIMPIA MORATA.

La lettura di questa ventesima seconda domenica toccava ad una giovinetta chiamata Olimpia, figliuola d'un negoziante assai ricco; buona e studiosa, ma di non troppo ingegno; la quale essendo anche molto peritosa, non era possibile indurla ad andare sulla poltrona dove tutte solevano leggere, e ci volle del buono e del bello, prima che vi si lasciasse condurre. Postasi per altro a sedere, si fece animo ad un tratto, e lesse con voce assai ferma.
La Olimpia Morata fu delle pi dotte del suo secolo. Nacque a Ferrara nel 1526. Il padre di essa, accortosi del suo distinto talento, lo coltiv con ogni diligenza: ed ella fece maravigliosi progressi nella filosofa, e nelle lingue antiche. Fu ammessa alle lezioni che si davano alla principessa Anna d'Este. Fece l'ammirazione di tutta la corte per la facilit con cui rispondeva in greco ed in latino alle interrogazioni che gli si facevano. Il soggiorno alla corte di Ferrara fece s che il talento gli si svilupp sempre pi. Partecip alle nuove opinioni religiose de' Protestanti, che allora eran nate in Germania. Perd il favore della Duchessa; e torn in famiglia per assistere il padre moribondo. Rimasta sola con la madre inferma, s'incaric della educazione di tre sorelle e di un fratello tuttora bambino. Spos nel 1548 un giovine medico tedesco, che si chiamava Andrea Grundler; e and con lui in Germania, portando seco il fratellno. Fermatisi in una piccola citt, questa fu assediata dalle truppe dell'Imperatore, che faceva la guerra ai Protestanti. Dopo lungo assedio fu presa d'assalto, saccheggiata e bruciata. La Olimpia sfugg a stento. Spogliata da' soldati, che la lasciarono con la sola camicia, scarmigliata e scalza, seguit il marito, conducendo seco il fratello ancor fanciullo. Corsero quasi tutta la Franconia, scacciati da per tutto dove si presentavano. Il conte di Erbach finalmente diede loro asilo. Suo marito fu poco dopo fatto professore ad Idelberga. La salute della Olimpia si era guastata per le sofferte traverse; e dopo una fiera malatta, che dur un anno, mor nel 1555. Quando mor non aveva ancora 20 anni. Parte delle opere di lei fu bruciata nell'incendio di quella citt donde dov fuggire. Nel 1562 furono stampate a Basilea quelle che aveva potuto salvare con questo frontespizio: Tutte le opere che si sono potute trovare di Olimpia Fulvia Morata donna dottissima e veramente divina. I poeti di quel tempo levarono alle stelle cos celebre donna. Ne fecero elogio il famoso storico francese De Thou, ed altri molti scrittori italiani, francesi e tedeschi.
La signorna si alz per tornare al suo posto, finito che ebbe di leggere, e tutte le compagne cercarono di incoraggiarla con applausi e con amorevoli parole. Anche il maestro la incoragg; ma la confort a studiare, dicendole: "Il suo discorso non  fatto male, e per una fanciulla di et s tenera come lei, merita lode; ma per poter dire  fatto bene ci corre di molto. Lascio andare le parole errate, e le inesattezze, come sarebbe il distinto talento, ambedue voci false, dovendosi dire, invece di distinto, nobile, singolare, o simili; e invece di talento, ingegno, e come sarebbe gli per a lei, femminino. Anche quel talento che si svilupp all'Olimpia non  frase elegante; e poteva dirsi che l'ingegno sempre pi le fior, prese forza, crebbe ali, o simili: n certo  una eleganza il ripetere l accanto accanto il verbo medesimo. Ella non pu ancora conoscere l'arte dello scrivere, e i pregi dello stile; ma l'avverto, ed avverto tutte queste signorne, che uno de' pi gravi difetti dello stile  quel fare di ciascun inciso un periodo, come appunto ha fatto oggi la signora Olimpia, in modo pi scoperto di qualcun altra che ha letto innanzi di lei: il qual difetto stanca e disgusta il lettore, facendogli parere di essere come asmatico. A fuggirlo pertanto studino prima di tutto la grammatica; pongano mente ai tanti modi di congiunzione che essa ci insegna; ai gerundj, ai participj passati, che sono come tanti cavalcava da proposizione a proposizione, e servono mirabilmente a render sonoro e ben disposto il periodo: ma soprattutto leggano i buoni scrittori, per veder col fatto come essi abbiano saputo giovarsi di tali aiuti, e con qual arte si governino, per dare a ciascuna idea il luogo che le si conviene secondo l'ordinato procedere del discorso".
Non prima aveva finito il maestro il suo ammaestramento, che la direttrice prese ella a dire: "Ci ha detto la signora Olimpia che la Olimpia Morata partecip alle nuove dottrine religiose de' Protestanti; e di questo la debbo biasimar forte, non perch'io sia intollerante, ma perch il mutare religione mi pare troppo brutta cosa; e perch  mossa generalmente, non da un sentimento vero, ma da secondi fini, spesso vili e tristi. La Olimpia lo avr fatto per avventura affine di andar a' versi alla principessa di Ferrara, che quella dottrina favoriva per cagioni non lodevoli; ma loro hanno veduto che fu amaramente punita, essendo per questa sola cagione precipitata in quel mar di sventure dove perd miseramente la vita: e noto altres che i suoi pregi sarebbero stati pi onorati e pi belli, se non gli avesse oscurati con l'apostasa, la quale in fin dei conti  odiata da tutti, perch i seguaci della religione che abbandoni ti voglion male e ti dispregiano per la tua tristizia; i seguaci della religione nuova ti disprezzano anch'essi per la vilt dell'abbandono; n si fidano di te, reputandoti sempre pronto a ripudiare la nuova, come la vecchia.

23. TULLIA D'ARAGONA.

"Stamani, mie care compagne, debbo raccontarvi la vita di una gran donna, di sangue reale, e famosa poetessa: l'argomento  troppo grave alle mie deboli forze, e volentieri mi sarei scusata dal trattarlo; ma ne ha potuto pi la ubbidienza alla nostra buona direttrice, ed il non volere esser io quella che rompa, o frastorni il corso di queste nostre care conversazioni. Ascoltatemi dunque; e se dico degli spropositi, compatitemi e correggetemi."
Queste parole disse, a modo di preambolo al suo scritto, la fanciulla che doveva leggere in questa domenica: una bella e brava ragazza per nome Claudia, la quale tosto incominci.
I particolari della vita della Tullia d'Aragona, che oggi debbo narrarvi, son poco noti; ma vi dir con certezza ch'ella nacque dai Reali Aragonesi di Napoli sullo scorcio del secolo XV: che suo padre fu Pietro Tagliariva d'Aragona; e che fin da bambina era ammirata per la sua rara dottrina, perch, lasciando stare che sapeva ottimamente il latino e l'italiano, scriveva anche versi e prose con rara eleganza; sosteneva dispute di ogni maniera con gli uomini pi dotti del tempo suo: sonava eccellentemente varj strumenti, e dolcissimamente cantava. Della persona bellissima, da ogni suo atto o detto spirava grazia ineffabile, onde ciascuno rimanevane preso, e scrivevane altissime lodi, e versi gentili. A tali versi ella rispondeva con altri versi leggiadri, eleganti, graziosi; ed aveva corrispondenza con quanti allora avevano pi bella fama nelle lettere: il Varchi, il Bembo, il Martelli, il Muzio ed altri infiniti. La sua dimora abituale era in Roma; ed in casa sua raccoglievansi quanti erano in quella citt letterati ed artisti; e in suo dialogo volle la Tullia rappresentare una di quelle conversazioni, il qual dialogo, che fu stampato dal Muzio nel 1547, tratta della infinit d'amore. In quell'anno la nostra Tullia era gi avanzata in et, e temperato il bollore giovanile, tent opera di gran mole, scrivendo un poema romanzesco in 36 canti, al quale diede il titolo di Guerrin Meschino, ed  tuttor popolare per tutta Italia. Esso  di facile e piana poesa, c', dicono gl'intendenti, forza ed efficacia; ed  scritto in buona lingua. Essa dice di averlo tradotto dallo spagnuolo; ma  invece rifatto sopra un poema pi antico, come l'Orlando innamorato del Berni  rifatto su quello del Bojardo. La morte di questa valente donna non si sa appunto quando avvenisse; ma pare circa al 1560. I pareri degli scrittori sono diversi rispetto ad essa: alcuni la descrivono come donna dissoluta e scostumata: altri la dnno come esempio di costumata gentildonna. I savj per altro amano di credere quel che ne scrive un uomo di molto senno, il quale ne avverte come la maldicenza non perdoni a nessuno, e che pi si mostra contro chi pi ha ingegno maligna; e, che specialmente a donna bella, dotta, e di grande ingegno, colto e vivace, molto nocciono il rigore degli austeri; la invidia di coloro che non le si possono avvicinare; e pi che altro la rivalit delle donne.
Dopo i soliti applausi e le solite lodi, vedendo che niuno faceva osservazioni, si alz quella signorna che due domeniche innanzi aveva domandato come bisogna governarsi per le voci significative di cose nuove, e ricord la sua promessa al maestro, il quale prontamente rispose:
"Coloro che insegnano doversi fuggire le voci e maniere errate, se non sono di que' pedanti, i quali nulla vogliono si dica o si scriva, che prima non sia stato scritto dai Classici e non sia ne' Vocabolari, tutti son d'accordo nel condannare l'uso di quelle tali voci e maniere, o barbare o nuove, quando nel corpo della lingua italiana ci sono le corrispondenti, pi belle per avventura, pi chiare, e pi efficaci, come sarebbe il dir progetto, o piano invece di proposta, disegno o simili: controllare e controllo per sindacare, riscontrare, revisione, riscontro, secondo i casi. Ma per quelle cose che sono di recente invenzione e di forma speciale, consentono che si debba adoperare la voce nuova, ed anche la forestiera italianizzata, o lasciata tale quale, se  di invenzione forestiera; e cos non biasimano chi dice canap, vagone, cislonga, ed altre infinite, perch, essendo voci significative di cose nuove, con una forma speciale e destinate a quel dato uso, farebbe piuttosto ridere che altro, chi volesse pur nominare quelle cose con voci di classici nostri, come quel tale il quale voleva che al canap si si sostituisse lettuccio, e il pianoforte si chiamasse gravicembalo. La lingua, signorne, non si guasta per poche parole nuove, ma per il falso uso delle congiunzioni e di certi costrutti, e per la smania di usar voci e modi falsi e barbari in cambio dei buoni nostrali. Questo  vero peccato, e da meritare titolo di snaturati a quelli Italiani che lo commettono: del rimanente si pu far anche noi quello che fanno altri popoli per le cose d'invenzione nostra, pigliare le voci pari pari e usarle senza tanti scrupoli. Ne dar un esempio. La musica, se non  nata in Italia, in Italia ha avuto perfezione: Inglesi, Francesi e Tedeschi hanno travasato nelle lor lingue molta parte del linguaggio musicale nostro, senza che per ci le loro lingue ne abbiano scapitato nulla. Ma in iscuola torneremo su questa materia: basti per oggi l'averla sfiorata.


24. ISABELLA ANDREINI.

Restavano due sole fanciulle a compire il numero delle venticinque che dovevano legger la Vita, e questa penultima, alla quale toccava oggi, si chiama Jole, vispa ed arguta poco meno che la Eglna. Essa per tanto and al suo luogo senza esitare, e ad alta voce lesse:
La Isabella Andreini, che fu al suo tempo famosissima per la sua eccellenza nell'arte comica, nacque a Padova nel 1562; ma pu chiamarsi mezza pistoiese, perch spos Francesco Andreini pistojese, famoso comico e letterato del secolo XVI, e fu madre di Giovanni Battista, celebre comico e scrittore pur esso. Esercitando la sua arte, bench viaggiasse continuamente, e fosse lodata e corteggiata da infinito numero di signori e di artisti; era non meno celebrata per la sua onest, e per la purit de' suoi costumi. Non aveva altro pensiero che l'amore dell'arte, e il desiderio di acquistar fama: il perch studi fino da bambina le buone lettere, il che ella dice da s nella dedica delle sue lettere a Carlo Emanuele primo, con queste parole: "Appena io sapea leggere, per dir cos, che il meglio che seppi mi diedi a comporre la mia Mirtilla, favola boschereccia, che se ne usc per la porta della stampa, ec." Queste lettere son piene di singolari notizie, e di pensieri nobilissimi; n si leggono senza istruzione o diletto. Furono pur lodatissimi a quel tempo i suoi Dialoghi, ma nominanza maggiore diedero alla Isabella le sue Rime volgari, nelle quali gli storici della letteratura affermano esserci dei grandi pregi. Andata anche in Francia a dar prova del suo valore nell'arte, vi ebbe lodi ed applausi senza fine, ed Enrico IV la onor con lettera cortesissima, dandole titolo di dama. Poco tempo appresso mor di parto in Lione il d 10 di giugno del 1604; e quel comune onor solennemente la sepoltura di lei; come fu celebrata la sua memoria da molti letterati in una raccolta di poesie intitolata: Il Pianto di Apollo.
Finita la lettura, e cessati gli applausi, il maestro disse: "Brava signorna, il suo lavoro  ben condotto e bene scritto: solo la voglio avvertire che la voce dedica da lei usata a proposito delle lettere della Andreini,  poco elegante, e che meglio sarebbe stato se avesse detto Dedicatoria.
La Jole, a cui non moriva la parola in bocca, rispose allor prontamente: Le lodi del signor Maestro io le accetto come stimolo a far sempre meglio; della correzione lo ringrazio tanto e poi tanto. Se per il mio racconto merita quelle lodi, debb'essere stato il caso pi che altro, perch, a dire il vero, io l'ho fatto non per genio ma per ubbidienza, non parendomi degna una commediante, anche brava, di essere chiamata Donna illustre.
"Adagio, signorna, rispose la maestra: il suo ragionamento, oltre all'essere un poco presuntuoso,  falso. Lo so che, per il poco decoro di molti commedianti, e per le male usanze che ci sono state, e ci sono tuttora nei teatri, l'esercizio dell'arte comica  stato ed  riputato vile e spregevole ; ma ci sta bene solamente quando chi l'arte esercita lo fa viziatamente e senza altro fine che il guadagno. Ma l'arte  in s stessa nobile e degna: efficacissima alla educazione del popolo, ed altamente civile: n sono degni di dispregio, ma di somma lode coloro che nobilmente la esercitano, come quelli che la civilt aiutano al pari d'ogni altro artista. Senza che, bisogna avere ingegno tanto pronto e tanto nobile: bisogna tanto studiare e tanto sudare per divenir grande artista drammatico; che i pochissimi a' quali tocca tal sorte, son bene da annoverarsi tra i personaggi che onorano una nazione, specialmente allora quando nell'esercitar l'arte si mantengono incorrotti, ed esempio di costumatezza e di onest, come appunto fu la Isabella Andreini. La quale per non fu registrata fra le donne illustre solamente come commediante; ma come donna di grande ingegno, e come una delle migliori letterate del tempo suo. E certo la signora Jole non pens a questo, quando fece la sua poco discreta osservazione.
"Sono stata un po' troppo avventata, lo confesso, replic la signorna: me ne rendo in colpa, e ne chiedo perdono, specialmente per avere indirettamente censurato la scelta fatta della signora direttrice. E questa lezione ch'ella ora mi ha dato, sar medicina santa per l'avvenire".
Altre parole di scusa dall'una parte, e di amorevolezza dall'altra, passarono tra la direttrice e la signorna: poi, dopo altri piacevoli, ed istruttivi discorsi, ciascuna and alla propria casa.


25. PORZIA ROSSI(1).
Doveva parlarsi in questa domenica di madonna Porzia Rossi; e come essa nacque dalla nobil famiglia Rossi pistojese, cos era stato invitato all'Istituto il signor Girolamo Rossi, compitissimo cavaliere, il quale vi and con la sua Signora, per udir le lodi di questa donna, che tanto onora la sua famiglia. Toccava la lettura a una brava giovanetta pistoiese, chiamata Rachele; la quale un poco vergognosa per la presenza dei nobili sposi, incominci con voce tremante.
La donna illustre di cui debbo oggi parlarvi  chiaro ornamento di questa nostra citt, e lume nobilissimo della patrizia famiglia Rossi. Essa nacque in Napoli, da Giovanni Rossi, dell'antica e nobil famiglia pistojese, e da Lucrezia Gambacorti, famiglia anch'essa nobilissima, la quale ebbe gi la signora di Pisa. L'anno appunto non si sa; ma certo nel primi del secolo XVI, quando la famiglia de' Rossi, emigrata molto tempo indietro da Pistoja per cagione delle parti, e riparatasi in Napoli, possedeva gi nel Regno castella e barone. Giovanni de' Rossi usava spesso nel palazzo di Ferrante Sanseverino, principe di Salerno che aveva per segretario un erudito gentiluomo e poeta, Bernardo Tasso: questi, veduta per avventura nelle case del suo signore la nostra Porzia, che era bellissima e gentilissima, se ne invagh, e fece pensiero di chiederla per isposa: a che avendo volentieri acconsentito i genitori di lei, si fece lo sposalizio nel 1539. Bernardo, avuta licenza con larga provvisione dal principe di Salerno, si ritrasse in Sorrento, vivendo con la sua diletta Porzia una vita di paradiso; la quale fu rallegrata anche pi nel 1544 dalla nascita di quel figliuolo, che fu poi l'autor della Gerusalemme, dico il divino Torquato. Il padre per non vi fu presente, perch, richiamato dal suo signore, stato eletto capo della fantera imperiale, dov seguitarlo in Alemagna; e abbandonare le pure gioje di famiglia. Che cuore fosse quel della Porzia non pu significarsi a parole: tuttava la sventura sopport da sua pari; e solo dopo un anno pot rivedere il suo caro marito, e mostrargli tutta lieta il piccol Torquato. Breve per altro fu la dimora di Bernardo; il quale, per debito di suo ufficio, dovette poi sempre star lontano dalla famiglia; e la cara sua moglie si consolava solo con le affettuose e gravi lettere del suo sposo; e attendendo con ogni sollecitudine alla educazione del suo Torquato, il quale, se divent quel che divent, si deve in gran parte al senno e alla meravigliosa prudenza di sua madre. Ma essa doveva sopportare altri dolori! Essendo Bernardo a Parigi, seppe che la sua Porzia e la Cornelia sua figliuola erano state prese da grave malatta, il perch, presa assoluta licenza dal Sanseverino, fece proposito di fermarsi a Roma, non tenendosi sicuro in Napoli: intanto procur che la moglie con la figliuola riparassero in un monastero di Napoli, e Torquato col suo ajo venisse a Roma. La Porzia rimase dolentissima di doversi separare da Torquato, che per dieci anni era stato l'obietto di ogni sua cura, di ogni suo studio: si consumava dal desiderio di ricongiungersi a lui ed al marito; ma sempre pi afflitta dal desiderio che si prolungava, fu presa da morbo repentino, che la rap all'amore del suo Bernardo il d 9 febbrajo 1556.
I molti valentuomini che in Napoli, a Salerno, a Sorrento avevano ammirato le doti del suo animo e del suo ingegno pietosamente la piansero; e il desolato suo marito non poteva trovar conforto a tanta perdita; e per lettere e in versi sfogava il suo dolore, che per non si disacerbava. Torquato, bench fanciullo, conobbe la sventura di tanta perdita, cui pianse amaramente, e amorosamente ricord la madre nella pi bella fra le sue canzoni.
Finita la lettura e gli applausi, il cavalier Rossi e la Signora ringraziarono la direttrice dell'avergli invitato, e la Rachelna di aver parlato con tanto garbo della loro illustre antenata. Sapendo poi che la domenica seguente era quella ordinata per la ricreazione delle alunne, vollero che la direttrice promettesse di andare a passar quella giornata alla loro magnifica villa di Felceti; e dopo che, non senza qualche cerimonia, la direttrice lo ebbe loro promesso, que' signori salutarono garbatamente e partirono. Essendo per altro tuttora presto, il maestro propose che prima di andar via, una delle signorne leggesse parte di una bellissima e gravissima lettera di Bernardo alla sua Porzia dove appunto parla della educazione de' figliuoli: e trovato libro e pagina, lo di alla signora Zara, accennandole il luogo, la quale lesse quanto segue:
Dico adunque che, eziando che il Datore d'ogni grazia ce gli abbia dati (se la paterna affezione non m'inganna, per quanto in questa tenera et si pu conoscere) belli di corpo e d'animo, nulladimeno per ridurgli a quella perfezione che si desidera, hanno bisogno di coltura(1); "perch, siccome non  terra s aspra, s dura e s infeconda, la  quale, clta, non divenga subito molle, fertile e buona; n alcun buono albero, che, non essendo, col trasportarlo o con l'innestarlo, coltivato, non ritorni sterile e selvaggio; cos non  ingegno di natura rustico e rozzo, che con una lunga e buona instituzione e disciplina non si faccia gentile e docile; n s buono e felice, che senza buona e diligente creanza non si corrompa e degeneri dal primo suo buono instituto. E perch l'uso agevolmente si converte in natura, dobbiamo con ogni studio affaticarci, mentre che l'albero  tenero e pieghevole, di volgere e piegare il tronco de' loro pensieri, e i rami delle loro operazioni alla parte pi virtuosa e pi bella: ch, siccome nella tenera scorza d'un giovine arbuscello le picciole lettere stampate ed iscolpite crescono col tronco gi fatto grande, e con lui vivono eternamente, cos questi documenti ed esempj di virt s'imprimono e pigliano tanto vigore e spirito nell'animo del fanciullo, che non n'escono giammai: altrimenti, lasciandolo indurare e crescere in mal uso, non si potr, per alcuna diligenza n studio che vi si ponga, volgere a miglior parte, non pi che si possa la ruota del carro, gi torta, raddizzare." Per, poich Cornelia nostra  omai uscita dall'infanzia, e si fa di giorno in giorno di corpo pi grande, e di spirito pi acuto e pi vivace, nel quale, come in terreno fertile e atto, si pu gi incominciare a spargere alcun seme degno di noi: "e perch non  semenza pi nobile, n donde nascano in abbondanza pi preziosi frutti, n pi utili, o necessarj per iscacciare la fame e la sete delle mondane delizie, che quella del nome e dell'amor di Dio;"  di mestieri che procuriate con tutte le forze vostre, e con ogni vostra diligenza d'imprimere nella pargoletta anima il nome, l'amore e i pensieri di lui; affine che impari ad amare e ad onorare colui, dal quale riceve, non solo la vita, ma tutti i beni e le grazie che possono fare l'uomo felice in questo mondo e beato nell'altro. Studiate medesimamente d'innestare nella tenera mente sua il timore di esso Dio: il timor, dico, non vile, non servile, il quale non piace alla Maest sua; ma quel nobile e gentile, il quale stia ad ogni ora s unito e s congiunto con l'amore, che non si possano in alcun modo dividere n separare: perch da questi due fratelli cos congiunti e cos uniti ne nasce la religione; la quale, a guisa d'ombra, che, ancorch lasci l'erbe inutili e selvaggie germogliare, non le lascia per maturare n far frutto, cos non lascia alcun vizio vergognoso n capitale fermar le radici negli animi loro, n venir a tempo che possa produrre alcun frutto di scellerit. Or perch sappiate ci che importi questa parola costumi, vi dico che "costume non  altro che, in tutte le cose che si dicono, servare una certa modestia e onest; e in quelle che si fanno, un certo ordine e un certo modo atto e conveniente, ne' quali riluca e risplenda quella dignit e quel decoro, che, non solamente gli occhi e gli animi de' prudenti, ma degli imprudenti ancora diletti muova a maraviglia." I costumi si dividono poi dalla ragione e dal tempo: perciocch alcuni s'insegnano e s'imprimono ne' puerili animi dalla ragione e dalla diligenza d'altri: alcuni dalle loro considerazioni e dal proprio loro giudicio col tempo s'imparano. Piglierete adunque pensiero d'insegnar loro quella parte ch'a voi pi si richiede. "Due sono i modi dell'insegnare: l'uno con le ragioni e con gli ammaestramenti; l'altro con gli esempj: e perch il senso dell'occhio  pi veloce che quello dell'orecchio, e ha maggior forza dalla natura, bisogna, signora Porzia mia, volendo creare(1) i vostri figliuoli e rendergli tali, che coi loro costumi e virt meritino d'esser laudati, che vi mostriate tale a loro, quali desiderate che essi si mostrino ad altri. La tacita disciplina, e quella che pi ragiona co' fatti che con le parole,  quella che pi giova; ch, se vorrete a' vostri figliuoli que' documenti dare, de' quali voi non vi serviate, sar il medesimo che se uno volesse insegnare ad un amico un cammino, ed egli s'inviasse per un'altra strada. " di mestieri, dovendo instituir bene i suoi figliuoli, che il padre e la madre siano di natura moderati e gentili; e con tanta diligenza e studio affettino(2) la loro virt, che a guisa d'un prezioso liquore s'affatichino d'infondersi per gli occhi, e per gli orecchi nell'animo e nell'ingegno del fanciullo, e di trasformarsi tutti in lui," perch, subito che comincia con puerili pensieri a discorrere e a spaziarsi, se non nelle interne, almeno nell'esteriori e superficiali parti della ragione, rivolge e affissa gli occhi e gli orecchi nel padre e nella madre; e mira e osserva con grandissima attenzione tutto ci che essi fanno o dicono. "E l'ammirazione della paterna virt  pungentissimo sprone per far correre lo spirito del figliuolo per quel medesimo cammino che corre il padre." E sovra tutto abbiate pensiero alla disciplina domestica della vostra famiglia; e procurate che niuna brutta, empia, n lasciva parola pervenga agli orecchi dei figlioli; n alcuno atto disonesto, n vergognoso, agli occhi loro si rappresenti; e questa dee essere propria cura e studio vostro: poich il pi del tempo gli tenete nel seno(1); e stando con voi affissano gli occhi nel vostro volto, e da voi imparano e a parlare e a camminare. Non gli menate in alcuna casa, ove non sia una gentile e casta creanza; "perch, siccome dai luoghi che sono d'ogni intorno salutiferi non pu venir aura che non sia benigna e vitale, cos dalla consuetudine de' buoni e de' virtuosi costumi non pu venire se non fiato di buona disciplina." Ed eziando che questi costumi, da alieno studio impressi nella mente dei fanciulli, non siano vera virt, ma similitudine, immagine e ombra sua; nulladimeno avviene in corso di tempo (tanta  la forza della consuetudine) come della femminile statua di Pigmalione, che, per grazia di Dio, in ispirito e vita di vera virt si trasformano. E avvertite di non cadere in quell'errore, nel quale caggiono la pi parte delle altre madri, le quali con la troppa indulgenza, col compiacere di soverchio alle volont e al desiderio de' figlioli, non pur non facendo o dicendo, ma non consentendo che altri faccia o dica cosa contra la loro volont, corrompono i costumi loro; e a questo modo gli dnno in preda alle delizie, facendo il piacere e 'l senso signore, anzi tiranno, dei loro giovani pensieri. Non dico per questo che dobbiate correre per quello estremo dal timore n delle battiture; anzi biasimo quelli che battono i figliuoli, non meno che se nella immagine di Dio avessero ardire di porre la mani. La virt non si ha da conservare ne' pargoletti animi n con sferza n con timore, perch "il timore  debile e infermo custode della virt;" ma  di mestieri di servare quella mediocrit tanto lodata in tutte le nostre operazioni. E siccome si dee guardare che la troppa durezza e severit non divella(2) l'amore del padre talmente dall'animo del figliuolo, che tutto ci che conosca essergli grato sia in odio a lui, cos medesimamente si dee procurare che, per la troppa piacevolezza e indulgenza, non si spogli di quel timore e di quel rispetto, n di quella reverenza, che egli  solito e debitore di portarli. E se pur alle volte (ch per la imperfezione della nostra natura  impossibile altrimenti) cadono i figliuoli in qualche errore, se  picciolo, mostrate di non vederlo; s' mediocre, riprendeteli con amorevoli pi che con severe riprensioni, a guisa di buon medico, il quale vuol piuttosto sanar l'infermo con la dieta e con la vigilia che con la scamona: se pur  grande, non usate pi con loro della solita piacevolezza e liberalit; mostratevi loro collerica, severa e difficile. Infiniti altri sono gli ammaestramenti che alla buona educazione s'appartengono; ma, perch dubito col troppo cumolo di non confondervi l'animo; e perch mi pare d'avere anco toccati tutti i capi principali e generali, sotto le cui leggi si ristringono gli altri particolari, mi contenter d'averne parlato sin qui; lasciando cos, come a me riservo la cura delli studj di Torquato, allor che l'et convenevole lo ricercher, a voi, che donna sete, il pensiero d'insegnare a Cornelia tutti quegli esercizi che a virtuosa vergine, quasi ornamento della sua bellezza e virt, sono dicevoli e necessarj; il che so che saprete fare perfettamente. Vivete lieta; e col piacere che pigliate de' cari figliuoli, che ognor presenti vi rappresentano l'immagine mia, passate il fastidio della lontananza del marito. -
La direttrice fatta notare la bellezza, e i saggi ammaestramenti di questa gravissima lettera, e confortate le signorne a meditarla studiosamente, le licenzi, invitandole, per la domenica appresso, alla ricreazione.

 LA RICREAZIONE.
Era stata accettata la gentile profferta del cavalier Girolamo Rossi; e la ricreazione della domenica ventesimasesta doveva farsi alla sua villa di Felcti. La direttrice aveva detto alle sue alunne che sarebbe stata una bella cosa, se tutte venissero vestite ad un modo, con semplice abito bianco, in capo un cappello di paglia, di questi detti Pamele, con nastro celeste; e una cintura parimente di nastro celeste, con fibbia d'acciajo: e tutti i lor genitori secondarono il desiderio della direttrice. Venuta dunque la domenica tanto desiderata dalle alunne, ciascuna di esse fu in piedi a levata di sole per vestirsi; ed all'ora posta, che furono le otto, in varie carrozze tra di padronato e di vettura, uscirono tutte dalla citt con la direttrice e i maestri. La villa di Felcti  circa quattro chilometri distante da Pistoja, in una collina amenissima; ed ha, cos dattorno, come dentro di s, tutto quello che si pu desiderare di ricco e di delizioso in una villa signorile. Arrivata che fu lass la nostra comitiva, ci trov il cavalier Rossi medesimo, che invit tutte ad una colazione da lui fatta preparare nel bosco delle Camelie dalla parte di dietro del palazzo, dove si pass un'oretta in lieti ed amorevoli ragionamenti; finiti i quali il gentil signore si accomiat, dicendo che egli se ne tornava a Pistoia, per lasciare piena libert alle signorne, e che la signora direttrice lasciava assoluta padrona della villa e del parco: e come la carrozza era ad aspettarlo in fondo al magnifico viale de' cipressi, tutte lo accompagnarono fin laggi con atti e parole di amorevole e riverente confidenza, e di rendimento di grazie. Risalita la lieta brigata alla villa, si raccolsero tutte nella gran sala terrena, dove sono infiniti giuochi piacevolissimi, e chi si diede a far questo, chi quell'altro di essi, senza troppo frastuono o smodata allegrezza, come ne erano state ammonite dalla direttrice, la quale continuamente era presente, partecipando alla loro letizia; ma rimettendo sempre in carreggiata, se l'una o l'altra sgarrasse. Passate due o tre ore nei giuochi di puro spasso e di destrezza, uscirono di casa per andare a passeggiare nel parco, finch venisse l'ora del desinare, essendo ogni cosa ombrato, con fresco soavissimo, bench fosse sul mezzo giorno; e l corse, e l salti, e l scherzi, e canti, e chiacchiere d'ogni maniera ne' varj crocchi di quelle ragazze, sempre per altro sotto gli occhi della direttrice. Il pranzo era ordinato per le due: fu assai ricco, fu buono, fu allegrissimo; e si prolung assai, come suole avvenire quando molti si trovano raccolti insieme. Immaginatevi qui dove erano pi di cinquanta donne, tutte giovani! Preso dopo pranzo il caff in uno spazioso recinto di allori, attorno al quale erano tavole e sedili di pietra, si mise mano da quelle signorne a far giuochi di pegno, e pi che sugli altri si trattennero su quelli della domanda e risposta e dell'uccellin vol vol. Il primo di tali giuochi sta in questo, che uno fa una domanda di cose o morali o civili, e il domandato dee prontamente rispondere, secondo ci che gli detta il proprio senno: giuoco dove molto si esercita l'ingegno, e dove chi ingegno e prontezza ha, pu darne certa prova. Notabili furono due risposte date quel giorno da due di quelle signorne. La direttrice domand alla signora Zara: A qual cosa si pu assomigliare l'invidia, e la signora Zara, stata un poco sopra pensiero, rispose: Al tarlo, perch, siccome il tarlo rode il legno dove nasce, prima che possa rodere gli altri, cos l'invidioso rode e fa male a s stesso, prima che possa offendere altrui. Il maestro di storia domand alla signora Isotta, cui egli conosceva per argutissima, e che pi di ogni altra studiava la storia di proposito: Dica, signora Isotta, quali sudditi crede si possano chiamar pi infelici? E la signorna senza troppo esitare: Quelli che sono sottoposti a pi signori, perch pi difficilmente si riempiono pi sacchi che un solo. L'altro giuoco dell'uccellin vol vol  cos ordinato: il capogiuoco d a ciascuno il nome di un albero, e piglia per s il Pino, poi comincia il giuoco cos: Uccellin vol vol, sopra il Pino non si pos, ma si pos (e qui nomina uno degli alberi assegnati) e nel posarsi disse: e proferisce un proverbio. E allora la persona che ha il nome dell'albero nominato, ripiglia subito: uccellin vol vol, nominando un altro albero; il quale fa lo stesso. Su questo giuoco passarono molto tempo le signorne, perch due di esse, sapendo che si sarebbe fatto, si erano indettate, ed avevano scritto una novelletta sopra il proverbio che avrebbero risposto. Venuta per tanto la volta della signora Giulietta, che era il Lauro, non prima fu detto dalla direttrice che faceva il capogiuoco: uccellin vol vol , sul pino non si pos ma si pos sul lauro, e nel fermarsi disse: la Giulietta, ripetuta la cosa dell'uccellino, disse il proverbio: Chi ben chiede, ben ottiene; e tosto domand licenza di leggere una novelletta, che essa aveva preparato a confermazione di questo proverbio. La direttrice, e tutti in coro risposero che avrebbero avuto cara quella lettura, e la Giulietta, postasi a sedere sul sedle di fondo, incominci:

 NOVELLA 1.
Nella citt di Pistoja viveva, non troppi anni addietro, una donna chiamata Enrichetta, che potrebbe portarsi ad esempio delle buone mogli e delle ottime madri di famiglia. Maritatasi costei ad un uomo assai benestante, e vissuta per molti anni nell'abbondanza, si mantenne sempre modesta, attendendo solo alla cura di casa, ed alla educazione dei due bambini, un maschio ed una femmina, che ella fece ne' due primi anni del suo matrimonio. Ma la fortuna, sempre capricciosa, volse ben presto le spalle al suo sposo, e ben presto quella famiglia si ridusse alla miseria, n and troppo tempo, che morto anche il capo di casa, il quale si ajutava pi che poteva per mantenere alla meglio la famiglia, questa povera donna rest senza un bene al mondo, e per campare sottilmente, faceva di notte giorno lavorando di ricamo ella e la sua figliuola, bellissima ragazza, nel qual lavoro erano molto abili. Il maschio andava a scuola, e non poteva guadagnare; ma studiava di proposito, e dava fondata speranza che a suo tempo avrebbe ajutato la mamma e la sorella: intanto per ogni cosa doveva sperarsi dalle loro mani. Ma erano lavori di donne! e poco pi fruttavano che il puro pane; con tutto ci e la madre e la figliuola sopportavano la miseria con rassegnazione e con dignit, non facendo mai dir di s, e mai non facendo atti indegni di persone ben costumate e gentili. Accadde una volta che, per mancanza di lavoro, non pot metter da parte i quattrini per la pigione; ed il padrone di casa, avaro e spietato, non volle aspettare; ma la minacci di darle lo sfratto e di metterla al tribunale, se tosto non pagava. Quanto la povera donna si travagliasse pensatelo voi! Ma ad un tratto, venutale una ispirazione, la seguit. Era allora in Pistoja un signore ricchissimo, e un poco strano; ma che, trovandolo in buon punto, aveva fatto beneficenze segnalatissime. Se provassi a andar da lui? disse la Enrichetta; e fatto un animo risoluto, and e raccontatogli il fatto, pregollo che l'ajutasse nel presente bisogno, e le restituirebbe il denaro co' suoi risparmi.
"Che volete risparmiare, per l'amor di Dio, se guadagnate il pane a fatica?
E la povera donna stava a capo basso, facendo il viso rosso.
"Il vostro padron di casa per  un bel birbante; e voi so che siete una brava ed ottima donna. O quant' la pigione?
"Dieci scudi disse con voce tremante la donna.
Allora egli, fatto un ordine di 50 scudi:
"Andate dal mio maestro di casa con questo foglio, e vi dar i quattrini per la pigione. 
E senza voler sentire parole di ringraziamento la lasci l, e se n'and. Presentato il foglio al maestro di casa, questi le cont i cinquanta scudi. Vedendo tutti quei denari la povera donna spigott; e timidamente disse: Ma il signore ha sbagliato, io non ho chiesto se non dieci scudi. Il perch, saliti ambedue su da lui, ed essa dettogli che doveva avere sbagliato: S, rispose, ho sbagliato, e il procedere vostro me lo prova. Poi, invece di cinquanta scudi pose uno zero di pi scrivendo cinquecento; e la licenzi.
La buona Enrichetta rimase sbalordita da questa magnificienza, che le di modo di risorgere, a lei ed alla sua famigliuola; e cos vedete, mie buone compagne che: Chi ben chiede, ben ottiene.
La novella della Giulietta piacque a tutte senza fine; e sapendosi che anche la Nina, quella vispa siciliana, aveva preparato la sua, si fece posar l'uccellino sull'albero scelto da lei, la quale prontamente ricord il proverbio: Tutti i ghiotti ci rimangono(1), e non diceva altro, facendo bocca da ridere. Le compagne allora cominciarono a gridare: La novella, la novella, e la Nina, quel giorno pi allegra del solito, and sul sedile, e festevolmente cominci:

 NOVELLA 2.
Sentite se  vero che i ghiotti ci rimangano. Ve lo vo' provare col fatto d'un pazzerello di giovanotto, che mi capit sotto gli occhi leggendo l'altro giorno non so che libro. Si chiamava questo bel cero Florindo: sempre tutto insaldato, muschiato, impomatato; con la sua spartizione a uso donna: abiti sempre dell'ultima moda, guanti canarni e scarpni lustri. Andava per le case a dar lezioni di musica, ed era un vero vansio; e con altre taccherelle che qui si tacciono, aveva il vizio di mangiare e mettersi in tasca le paste o i biscotti che gli capitassero sotto mano nelle case de' suoi scolari, ed alle volte se si abbatteva a vedere in qualche credenza de' ghiottumi, l'apriva e faceva repulisti. Questa cosa era cominciata a sapersi; ed una signora si mise in capo di guarirlo da tal brutto vizio. Andava egli a dar lezione di musica ad un suo figliuolo: una mattina, arrivato all'ora solita al palazzo, fu pregato di aspettare un momento che il signorino fosse sbrigato di non so che faccenda, ed intanto fu fatto passare in un salottino, dove su una tavola era un bel piatto di biscotti, con altre paste. Come prima vide tanta grazia di Dio, la divorava con gli occhi: lasciato poi solo, cominci a dir davvero, e tirato dalla gola, mand il piatto quasi a mezzo senza pensare alla vistosit di tanto consumo. Ma ecco gente.... ingolla affogatamente l'ultimo boccone, ed entra in sala la signora tutta manierosa: Scusi sa, professore, Carlino era impicciato.... Dio mio, esclam ad un tratto guardando il piatto del biscotti, Dio misericordia! C' stata forse la mia bambina. - Ora no, rispose il maestro facendo il viso rosso. Per l'amor di Dio mi chiami qualcheduno, disse la signora gettandosi tutta sgomenta su una poltrona, aveva fatto far que' biscotti con l'arsenico per avvelenare i topi che sono entrati in dispensa, e non vorrei che ne avesse mangiati la mia Sandrina.... A queste parole il sor professore divent bianco come un panno lavato; e potendo pi la paura che la vergogna, confess d'avergli mangiati lui, raccomandandosi come un'anima persa che lo salvassero dalla morte. Venne gente: gli si cacci nello stomaco mille intrugli uno pi stomacoso dell'altro; nondimeno diceva di sentirsi morire, che voleva morire da cristiano... chiamassero un prete. All'ultimo tutti diedero in un grande scroscio di risa, palesando la burla; ma nondimeno stentava a crederlo, n se ne persuase, se non quando vide mangiare agli altri il rimanente de' biscotti. Tanta paura per altro; e la vergogna del vedere questo suo vizio noto a tutti, fu una medicina santa, e mai pi non assaggi paste o biscotti per tutta la vita.
Fu riso di cuore al brioso racconto della vispa Nina; e prolungatisi i giuochi per un altro poco di tempo, gi si avvicinava la sera, quando si vide arrivare un legno da campagna, dove erano due sonatori ed il cuoco di casa Rossi con due gran sorbettiere nel loro bigonciuolo armato(1); e di l a poco fu dato a tutte uno squisito sorbetto; e domandato alla direttrice per parte del Cavaliere, se le piaceva che le signorne facessero un ballnzolo. La direttrice acconsent che fino alle ventiquattro si ballasse; e tutte quelle ragazze gli dieder dentro allegrissimamente, finch vennero i legni a riprenderle. Allora essa, convocatele tutte, ricord loro che questa ricreazione doveva dar loro lena maggiore allo studio; che si sarebbe la domenica ventura ricominciato l'esercizio solito del leggere le Vite con l'ordine medesimo: e rimontate in carrozza, tornarono a Pistoja, dove erano aspettate da loro genitori per ricondurle a casa, e ciascuna non cess mai tutta la sera di parlare della bella giornata che avevano passato.

 PARTE SECONDA.

Il luned dopo la domenica della Ricreazione la direttrice, avute a s le venticinque signorne che avevan letto fin qui, disse loro: "Signorne, domenica si ricominciano le nostre conversazioni; e si proceder con l'ordine medesimo: s che ciascuna di loro viene a saper da s quando le tocca a leggere. Questa  una nota delle venticinque donne illustri, delle quali ciascuna di loro dee far la Vita: di contro ai nomi ci sono i numeri progressivi: prendano la nota: guardino, secondo il numero, di qual donna illustre debba ciascuna di loro scrivere; e cos vi si potranno preparare con tutto il loro comodo". E come disse la direttrice, cos fecero. Anch'io per tanto risparmier al lettore la seccaggine di ripetere ogni volta vita morte e miracoli della signorna che fa la lettura, conoscendole egli gi tutte quante, e potendosi facilmente ricordare, e facilmente potendo vedere chi fu nella prima venticinquina la prima lettrice, chi la seconda, chi la terza, e va discorrendo.


1. TORQUINIA MOLZA(1).
Fui la prima a parlare a voi qui in pubblico; e la prima sono adesso che ricomincia la serie delle Vite: l'altra volta vi parlai d'una infelice regina, ora vi parlo di una egregia poetessa, e virtuosa, vedova. Questa fu la Torquinia Molza, nata a Modena nel 1542 da Camillo Molza, figliuolo di Francesco eccellentissimo poeta italiano e latino, tanto noto agli studiosi delle buone lettere. Poche donne vennero in s alto pregio come la Torquinia per la nobilt dell'ingegno e per la copia della eletta dottrina. Amore e meraviglia de' pi solenni letterati, il duca di Ferrara corse una giostra in suo onore; onde Torquato Tasso cant di lei:
Donna ben degna, che per voi si cinga
La glorosa spada, e corra in giostra
Il grande Alfonso;
ed il senato romano le di per ispontaneo consiglio la cittadinanza di Roma. E tali onori gli meritava davvero, perch, tuttor giovanissima, conosceva egregiamente il latino, il greco, l'ebraico, la filosofa, l'astronoma; cantava, sonava e componeva leggiadri versi: n ci era frutto di ingegno solamente pronto e vivace; ch anzi era il suo ingegno pi che virile, avendo, tra l'altre cose, tradotto in volgare il Critone e il Carmide, dialoghi di Platone, da lei studiato sempre con grande amore. Altro pregio ammirabile della nostra Torquinia fu il conservarsi pura di cuore in quella corrotta et; e di avere mantenuta illibata la sua vedovanza, perch, mrtole il marito, che fu Paolo Porrini, non ci fu lusinga che potesse indurla a seconde nozze. Le quali virt e della mente e dell'animo la resero cara al buon Torquato Tasso, il quale, per raccomandare agli uomini la memoria di lei, volle che il suo nobilissimo dialogo della Natura di amore fosse detto La Molza. Ma quando alla Torquinia pi abbondavano la nominanza e gli onori, le venne meno la tranquillit; e come, vivendo il marito, non ebbe le gioie della maternit, cos, morto lui, fu travagliata da parenti con velenosissime liti: trovando essa l'unico suo conforto nello studio, a cui attese fino alla morte, che la colse il d 5 di agosto del 1617 suo settantesimo quinto.
Come la Elisna ebbe posto fine al suo ragionamento, il maestro disse: "Alle notizie della Molza aggiunger questa, che quand'ella rimase vedova, per significare l'animo suo, tolse ad insegna una vite solinga in campo spogliato di ogni verzura, dichiarando la immagine con questo madrigale:
"Qual vite in campo sola
Vivere omai disegno,
Poi che 'l primo sostegno
Mi tolse chi le cose umane invola:
N fia ch'io pi mi appoggi
Ad altri, in piani o in poggi;
Ch da procella vasta
Serbarmi altri non basta".
Quando una donna acquista lode di casta vedovanza,  da reputarsi quasi un miracolo, essendo pieno di pericoli e di difficolt sopra tutti gli altri lo stato delle vedove, perch anco le pi saggie sono continuo bersaglio delle pungenti lingue: e par quasi che quanto pi le sventurate si cuoprono la fronte col nero velo, tanto pi accrescano negli animi altrui il desiderio di scoprire in loro qualche difetto. Onde, se vogliono che le saette dei maldicenti si spuntino, conviene, massimamente alle giovani, guardarsi di non dare colle parole, con gli sguardi, coll'abito, e coi costumi, un minimo odore di vanit: e, se onesta cagione non le costringe, fuggire le conversazioni. Sopra ogni altra cosa poi debbono, per mantenersi non meno di nome che d'opere onorate, sbandir l'ozio, e occuparsi del continuo in qualche lodevole esercizio, ricordandosi della famosa Giuditta, la quale, bench dalle grandi ricchezze, dalla fresca et, e dalla singolar bellezza, fosse consigliata a nuovo matrimonio; nondimeno si content di anteporre alla nozze la vedovanza, ai diletti la virt, al sonno le vigilie, all'ozio la orazione e lo studio, e con queste armi tagli il capo ad Oloferne, che  figurato per il nemico della umana felicit".
Queste parole disse con grave accento la direttrice, che era di fresco rimasta vedova, le parole accompagnando con qualche lacrima; n quel giorno si ragion altrimenti di cose liete e piacevoli.


2. ARCANGELA PALADINI.

Filippo Paladini, assai valente pittore pisano, fu padre di quella Arcangela, di cui oggi debbo parlarvi, e che nacque in Pisa nel 1599. Era stata favorita dalla natura di nobilissimi sentimenti, con squisito intelletto del bello e del buono: le quali doti, conosciute di buon ora dal padre, cerc di coltivarle amorosamente, per modo che tuttor giovanetta era valente nella pittura, nella poesa e nella musica. Non tard molto a divenir famosa per tutta Toscana, ed anche fuori, onde fu chiesta per isposa da Giovanni Broomans di Anversa, a cui si un nel 1616; n and molto tempo che fu chiamata alla corte Medicea dell'arciduchessa Maddalena, moglie del granduca Cosimo II. Quivi l'Arcangela era l'amore dell'arciduchessa, e l'ammirazione di tutta Firenze, dacch, o disegnasse o cantasse, o scrivesse versi, in ogni cosa feceva bella prova, n si poteva dire in quale delle tre arti fosse di maggior perizia. Ma essa non si esaltava degli encomi, n amava di far pompa delle proprie opere, onde non volle mai pubblicare niuno de' suoi versi; e circa alla pittura, anzi che trattare i pennelli, amava di tradurla, dir cos, in ricamo, dicendo scherzevolmente ch'ella era donna, e voleva far cose da donne. E non crediate che la non sapesse colorire, ve'; perch, desiderando la granduchessa qualche sua opera di pittura, le dovette dipingere il proprio ritratto; ma dietro al quadro volle scrivere che era stato fatto per comando. Aveva allora 22 anni; e quel lavoro fu molto lodato dagli intelligenti: anzi il cardinale Leopoldo lo riput degno di esser collocato in quella sala della Galleria de' Pitti, nella quale sono i ritratti dei pi gran maestri dipinti da s stessi. Dove per altro la Paladini si mostrava inimitabile era nel ricamo a colori; e ne ebbe alte lodi da valenti scrittori della Storia delle Belle Arti. Morte invidiosa la tolse per altro il giungere a quell'alta gloria che le promettevano il suo ingegno e il suo studio; perch nel settembre del 1622, avendo appena toccati i 23 anni, la rap all'amore ed all'ammirazione di quanti la conobbero. Le furon fatti solenni funerali a spese della Granduchessa, la quale ordin pure che il suo corpo si seppellisse in Santa Felicita, dove le fu fatto un assai nobile monumento, con una epigrafe in versi latini che invita il visitatore "a spargere rose e lacrime, perch quella tomba chiude una donna che ebbe l'ingegno di Pallade, emul nel disegno e nella poesa Apollo e le Muse: cant vivente i regi toscani, e sal morendo a cantare Dio".
"La signora Giulietta, disse il maestro, finita che fu la lettura, e gli applausi, si  mostrata anche questa volta quella giovane assennata e studiosa che  veramente. Me ne rallegro; e la conforto a continuare".
"Io, seguit la direttrice, vo' fare a tutte loro una domanda, per provare chi mi sa rispondere a tono".
"Che domanda, che domanda? ce la faccia" risposero in coro tutte quelle ragazze.
"Fra i tanti pregi della Paladini, quale dicono esser quello che pi le fa onore?
Quasi tutte le ragazze vollero rispondere chi l'una cosa e chi l'altra; ma la direttrice a tutte replicava scotendo il capo e ridendo: Pi su sta mona Luna. Solo quando la signora Zara disse che credeva esser pregio lodevolissimo della Paladini quello di aver voluto applicare a' lavori donneschi la sua perizia della pittura, la direttrice rispose. "S, codesto  pregio nobilissimo ad una donna; ma nondimeno il pi degno di lode non  codesto; e mona Luna sta un pochin pi in su".
"O dove sta dunque? dissero cinquanta voci ad un tratto.
"Lo sanno qual era il pregio degno di maggior lode che avesse la Paladini, replic allora la direttrice? Era quello di non essersi lasciata vincere alla vanit di pubblicare e mandare attorno le cose sue, non curando le lodi e lo strepito de' plausi, ma stando solo contenta a fare il bene per il bene. Questa virt, rara anche negli uomini, nelle donne  arcirarissima, nelle quali prevale il sentimento della vanagloria, che offusca sempre anche il merito vero. E di fatto quante donne non si vedono, le quali come prima sono in grado di dar qualche frutto dei loro studj, le cercano di andar in istampa, di porre in mostra lavori; mettono sottosopra il mondo, ed usano mille arzigogoli, o per esser lodate, o per far parlar di loro i giornali; e si studiano di entrare in corrispondenza con gli uomini di fama, facendosene belle puerilmente; e non parlano se non di s; ed entrano a disputare di materie gravissime; e sfatano quelle donne che a nulla non son buone se non a far lavori domestici, ed a badare a casa. Fra le donne letterate le cos fatte sono le pi; e non si accorgono, poverine! che procacciano a s stesse il loro danno: perch, dove, studiando sempre, ma ricordandosi sempre di esser donne, avrebbero potuto far onore alla patria ed esser lodate dai buoni; quella benedetta lor vanit intristisce e non lascia maturare i frutti del loro ingegno, per forma che, salvo pochi adulatori, diventano lo scherno di tutti, e non son buone n per s n per altri.


3. MARIANNA MANCINI.

La Marianna Mancini, di cui oggi mi tocca a parlarvi, era nipote del famoso cardinal Mazarino, ministro di Francia, e nacque a Roma nel 1649. Lei e le altre sorelle fece il Cardinale venire a Parigi, col proposito di favorirle a tutto potere; e come la Marianna era bella, ma spiritosa, e di ottima natura, la di per isposa al duca di Bouillon con ricca dote; e ben presto divenne il pi bello ornamento di quella corte, che era la pi splendida e spiritosa che sia mai stata al mondo. La giovane duchessa amava la lettura e lo studio: si teneva sempre d'attorno i pi nobili ingegni del suo tempo, tra' quali La Fontaine, di cui fu pur la protettrice, avendone sempre apprezzato l'ingegno. Se per era tanto umana col sommo favoleggiatore, fu ingiusta verso il gran tragico Racine; dacch, non per malignit, ma sopraffatta dallo spirito di parte, prefer la Fedra del poetcolo Pradon, alla Fedra di esso Racine, che si reputa il capolavoro del teatro francese. Avvenne a que' giorni un fatto orribile di due avvelenatrici, che tolsero la vita a molte persone, e che furono condannate a morte. Il Parlamento di Parigi, istitu allora un tribunale segreto, che si chiam la Camera ardente, per investigare chi fossero i fabbricatori de' veleni; e come molte gentildonne si erano fatte dire dai chimici e dagli astrologi la composizione di certi veleni, cos molte furono citate al cospetto del formidabile tribunale, tra le quali la nostra Mancini duchessa di Bouillon, che diede a que' giudici le pi piacevoli, argute e scherzose risposte, e le pi acconce nel tempo stesso a provare la sua innocenza; ma tuttava fu esiliata a Nerac, per lo scherno che aveva fatto de' giudici. Suo marito, a cui stava a cuore l'onore della moglie, impetr dal re Luigi XIV la licenza di stampare l'interrogatorio della duchessa, affine di mandarlo in Italia e per tutta Europa a sua discolpa; e La Fontaine scrivevale frequenti lettere di consolazione e conforto, dalle quali si raccoglie qual fosse l'ingegno, e quali le ricche cognizioni di questa donna. Nel 1687 and in Inghilterra per visitare sua sorella Ortensia; ed in quel tempo il medesimo La Fontaine scrisse all'ambasciatore di Francia in Londra, parlando della Bouillon: "Ella, per tutto dove capita, vi porta il brio e la gioja...  una delizia il sentirla scherzare, e parlare anche gravemente di ogni materia con tanto brio e con tanto senno, che di pi non potrebbe immaginarsi". D'Inghilterra torn in Francia dopo un anno: due anni dopo and a Roma per visitare il principe di Turenna suo figliuolo, anch'esso in disgrazia della Corte; e poco and che alla corte fu richiamata ella stessa; dove per altro visse temperatamente, trovando un compenso coll'assiduo studio delle lettere alle illusioni che fuggono con la giovent, e mor di l a poco a Parigi il d 20 di giugno 1714.
Lasci una ricchissima biblioteca, di cui era bibliotecario Belin, suo segretario, autore del dramma Mustaf e Zeangin, che si crede essere per la maggior parte opera della duchessa. Fu protettrice efficacissima dei letterati; tra' quali Campistron le signific la sua riconoscenza dedicandole la sua tragedia Arminio. Compose essa medesima poese francesi ed italiane; ma non volle mai che fossero pubblicate.
La signora Sofa ebbe molte lodi per questo suo racconto, non solo dalle compagne, ma anche dalla direttrice e dal maestro; il quale, parlando a tutte disse: La signora Sofa nel suo bel racconto ha nominato La Fontaine, Racine, Pradon e Campistron, autori francesi. Sono essi noti a tutte queste gentili signorne?
Molte di quelle signorne dissero di conoscere La Fontaine e Racine; ma niuna seppe dir chi fossero Pradon e Campistron. 
Allora il maestro: Io dunque dir loro qualche cosa di essi: non la vita, non il ragguaglio delle loro opere; ma qualche cosa delle loro qualit, o qualche bizzarro avvenimento, che serva un poco per istruzione, e un poco per diletto. La Fontaine  il famoso favoleggiatore, uno dei pi singolari ingegni che mai abbia avuto la Francia: le sue favole sono un miracolo di naturalezza, di eleganza, di grazia; e pure a vederlo, ed a conversarci, era troppo diverso da quel che si giudicherebbe per i suoi scritti. Un uomo indifferente a tutto ci che pi accende la cupidigia umana: dolce, affabile, senza fiele, libero da ogni rea passione. Chi lo vedeva senza conoscerlo, lo pigliava per l'uomo pi sciatto ed pi nojoso del mondo. Nella conversazione si mostrava quasi rustico: parlava poco, e spesso rimaneva stupidamente silenzioso, come farebbe un vero imbecille. Se voleva raccontare qualche fatterello, lo faceva con malissimo garbo; e quell'autore che ha scritto racconti s semplici, s briosi, faceva cascare il pane di mano a sentirgli raccontar qualche cosa. Egli insomma  il pi parlante esempio che l'uomo d'ingegno e di dottrina pu ben essere un bell'uggioso in conversazione. Si raccontano varj esempi della sua rusticit e del suo poco tatto; io ne racconter due soli. Fu invitato a desinare da un gran personaggio, il quale pensava che l'autore di favole e racconti cos briosi dovesse rallegrare la conversazione. La Fontaine per si trovava imbrogliato come un pulcino nella stoppa; e non trovava materia da dir quattro parole: sicch tir a mangiare; e per uscir d'impiccio, si alz da tavola con la scusa di dover andare all'Accademia. Ma per andar all'Accademia  presto, gli fu detto. Allora egli, pi imbrogliato che mai, rispose: Lo so, ma prender la strada pi lunga.
Fra tutti gli scrittori francesi Rabelais era l'idolo di La Fontaine; e quello solo ammirava senza niuna limitazione. Un giorno, essendo in casa di Despreaux con Racine, e altri dotti, si cominci a parlare di S. Agostino. La Fontaine non partecipava a tali ragionamenti, e se ne stava silenzioso e quasi sonnolento. A un tratto per, sul pi bello della disputa, scapp fuori domandando sul serio all'abate Boileau, se credesse che S. Agostino avesse pi ingegno di Rabelais, che  s schietto e s elegante scrittore. Allora l'abate, squadrandolo da capo a piedi, si content di rispondergli: Badate, signor La Fontaine, vi siete messo una calza a rovescio, ed era vero davvero. E cos quella sciattera della calza, diede giusta materia a pungere La Fontaine della sua strana domanda.
Di Racine dir solo che  il primo tragico della Francia; e mi contenter di raccontare questo suo bel tratto. "Quando Luigi XIV part per l'assedio di Mons, comand a due suoi storici che lo seguissero. Uno de' due era Racine, il quale cerc di sgabellarsene; e quando il re torn, gliene fece amaro rimprovero; a che il poeta rispose accortamente: "Sire, quando voi mi comandaste di venir con voi, non avevo se non abiti da citt; ne ordinai subito di quelli da campagna: ma le piazze che vostra maest assediava sono state prese prima che il sarto me gli finisse di cucire.
Pradon era un ignorante bell'e buono; ma pure col favore de' grandi si mise a competere con Racine:  vero per altro che non gli tocc mai a ridere per questa sciocca emulazione. Di lui si racconta che avendo composto un'opera drammatica, and camuffato al teatro, per vedere senza esser conosciuto l'effetto che faceva il suo lavoro. Sino dal primo atto il teatro pareva che rovinasse dai fischj; e Pradon, che si aspettava un trionfo, perd la bussola, e cominci a pestare i piedi dalla stizza. Un suo amico, vedendolo cos turbato: "Mostrate il viso alla fortuna: datemi retta; anche voi tirate a fischiar come gli altri". Pradon, tornato in s, gli piacque il consiglio: cav fuori il suo fischio, e l fischia a pi potere. Accanto a lui c'era un moschettiere, che datogli un urtone, gli disse tutto stizzito: "O che fischi tu? il dramma  bello; il suo autore non  un minchione, ed  ben veduto alla corte". Pradon rende l'urtone, e dice che vuol fischiar quanto gli pare; l'altro prende il cappello e la parrucca di Pradon, e la fa volare per il teatro: Pradon gli d uno schiaffo; e il moschettiere sfodera la sciabola, gli fa due sberleffi sul volto, e minaccia di ammazzarlo. Insomma Pradon fischiato, e battuto per l'amor di s stesso, piglia l'uscio, e va a farsi medicare.
L'ora  tarda, e non mi c'entra a dirvi nulla di Campistron, se non ch'egli fu poeta di qualche valore, amato assai da Racine, ma le cui opere sono quasi in tutto dimenticate. 

4. BEATRICE PAPAFAVA.

Nacque la Beatrice Papafava nel 1626, e fino da' primissimi anni di segni evidenti di ingegno meraviglioso, massimamente per il disegno e per la poesa, che ella coltivava con assiduo studio. Fu data per moglie nella tenera et di 14 anni a Marco Cittadella, gentiluomo compitissimo, se non quanto era cos minuziosamente amante del risparmio, che i pi lo dicevano avaraccio; e de' suoi ingegnosi modi di risparmiare spesso era facetamente ripreso dalla sua buona Beatrice, la quale per visse sempre in pace con lui fino alla et di 40 anni. Cominci fin d'allora ad essere afflitta da varj incomodi, che sempre la tenevano fra il letto e il lettuccio; ma, non lasciandosi vincere da essi, passava il suo tempo lavorando, o scrivendo leggiadre poese ed eleganti prose, o talora maestrevolmente dipingendo. Fu poi donna animosissima, ed ebbe animo pi che virile, tanto che fino agli ultimi anni tenne a capo del letto le sue armi cariche; e in una data occasione si mostr abile ad adoperarle intrepidamente. Arrivata a' cento anni scrisse un sonetto che intitol secolare, ed avendo sempre mantenuta freschissima la memoria, recitava centinaja di versi da lei composti ottanta anni prima.  degno che specialmente si ricordino gli ultimi momenti della sua vita. La morte vide avvicinarsela senza che se ne alterasse minimamente la tranquillit del suo animo: anzi ne pigliava materia a piacevoleggiare; per forma che, tra l'altre, nel riaversi una volta da un letargo, che a tutti pareva mortale, disse improvvisamente i seguenti versi:
La Parca  sorda, e il mio chiamar non sente;
O sul trmi di qua, forse si pente.
Sentendosi morir veramente, preso un crocifisso, gli usc dal cuore un cantico religioso pietosissimo, che lasci maravigliati e commossi tutti coloro i quali le stavano intorno al letto; e mor subito dopo, essendo vicina ai 103 anni. Di lei fu detto che aveva cantato con la dolcezza del cigno, e che si era mostrata un angelo prima di andare in cielo.
L'ultima parte di questa vita fu dalla signora Isotta recitata con accento s vivo, che le sue compagne se ne commossero, e qualcuna di esse ne lacrim. Allora la Nina siciliana, non comportando quella musonera, domand alla direttrice se si contentava che la dissipasse con una novelletta; ed avutane licenza, incominci tutta lieta:

 NOVELLA.
L'avere udito dalla nostra cara Isotta il soverchio amore del risparmio, o dir meglio, la ingegnosa avarizia del marito della Papafava, mi ha ridotto a memoria una novella che spesso mi raccontava il povero mio nonno, e che ora la vendo a voi come l'ho comprata.
In uno dei pubblici istituti di Palermo aveva ufficio assai alto un uomo di et ancor verde, il quale si chiamava il signor Carmelo, e per soprannome Mignatta. Era costui assai benestante, ed anche di civil condizione; ma avaro quanto la stessa avarizia, la quale accecavalo per forma, che spesso non discerneva pi ci che era di suo decoro o di sua vergogna; e gli suggeriva i pi strani e ridicoli modi di guadagnare e di avvantaggiarsi. Lasciamo stare che, s come fanno tutti gli avari, e si guardasse dallo spendere anche un minimo centesimino; ma sempre pensava la notte quel che avrebbe potuto fare il giorno per guadagnarne anche mezzo. Udite un pochino di che diavolo era capace. Egli benestante, egli un ufficio con assai larga provvisione; e non di meno dava i suoi scrocchietti e capitandogli il tordo, lo pelava, vi so dir io! Ma questo non  nulla: raccattava i cenci, i pezzi di carta e le cicche; teneva una bottega di rigattiere, e rivendeva masserizie usate, e sferre di ogni qualit: ai colleghi si faceva dare i cappelli vecchi, i quali faceva rimontare, e gli rivendeva: faceva la caccia a chi potesse scroccare o il caff, o il poncno, o la colazione: insomma non almanaccava altro mai che guadagnare e non spendere. Una volta tra le altre si accoll per poche lire una cambiale di 200 lire, che l'accettante non aveva potuto pagare; questo debitore era un misero bottegajuccio, il quale faceva sua arte in una via la pi fuor di mano di tutta la citt. Comprata la cambiale, corre dal debitore: "O compare, io ho comprato la tua cambiale cos e cos: o tu paghi, o ti fo gli atti, e ti rovino". Il povero mercantuccio, che era povero, ma onesto, si raccomandava come un'anima persa che per l'amor di Dio non lo rovinasse; che, se non pagava, era proprio per impossibilit: gli desse tempo, e non perderebbe un centesimo. Ma l'inesorabil Mignatta, duro e freddo come un marmo: O paga o ti fo gli atti. All'ultimo conchiuse: "Scusa, o non hai questa bottega? qualche cosa ti render. Pagami con gli incassi giornalieri". La bottega era miserissima; e gli incassi erano a ragguaglio: tuttava quel disgraziato acconsent di dargli tutto ci che incassava giorno per giorno, cavatone solo quel tanto che bastasse a comprare un poco di pane per la famiglia: "E chi m'assicura che me gli darai questi incassi?" soggiunse il nostro Mignatta: - La mia onest. - La tua onest  bella e buona; ma non mi basta: star in bottega da me. - Era appunto il tempo che a Mignatta toccava un mese di vacanza dal suo ufficio: il perch, andato dal direttore, e chiesta la facolt di assentarsi, la mattina appresso and alla botteguccia del merciajo, e piantatosi a banco, stette l tutta la santa giornata a riscuotere que' po' di soldarelli che vi portavano i rari avventori; e come fece quel giorno, cos fece molti altri di seguito, in capo de' quali la cosa venne agli orecchi del direttore dell'ufficio, essendosi gi cominciata a spargere, con ispasso grande di quanti conoscevano il bravo Mignatta. Se il direttore se ne sdegn potete immaginarlo, agramente dispiacendogli che un pubblico ufficiale vituperasse a questo modo e s e l'ufficio: laonde fece proposito di rimuoverlo, per poi assolutamente destituirlo; ma prima volle anche svergognarlo, acciocch non avesse poi coraggio di lamentarsi, o di negare. Ed una sera presi con s due suoi impiegati, si avvi verso dove era la botteguccia del merciajo; e veduto l'amico a banco, il direttore con i due s'infilarono dentro, e il direttore proprio domand tre matassini di seta, e gli pag al padrone. Il povero Mignatta, vedendo entrare i tre, rimase di sasso, e divent bianco come un panno lavato: nondimeno pens che si sarebbe potuto scusare dicendo di esser capitato l per caso, e trattenutosi a crocchio col padron di bottega suo conoscente. Quando per altro il padrone diede a lui i denari pagatigli dal direttore, qui fu l'imbroglio: i denari non pigliava, e il padrone pur glieli dava, dicendo: "Guardi, signor Carmelo, questa  assai buona manica". Allora il direttore, che appena aveva scambiato il saluto con Mignatta, domand che cosa era questo dare e non voler ricevere i denari; e il merciajo gli spiattell ogni cosa: laonde, fattone a quello sciagurato il pi amaro rabbuffo, specialmente per il disonore che ne veniva all'ufficio, e a tutto l'ordine degli impiegati, part; e pochi giorni di poi fu fatto il decreto di destituzione. Mignatta ne rimase atterrito; e tanta fu la pena e lo sgomento, che di l a poco lo prese una malatta fierissima, della quale mor in pochi giorni.
Se le ragazze avevano riso alle spilorcerie di Mignatta, si contristarono per altro del suo doloroso fine; e lodata la Nina del facile modo di raccontar novelle, ciascuna and alle sue case.


5. SELVAGGIA BORGHINI.

Bisogna che cominci dal confessare un mio peccato, incominci a dire la signora Giannna: questa settimana c' stata la mamma malata, e mi  mancato il tempo di studiare quanto sarebbe stato necessario per raccontarvi la vita della Selvaggia Borghini: e per la ho scritta, seguitando pedata pedata un garbato autore, che ne parla concisamente s, ma assai compiutamente. La signora direttrice, e voi, mie care compagne, mi perdonerete. E veduto che tutte accennarono di s col capo, lesse come qui udirete:
A una nobile fanciulletta pisana cos scriveva nel 1665 un illustre fiammingo, il celebre Wan-der-Broeck, allora professore nello studio di Pisa: "E chi sei tu, soavissima fanciulla ? Certo lo studio e l'amore della bella Etruria; dacch in s tenera et, spontanea mi ti fai innanzi nella pi pura favella del Lazio: e mentre gli altri giovanetti, anco i pi svegli, affaticano in su' principj, tu arditamente ti metti nel pi segreto della romana favella, e, gi formato l'abito del bello stile, scrivi con elegante e grave facilit". Questa fanciulla onorata in tenerissima et da s alta lode di un uomo tanto lodato, era la Selvaggia Borghini, che, per la mirabile qualit del suo ingegno, a 12 anni sapeva il latino, come i vecchi spesso non sanno. Anche del greco per si fece ben presto espertissima; n contenta di ci, il suo virile ingegno volle che si dasse a studiar la filosofa con l'ajuto del P. Poggi servita; e che poi stasse con assiduo studio a sentir leggere le matematiche da Alessandro Marchetti, delle quali si innamor ardentemente, per modo che lo stesso maestro ne stupiva. Questi  quel Marchetti cos famoso per la traduzione di Lucrezio; e non saprei dire se, o di proposito, o per inavvertito effetto di familiare consuetudine, fece alla Selvaggia prender vaghezza della poesa. Anche come poetessa ella divenne famosa ben presto; e quell'arguto ingegno del Redi, veduta una canzone di lei, cos gliene scrisse: " bellissima, e piena tutta di pensieri e di similitudini pellegrine, sostenute, nobilissime, che non possono sovvenire che ad un gran poeta, il quale in uno stesso tempo sia gran filosofo nelle scuole della migliore filosofia; e, se anco sovvenissero ad un gran poeta, non so poi, se egli potesse spiegarle con quella gentilissima facilit, con la quale le ha spiegate vossignoria, e con quella evidenza nobilissima che mi ha fatto stupire". E tutti si accordavano col Redi, perch le rime della Selvaggia si misero in molte raccolte, e tutte insieme furono stampate dal canonico Moreni in sul principio del nostro secolo. Ci per altro che rende mirabile la Selvaggia anche al d d'oggi,  la severit della mente, la salda dottrina, e l'inclinazione a' lavori di grave argomento; della qual cosa  prova apertissima la sua traduzione di Tertulliano, bella per chiarezza e per dignit di stile, e cos pura anche per la lingua, che si cita dagli accademici della Crusca: il qual lavoro arricch di dotte postille e note, con opportune osservazioni. Se la Selvaggia per fu valente nelle scienze e nelle lettere, non si scord di esser donna: rimasta sempre nubile, ebbe affetto vivissimo alla famiglia, e si di le cure pi minute per la educazione de' suoi nipotini: ricca di fama, e sapendo pure di esser quella valente donna che era, non invan scioccamente, ma accrebbe il pregio dell'ingegno con la umilt del cuore; e bench tutta data agli studj, non dimentic mai l'amor di Dio e la carit verso i poveri, porgendosi sempre amabile con chicchessia, cos nell'aspetto, come nella voce e negli atti. Chi pensi tante e s rare doti raccolte nella nostra Selvaggia, non potr fare che non ne sia maravigliato; e tali doti si valutavano quanto eran degne da suoi concittadini, e il giorno della sua morte, che avvenne il d 22 di febbrajo 1731, fu un vero lutto per la citt di Pisa, che la onor di solenni funerali, a' quali concorse il fiore degli scienziati e de' letterati d'Italia.
La direttrice si accorse facilmente da qual libro aveva la Giovannina raccolte queste notizie della Borghini; e la lod di avere almeno scelto bene, non avendo potuto scriver la vita ella per giusta ragione: solo le not che il suo lavoro era una copia quasi fedele.....
"Fedele fedele no, interruppe il maestro, perch ho sentito che la signorna ha letto stasse e dasse per stesse e desse, dove son certo che l'autor della vita non scrisse a quel modo.
- Quello stasse e quel dasse ce gli ho messi apposta, perch lessi in un autore di gran fama che sono voce regolari, e come da amare si fa amassi, cos da dare e da stare si pu far dassi e stassi.
- Codesto autore, lo so,  il Nannucci, il quale, bench uomo di somma dottrina, per tirar tutto a un suo strano sistema, non solo disse questa, ma parecchie altre corbellere. La risposta per  facile: non si pu paragonare il verbo amare con dare e stare, perch quello  regolare, questo no. Secondo la ragione grammaticale non ci possono esser verbi, il cui infinito sia di due sillabe, e quelli infiniti che sono di due sillabe sono contratti, e tali contrazioni si fanno solo ne' verbi della seconda conjugazione, come trarre da traere, fare da facere, crre da cogliere. Anche dare e stare per tanto sono contrazioni degli antichi verbi staere e daere, e la desinenza della seconda conservano nel pi de' loro modi e tempi come suggello della loro origine; il perch il naturale daessi e staessi e simili, contraggono in dessi e stessi. La prova di ci ch'io dico l'abbiamo apertissima nel verbo fare, il quale, come ho detto,  contrazione del verbo facere, e nella sua conjugazione molte voci le ha da facere, come faceva, facessi. Ora queste voci facessi, faceste e simili si possono usare, specialmente in poesa, come procedenti dal contratto fare: e allora come dovrassi dire, io fasti, voi faste? Risponda."
La signorna stava dubbiosa a rispondere, n sapeva risolversi; pure disse: Fasti, e fassi mi pajono voci strane per facesti e dicesti.
"O dunque come si direbbe, volendole usare contratte? Non altrimenti che festi, e fessi,  vero?
"S signore.
"Ma secondo il suo modo di argomentare, se dare e stare, fa dassi e stassi, anche fare dovrebbe far fassi.
"Conosco, disse allora la signorna, di aver detto un bello sproposito e me ne rendo in colpa.
"La colpa, conchiuse il maestro, non  sua; ma di quel valent'uomo che primo volle difendere tale sproposito. Questo fatto per altro le serva di ammaestramento a non lasciarsi sopraffare da certi nomoni. Tutti coloro che nelle cose scientifiche o letterarie hanno la smania di farsi autori di un sistema, tra molte cose ottime ne mescolano parecchie tutte cervellotiche; e volendo tirar tutto a a quel loro benedetto sistema, e di ogni cosa render ragione secondo esso, dicono castronere da pigliarsi con le molle, che poi traggono in errore gl'incauti. Di ci potrei dar molti esempj, e raccontar molti fatterelli piacevoli; ma ora  tardi, e gli serberemo a miglior occasione.


6. ANNA MARIA ARDUINO.

La valente donna di cui oggi mi tocca a parlarvi, valorose compagne mie, si appella Anna Maria Arduino, una delle pi rare donne del suo tempo. Nacque in Messina l'anno 1672, e fino da' pi teneri anni diede tal prova della sua abilit, che ne menavano meraviglia quanti bazzicavano per casa, ed il maestro medesimo; ed avendo a pena 16 anni, recit in pubblico de' versi, che furono universalmente lodati. Fece sempre vita studiosissima, ed attese con rara assiduit allo studio della lingua latina, per la grande smania di legger Virgilio nella sua lingua originale; ed esso e il Petrarca furono sempre gli autori suoi prediletti. Nata di famiglia distintissima, la prese per sua sposa il Principe di Piombino; onde, passata a dimorare in Roma, tenne conversazioni fioritissime di letterati, pubblicando altres alcune poese, che la fecero ricordare con molto onore dal Crescimbeni nella sua Storia della volgar poesa, bench attualmente non si conoscono pi; ma in quell'epoca piacquero assai. Il suo titolo fu Principessa di Palici, e fu di vaghissimo aspetto, di modi soavi e gentili, con angelica voce in sua favella: fu poi donna specchiatissima, pi che per la illustre sua nascita, per le sue molte virt civili e domestiche; e fu raro esempio di fedelt conjugale. Furatogli dalla morte il marito e l'unico figliuolo, mor di dolore in Napoli il 29 dicembre del 1700, di soli 28 anni di et. Le sue poese latine ed italiane furono stampate in Napoli mentre ella era tuttor fanciulla.
Qui la signora Zita si tacque, e gli applausi furono grandissimi. Vi ricorderete che questa signora Zita, vi dissi, nella prima parte di questo libro, essere una fanciulla leggera, vana ed ambiziosa. Vi ricorderete parimente che la Direttrice trov modo di farle un'amorevole ammonizione circa a questi suoi difetti; la quale ammonizione fu da lei accettata gratamente. Ora vi dico che, da quel tempo della prima sua lettura, pareva diventata un'altra, ed in quei sei mesi non aveva avuto altro pensiero che lo studio; e per questa ragione, finito che ebbe di leggere, cos la Direttrice come il maestro le fecero solenne encomio; al quale encomio il maestro continu con queste parole: "E tanto pi mi compiaccio di questo cambiamento, quanto esso  stato cagione di veder fiorire l'ingegno vivace della signorna, il quale son certo che dar ottimi frutti, se con pochi mesi di buona volont essa  riuscita a scrivere con assai garbo, e con lievi difetti questa Vita della Arduino".
"La lezione che mi diede sei mesi fa circa alla mia leggerezza la nostra Direttrice, non nego che mi parve molto acerba allora; ma ora che ne conosco il beneficio, non posso dirle quanto gliene sia grata: ed a lei, signor maestro, sar gratissima, se i difetti del mio scritterello mi fa conoscere".
"Volentieri, replic il maestro. Prima di tutto nella lingua ci vedo una mescolanza di vecchio e di nuovo, che non ist bene, come il valorose compagne mie boccaccevole; appellarsi, menare meraviglia, modo antiquato; e l presso abilit usato assolutamente per perizia, che  d'uso moderno; e il bazzicare per andare in una casa, che  moderno, e per di pi troppo volgare: e poi non adattato con troppo garbo il verso di Dante con angelica voce in sua favella, ed in ultimo il troppo poetico furatogli dalla morte il marito, dove  pur da notare il solecismo della particella gli usata per a lei, che gi dicemmo disdirsi ad una grave scrittura. Oltre di ci mi hanno un poco urtato certe voci e modi errati, come famiglia distintissima, per famiglia cospicua, illustre o simile, che  un francesismo bell'e buono: attualmente per presentemente, che  ineleganza, nata dall'essere stato franteso il vero uso di tale avverbio, che accenna non al tempo, ma all'essere la cosa in atto, come chi dicesse bisogna orare attualmente e non mentalmente. Parimente ella ha scritto epoca per tempo indeterminato, o periodo di tempo, che  grande impropriet, perch epoca  solo quel punto fisso nella storia, d'onde si comincia, o si pu cominciare a contare gli anni, e che  d'ordinario notevole per un fatto memorabile; e di fatto suol dirsi anche nell'uso che una cosa fa epoca quando ci pare grande e memorabile. Tolte queste lievi mende, il discorso della signora Zita,  bello e ben condotto, e me ne rallegro da capo".
"Signor maestro, disse la Eglna, come prima ebbe il maestro finito di parlare, se me lo permette, vorrei domandarle una cosa".
"Domandi pure".
"Io non ho mai capito come mai si debba dir Ella e Lei ad un uomo, essendo quelle particelle femminili; n perch, mentre si dice Lei, si abbia poi a nominare la persona col nome mascolino, come dianzi ha fatto la Zita, dicendo: A lei, signor maestro, sar gratissima".
"Il suo non aver capito  ragionevolissimo; ed io le dir come sta la cosa. Naturalmente la lingua non comporterebbe che si usasse altro che il Tu parlando da persona a persona: poi, o l'adulazione o la servit, consigli ad immaginare nei signori, e nella gente di qualit un ente astratto, come la signora, la maest, la santit; e parlando ad essi, o scrivendo, non parl o scrisse alla persona propria; ma alla sua signora, alla sua maest, alla sua santit; onde poi si cominci a dire vostra signora, vostra maest, e vostra santit, ecc. Ora nel parlare comune, quando si dice Lei ad una persona, non  come se parlassimo ad essa, ma a quella signora che ci immaginiamo essere in lei; e per conseguenza quando la signora Zita ha detto a lei signor maestro,  come se avesse detto alla tua signora, signor maestro. Ha compreso bene?
"S s, ora trovo la ragione di questo e simili modi. La ringrazio tanto".
E qui fin la conversazione, perch l'ora era gi passata.


7. ANNA MORANDI.

La signora Bettna che l'altra volta vedemmo essere cos peritosa di leggere in pubblico, aveva adesso vinta la sua peritanza, e and al suo luogo tutta lieta, incominciando cos:
Fino adesso abbiam veduto eroine, filosofesse, letterate, pittrici, poetesse, e artiste: oggi voglio raccontarvi dell'Anna Morandi, nata a Bologna su primi anni del secolo passato, la quale insegn Anatoma nella Universit di Bologna stessa. Aveva essa sposato Giovanni Manzolini, assai valente pittore, e valentissimo anatomico; e vedendo che il suo buon marito era perseguitato fieramente dagli invidiosi, e quasi trascurato nella formazione della famosa camera, o gabinetto anatomico, ch'egli stava preparando per quell'Istituto, l'affetto che essa gli portava la invogli di ajutarlo in questa difficile arte: il perch, vinta non senza grande stento la ripugnanza e l'orrore a trattar cadaveri, si diede a studiare indefessamente, a far sezioni e preparazioni anatomiche, esperimenti, ed osservazioni: talmente che col sussidio de' continui ammaestramenti del suo Giovanni, e con la lettura de' migliori Trattati, giunse alla piena cognizione della scienza, nella quale fece delle nuove ed eccellenti dimostrazioni: le quali cose ben presto la rendettero celebre per tutta Europa non solo; ma non ci fu Accademia scientifica che non la volesse per collega; non universit che non le offerisse una cattedra. Lo stesso Imperatore Giuseppe II, passando per Bologna, and a farle visita, e le disse parole amorevolissime e di grande encomio: la citt di Milano le mand un foglio in bianco, e ci scrivesse i patti ch'ella volesse, per andare a insegnar la scienza in quella scuola: la imperatrice delle Russie per due volte la invit alla sua corte. Ma la valente donna a tutte queste magnifiche offerte prefer la quiete della vita privata, e solo nel 1758, avendo perduto il marito, accett la cattedra di anatoma nella Universit di Bologna, senz'obbligo per altro di dar lezioni, perch, vedova, e tuttora avvenente, non voleva concorso di giovani appresso di s. Dilettossi parimente di far ritratti in cera, e ne fece di somigliantissimi; e visse onoratamente fino al 1774, lasciando di s chiara fama, la quale non si spegner ne' secoli pi lontani.
Quando la signora Bettna raccontava come la Morandi trattasse cadaveri, e facesse preparazioni anatomiche, chi avesse guardato in faccia tutte le ragazze avrebbe veduto fare a ciascuna atti di schifilt e di ribrezzo; ed una di esse non pot tenersi che, finita la lettura, non dicesse: "Le donne guerriere, filosofesse, poetesse, artiste, letterate eccettera eccettera, le lodo e mi piacciono; ma, ecco, il vedere una donna maneggiare cadaveri, e rinvoltarsi nel putridume, questo mi fa stomaco, n io posso volerle bene, o averla in venerazione.
"S, interruppe la Direttrice, la signorna ha ragione: sa troppo di strano che una donna si dia a trattar cadaveri, e faccia tutte le altre ripugnanti cose, che dee fare chi professa l'anatoma. Ma, se si considera che la cagione che mosse a ci la Morandi fu l'affetto al marito; e se parimente si considera quanto essa onor la scienza e l'Italia, e giov agli uomini, non ci pu essere, io credo, nessuno, sia schifiltoso se sa, che non le dia alte lodi."
"S,  vero; ma ....
Il maestro ruppe qui la disputa, osservando piacevolmente, che circa all'aver la Morandi giovato agli uomini, non tutti lo crederanno, perch, se  vero che gli studj di anatoma sono ajuto efficacissimo agli studj della medicina,  vero per altro, che io, e molti altri con me, hanno poca fiducia in essa medecina; e tra quelli che ce ne hanno meno, sono parecchi medici. Mi ricordo di aver sentito raccontare che un tale, parlando col Catellacci, famoso professore di anatoma, gli dicesse: Ma voi, che siete tanto bravo anatomico, e conoscete cos per l'appunto la struttura del corpo umano, vo' dovete saper guarire ogni malatta. A che il professore rispose: " vero, io so discretamente l'anatomia, ma digraziatamente noi siamo come i facchini di Firenze, che sanno a menadito tutte le strade, ma poi non sanno quel che si fa per le case".
"Ho sentito nominare dal mio babbo, che studia sempre Dante, e si prova a farmelo studiare anche a me, disse la signora Zara, gli ho sentito rammentare un professor Catellacci, che tradusse la Divina Commedia in versi latini.  forse codesto medesimo rammentato da lei, signor maestro?
"S  il medesimo: non tradusse per tutta la Divina Commedia, ma il solo Inferno; e que' versi latini son belli veramente; e circa alla intelligenza del Poema si vede esser maravigliosamente vera, e dovere per conseguenza essere stato lo studio prediletto di quel valentuomo. Ma, ella, signora Zara, ha detto che il suo signor padre le fa studiar Dante. Mi faccia ora il favore di dirmi, se di quello studio ella se ne diletta: e se le riesce difficile la intelligenza della poesa dantesca. Ho fatto pensiero di cominciare a leggere in scuola la Divina Commedia; e non ne sono ben risoluto, reputando che sia un po' troppo difficile per signorne. Ora, saputo se ella se ne diletta, e lo intende, piglier partito o del s o del no.
"Io parr forse presuntuosa; ma, fuorch quelle cose dell'allegora, e quelle quistioni scientifiche, e quei luoghi che vedo essere incerti ed oscuri per tutti, lo intendo assai chiaramente, e ne prendo meraviglioso diletto".
Qui entr a parlare la Direttrice, dicendo che non dubitava punto che, siccome dello studio di Dante se ne dilettava la signora Zara, cos non se ne fossero per dilettare alcune altre delle signorine del suo Istituto; e confort il maestro a seguire il suo buon proposito di leggerlo e farlo studiare a quelle che il desiderassero; ed il maestro promise che nell'anno prossimo incomincerebbe sulla Divina Commedia un esercizio facile e piacevole quanto pi potesse, del quale aveva gi quasi disegnato l'ordine e il modo.


8. LUIGIA BERGALLI.
Sei mesi fa, mie care compagne, incominci la signora Isabellna, ebbi a ragionarvi di una duchessa, illustre massimamente per la prudenza e per l'arte di governo, e lo feci con parole poco dicevoli al soggetto; per che voi altre faceste spesso bocca da ridere, e il signor maestro me ne censur umanamente, ed onestamente rimproverommi di aver franteso i suoi ammaestramenti circa allo scriver la lingua dell'uso. Ora che vi ho a parlare d'una poetessa ed autrice drammatica, la qual fu moglie di un conte, scrittore eccellente, mi sono studiata di seguitare a cappello i precetti del signor maestro, adoprando, s, la lingua dell'uso, ma senza volgarit, per non dare a voi anche questa volta materia da ridere, ed al signor maestro di farmi la predica.
Le signorne, il maestro e la direttrice lietamente sorrisero a questo preambolo, e detta qualche parola di lode e di conforto alla dicitrice, essa incominci:
"Questa poetessa ed autrice drammatica che vi dicevo  la Luisa Bergalli, che tutti chiamano Luigia, al modo di quelli dell'Alta Italia. Costei era figliuola di un mercante piemontese, posatosi gi a Venezia, nella qual citt essa nacque il d 15 di aprile del 1703; e fino da' primissimi anni diede segno di esser proprio nata per l'arte e per le lettere: dico per l'arte, perch anche nel disegno e nella pittura si mostr assai abile, avendo avuto per maestra la celebre Rosalba; ma per la vera disposizione l'aveva per la filosofia, e per lo studio della lingua. Prese amore singolare alla lingua latina; e mentre la studiava tradusse le Commedie di Terenzio in versi italiani, che si stamparono a Venezia nel 1736, col suo proprio nome, e col nome che ella aveva preso nell'Accademia d'Arcadia, il qual fu Irminda Partenide. Questa traduzione dicono gl'intelligenti che sia fatta molto bene, ed in buona lingua toscana; ma io non posso ancor giudicarne. Vi dico solo che una di esse  dedicata con lettera bellissima alla sua maestra Rosalba, per atto di gratitudine. Sentendosi volta alla poesa drammatica, ebbe consigli ed ammaestramenti da Apostolo Zeno, in quel tempo poeta cesareo alla corte di Vienna, e scrisse alcuni drammi, che furono rappresentati con plauso; n pen molto che acquist fama chiarissima, e le si offersero lucrosi ed onorevoli allogamenti a Roma, a Milano, in Ispagna e in Polonia. Essa per altro non volle a niun patto uscir da Venezia, non d'altro curandosi che di attendere a' suoi lavori letterarj, e di godere della sua libert, finch Gaspare Gozzi, lume fulgidissimo delle lettere italiane, se ne invagh, non meno innamorato di lei che della sua fama; e la spos essendo ella in et di 35 anni. Vissero felici e concordi parecchi anni, ed ebbero quattro figliuoli, che la Luisa si di cura di educare amorosamente. Mor in et assai avanzata, e lasci non pochi scritti, oltre la traduzione di Terenzio, come dire tragedie, drammi per musica, traduzioni dal francese, e la bella Raccolta intitolata: Componimenti poetici delle pi illustri rimatrici di ogni secolo, raccolti da Luigia Bergalli.
"Insomma, disse il maestro appena finito gli applausi, queste signorne mi fanno miracoli. Una ne vedemmo corretta da un poco di vanit e di leggerezza, per una semplice ammonizione della signora direttrice: oggi ne veggiamo un'altra essersi bravamente corretta da certi difetti di stile, per un lieve avvertimento fattole da me. Che segno  questo?  segno che la mente la qual governa il nostro Istituto ha tutte le pi rare doti che occorrono in s fatti ufficj; che sa alle sue alunne far prendere amore allo studio; sa destare in esse la smania di farsi onore; sa accendere in esse lo spirito di nobile emulazione; che in fine sa farsi riverire ed amare, il perch niuna delle sue alunne vorrebbe darle un dispiacere, o mostrarsi ritrosa al suo desiderio per tutto l'oro del mondo. E se la signora Isabellna si  corretta cos, ed ha scritto cos bene questa vita, a ci se ne vuol recar la cagione....".
La direttrice interruppe il maestro, pregandolo di lasciare star questi encomj; e domand se niuna avesse da fare osservazioni.
"Io, disse al solito la Eglna. La Isabellna ha chiamato Luisa la Bergalli, dove su' libri si trova Luigia. Perch?
"Il perch, riprese la direttrice, glielo ha gi detto, notando che Luigia lo dicono que' dell'alta Italia. Ma il nome  lo stesso; salvo che Luigia  il femminino pi naturale di Luigi, italiano; e Luisa pi si avvicina al latino Aloysia, come i Veneziani, scambio di dire Luigi, dicono Alvise, pi vicino al latino Aloysius.
"A proposito della traduzione di Terenzio fatta della Bergalli, domand una delle signorne maggiori, ho sentito dire che ci avesse mano il suo marito Gaspero Gozzi....
"No, disse il maestro, tagliando a mezzo le parole di lei, non  possibile. Le Commedie furono tradotte molti anni avanti il matrimonio, ed anche due anni avanti stampate. Questa ciarla fu levata fuori dalla invidia, e creduta solo da coloro che amano credere il male, senza vedere se  o no credibile.
"Vorrei sapere un'altra cosa," domand qui la Eglna.
"Dica.
"Di Apostolo Zeno ho sentito dire che era poeta cesareo. O che sono i poeti cesarei?"
"Glielo dica lei, signora Bettna.
"Poeta cesareo si chiamava quello, rispose allor la signora Bettna, che era salariato da una corte per iscriver drammi ad uso del teatro di corte, e cantar via via i fatti illustri e prosperi di essa corte.
"Ma perch Cesareo?
"Questo ufficio di poeta cesareo, riprese il maestro, era specialmente alla corte dell'imperatore d'Austria; ed era un Italiano, perch nel secolo passato alla corte di Vienna si parlava italiano, e si facevano opere italiane al suo teatro. Il primo fu Apostolo Zeno, l'altro il Metastasio, a cui successe il famoso Casti. Il perch si chiamasse cesareo, a lei e a tutte quell'altre che non lo sanno lo dico ora. Nello studiare la storia hanno senza dubbio imparato che Cesare fu il primo che pigliasse titolo d'imperatore, uccidendo cos la repubblica romana, della qual si f principe; ed avranno imparato che quando l'impero romano fu distrutto da' barbari, fu, dopo quattrocento anni circa, riprestinato dal Papa nella persona di Carlo re de' Franchi, il qual poi si chiam Carlo Magno; e da lui poi seguit l'impero ne' Tedeschi, considerato sempre come continuazione dell'antico impero romano. E come Cesare fu il primo a Roma che si facesse imperatore, cos, a contemplazione di lui, gli imperatori presenti, quasi di lui successori, pigliano titolo di Cesare; e nella lingua tedesca Kaiser non  altro che Caesar latino, che in italiano  Cesare. Hanno inteso bene?
"S, disse per tutte la signora Isotta; ma l'Imperatore di Russia, e Napoleone, si tenevano anch'essi successori di Cesare? 
" Si tenevano per questa cagione. L'imperatore di Russia, si chiama Czar, che non  se non la voce Caesar adattata alla lingua russa, perch si tiene il successore diretto dell'ultimo imperatore d'Oriente; e Napoleone, perch copiando Cesare, ammazz la repubblica francese, e se ne fece imperatore, stimandosi quasi successore di Carlo Magno, che fu re de' Franchi, ora Francesi".
Ringraziato da tutte il maestro, fin per quella mattina la conversazione.


9. ROSALBA CARRIERA.

Nella precedente Vita  stata ricordata per incidenza la celebre Rosalba; e senza dubbio vi sar venuta la curiosit di sapere chi questa Rosalba fosse: ora io son venuta qui apposta per levarvi tal curiosit. Cos preluse la signora Giannna al suo discorso; e tosto mise mano in cotal forma:
La Rosalba Carriera nacque a Venezia nel 1675; ed i suoi genitori, che avevano tutte le buone qualit del mondo, erano poco agiati de' beni di fortuna, con tutto che fossero di assai civil condizione. Suo padre era amante dello studio del disegno; e come lavorava assai, e la Rosalba erale sempre dattorno, fino da piccina si mostr vaga di fare le figurne, tra le quali quel buon uomo vedendone alcune molto graziose, gli venne in pensiero di secondare tale inclinazione della sua bambina, la quale maravigliosamente corrispose alle speranze del padre, divenendo ben presto valente disegnatrice. Col crescer degli anni si invagh, pi che d'ogni altra parte delle arti del disegno, della miniatura, n indugi molto a divenire la pi valente miniatrice del suo tempo, come si scorge ancora da' suoi lavori, i quali sono di tal finezza, che  impossibile vincergli. Con un grave cordoglio per altro dov abbandonar presto la miniatura, per amor della vista, che le si indebol di buon ora: il perch si diede a lavorare di pastelli, nel qual genere di pittura giunse ad eguagliare i migliori dipinti a olio; n vi era al suo tempo celebre gallera che non volesse avere lavori della Rosalba, i quali si mostravano con un certo vanto, non solo in Italia, ma anche in Inghilterra e in Germania. Dico si mostravano, perch molti di essi, per la loro natura, con l'andar del tempo son assai scaduti. La qual cosa  pure affermata dalla Bergalli, in quella lettera dedicatoria di una commedia di Terenzio, ricordata l'altra domenica dalla signora Isabellna, nella qual lettera si leggono queste parole: "Io scrivo ora a voi, il cui nome, merc le belle e artifiziose pitture,  penetrato in ogni luogo, sicch foste desiderata, e magnificamente raccolta dai maggiori monarchi dell'Europa. Sembra oggimai che non sieno compiute del tutto, e bastevolmente ornate le loro gallere, se non hanno i ritratti de' principi, colorati dalle vostre mani. Non ha persona che non vi conosca per fama, non vi onori, e non vi commendi; ma, non solamente confermate che il vostro sesso vale quanto gli uomini ne' lavori dell'ingegno, ch mostrate con infiniti modi quanta bont e quanta cortesia pu stare nell'animo di una donna". La fama sua cresceva un giorno pi dell'altro, e da ogni parte era colmata di onori; n vi era in Italia, o fuori, accademia di Belle arti, che non la volesse per collega. Ma questa valente donna divenne all'ultimo infelicissima: la occupava a certi intervalli una compassionevole tristezza, con acuti dolori al capo, le quali cose accennavano pur troppo ad un prossimo e doloroso fine. In uno di questi accessi dipinse s stessa col capo circondato di foglie; e domandatole il perch, rispose che quella era una tragedia, e che essa doveva presto morire tragicamente. Di fatto quella sventurata mor di l a poco cieca e furiosa, non avendo passati i cinquant'anni.
Le signorne che in sul principio del racconto avevano cominciato a pigliare affetto alla Rosalba, non poterono udire senza grave dolore la pietosa fine di lei; ed avrebbero pagato qualche cosa, che, o la Nina siciliana, o la Eglna, venissero fuori con qualche barzelletta per divagarle; ma, a farlo apposta, esse erano forse le pi triste di tutte. Allora una delle altre, per dir qualcosa, e rompere quel triste silenzio, osserv come tra le donne illustri ce ne fossero tante delle pittrici, mostrandosi desiderosa di investigarne la cagione. A che il maestro rispose:
" verissimo: il pi delle donne che han lasciato di s chiara fama sono pittrici; e nei due secoli precedenti massimamente, esse furono quasi infinite; e in una casa medesima se ne trovarono anche tre o quattro ad un tempo, come per esempio le quattro sorelle Renieri, Anna, Clorinda, Lucrezia ed Angelica, le quali furono famose tutte e quattro, e specialmente l'Anna, che, sposatasi al celebre Wandick, pot vincere le altre alla scuola di lui. Nel secolo passato poi, a Bologna, nella famiglia Sirani, vi furono tre sorelle, Elisabetta, Anna, e Barbera, che, non solo nella pittura acquistarono gran riputazione, ma anche nell'intaglio; tra le quali divenne eccellente nell'intaglio la Elisabetta, che, sebbene morta di soli 26 anni, come alcuni credono, avvelenata dagli invidiosi, a quell'et aveva gi dipinti molti quadri, e fatte parecchie opere di intaglio, tra le quali quattro stampe sono s belle, che non hanno invidia a quelle de' migliori maestri, ed oggi ancora sono stimate e cercate con gran desiderio dagli amatori. Rispetto alla cagione, tornando alla quistione della signorna, rispetto alla cagione, perch sieno cos numerose le donne pittrici, o comecchessa artiste, veramente io non la saprei indovinare; ma volendo pur dir qualcosa, io come io, mi pare doversene attribuir la cagione a questo, che la pittura e le altre arti affini, le quali sono imitative, vogliono, ordinariamente parlando, un ingegno pronto e vivace, e non un ingegno profondo ed atto alle speculazioni filosofiche, o alla fredda esattezza delle matematiche. Ora le donne per prontezza e per acutezza d'ingegno vincono spesso gli uomini, e per natura e per educazione sono aliene delle scienze speculative, salvo casi rarissimi raccontati anche qui in questa sala: e per, volendo esso ingegno manifestarsi in qualche maniera, si volge l dove pi trova dell'attrattivo, e quivi si posa come in suo luogo, e fruttifica maravigliosamente. Che la pittura, la scultura e l'intaglio si possano coltivare con gran lode senza bisogno di gravi studj speculativi, o scientifici, si mostra con l'esempio di molti eccellenti maestri, i quali furono idioti o poco meno. Io non voglio troppo distendermi in questo argomento per non urtar nessuno; ma, tornando alle donne, far loro notare, che niuna di esse ne abbiamo veduta o ne vedremo eccellenti in architettura. Perch? perch l'architetto, per essere eccellente, bisogna che faccia molti e molti studj aridi e uggiosi, ai quali le donne malagevolmente si danno; perch insomma all'architettura non basta il solo ingegno.... Ma voglio aver detto abbastanza, ch il di pi in questa materia si disdirebbe al luogo e alla occasione presente.
Quella signorna, che aveva mosso la questione, si appag del modo col quale il maestro l'aveva sciolta. Allora venne fuori un'altra, e domand:
"Signor maestro, le dispiacerebbe di chiarirmi un dubbio?
"Volontieri, dica pure.
"Ho udito che ella, volendo significare il suo pensiero circa alla cagione, perch ci sono state tante donne pittrici, ha detto io come io, mi pare. Non dubito punto che ella abbia detto uno sproposito; ma, insegnandoci la grammatica che si abbia a dire a me pare, ed avendo anche sentito mettere in canzonella uno che scrisse, come ella ha detto io mi pare, non so che pensarmi, ed a lei ne domando.
"Veramente, rispose il maestro, avrei parlato con maggiore propriet, se avessi detto a me come a me pare, oppure con pleonasmo dell'uso nostro, a me come a me mi pare. Tuttava nel linguaggio familiare si pu dir come ho detto io, perch il comporta l'uso, perch si trova usato dai classici, e perch non  assolutamente contro ragione. Vediamolo. Che  nell'uso non c' bisogno di dimostrarlo; che  stato usato dagli antichi scrittori, bastino i seguenti esempj: primo quello famoso di Giovanni Villani, il quale comincia la sua cronaca appunto cos: Io Giovanni Villani, cittadino fiorentino, mi pare di scrivere, ecc., l'altro quello del Sacchetti, il quale nella novella 23, scrive: Io, sconcacato par d'essere a me, ch voi siete vestiti che parete d'oro. E tal costrutto non , com'io diceva, contrario nemmeno alla ragione grammaticale; perch si vede chiaro che si vuole, da chi parla o scrive cos, mettere nel primo caso il soggetto della proposizione, supplendo poi alla costruzione del verbo parere col ripetere la particella pronominale nel caso che esso richiede; e come facevano nel caso del verbo parere, cos lo facevano nel caso di altri costrutti, per modo che lo stesso gentilissimo Petrarca, incominci il Canzoniere con un Voi che pare stia in aria, non avendo egli ripetuto, come soleva farsi, o il pronome, o la particella, scrivendo: "Voi che ascoltate in rime sparse il suono, ecc., spero trovar piet, che poteva dire pi compiutamente spero da voi trovar piet. Ed il medesimo Chiabrera scriveva con tutta gentilezza: "Ed io co' cigni del Sebeto e d'Arno, E del gran Po, ma da lontano, inchino, Grazia mi fia sol che ne senta il canto." Ha inteso bene?
"S signore, rispose la signorna.
"Anche tutte le altre hanno inteso?"
E tutte in coro risposero di s. Anzi un'altra mostr desiderio di sentir parlare anche di quegli altri costrutti rammentati dal maestro; il quale promise che ne parlerebbe altra volta, essendo ormai troppo tardi.


10. ROSA GOVONA.

La Rosa Govona, della quale son per parlarvi, disse la Nina Siciliana, a cui toccava la lettura, si pu affermare che personificasse in s stessa la vera carit cristiana, essendo vissuta e morta per essa. Ell'era una povera donna, che campava a stento co' lavori di cucito: era poverissima di sostanze; ma ricca pi di chicchessa di fede serena, di speranza immutabile, e ardentissima dell'amor del prossimo, tanto che am e carezz qual diletta sorella ogni sventurata. Un giorno, mentre ella stava lavorando, secondo il solito, davanti all'uscio di casa sua, eccoti avvicinarsele una povera bambina che le chiese un po' di pane, dicendole di non avere n babbo n mamma, n casa dove stare. "E tu, rispose la Rosa, abbracciandola amorosamente, e tu starai qui con me, dormirai nel mio letto, mangierai nella mia scodella, e lavorerai come faccio io ". E la bambina disse di s: cominci a lavorare; e fece ottima riuscita. La buona Rosa, tutta contenta di avere cos efficacemente consolato quella sventurata, si infiamm sempre pi nel proposito di far del bene ai suoi simili, quanto gliel concedevano le proprie forze; ed in poco tempo aveva gi raccolto dattorno a s una bella famigliuola di giovanette infelici, innamorate del lavoro, e tutte intente al servizio divino. Molti sciagurati, chi con un fine, chi con un altro, avevano adocchiato quella casa, dove erano radunate tante ragazze; e le male lingue non mancarono di spargere calunnie; ma la Rosa seppe vincere accortamente e valentemente ogni tentazione e calunnia: il perch, veduto in modo aperto come stavano le cose, il comune di Mondov sua patria, le di in dono una casa nel piano di Corassone, essendo oramai troppo ristretta la casuccia dov'ella abitava con le sue ragazze. Questa larghezza del comune accrebbe sempre pi il maltalento degli invidiosi, i quali con ogni pi iniqua arte volevano frastornare la santa opera; ma la Rosa, sempre pi cresceva di coraggio, e superava virilmente ogni battaglia, per modo che, ottenuta un'altra casa anche pi grande, a forza di risparmi, di sovvenzioni, e di cure indefesse, giunse a comprar de' telaj, e fond un compiuto lanificio: del qual risultamento compiacendosi santamente, non aveva altro pensiero che di accrescerlo sempre pi. Per la qual cosa, andata nel 1755 a Torino, domand un asilo, che le fu dato dai Padri dell'Oratorio; ed in quelle poche stanze messe su alla meglio de' rozzi letti concedutile dai comandanti militari; vi si pos con parte delle sue compagne; e pose mano a' lavori. Emanuele III allora re di Sardegna, saputa la benefica e veramente utile istituzione fondata dalla Rosa, la lod altamente, e si propose di ajutarla, al qual fine le concesse il luogo che gi appartenne ai frati di San Giovanni di Dio, dove la famiglia della Govona crebbe assai, e crebbe con sempre maggiore efficacia la opera della sua piet, alla quale fu ben presto data forma di ordinata compagna, con suo speciale statuto. Tal compagna si intitol delle Rosine, e sulla porta furono scritte le parole: Mangierai del lavoro delle tue mani. "Ma la pietosa donna (terminer con le formali parole del valente biografo della Govona) non si stette contenta a tanta grandezza di beneficio; e pur desiderosa di allargarlo quanto pi potesse, cerc molte terre, e, sempre chiamando al suo grembo la povert virtuosa e la bont sventurata, diede ospizj bene ordinati a Novara, a Saluzzo, a Chieri, a Fossano, e a S. Damiano d'Asti. Poi, vinta, non dell'animo ma del corpo, per le lunghe fatiche, ammal e venne a morte tra le sue compagne, come dolce madre tra le sue figliuole; lasciando nella sua memoria bellissimo testimonio della potenza del volere, se fortificato dall'affetto del bene, e dalla grazia di Dio".
Finita che fu la lettura, e gli applausi, la Direttrice, voltasi tutta ridente alla Nina, le disse: "Questa volta non mover dubbio se la donna, di cui le  toccato di scriver la vita, meriti di esser messa fra le pi illustri, come lo mosse l'altra volta, che dov parlare delle donne di Messina. Che dice, signora Nina, la Govona le par veramente che meriti di esser detta donna illustre?
"S signora, rispose la signorna, mi par che lo meriti al pari di qualunque altra".
"Non dica al pari, ma molto pi delle ricordate sin qui; perch, se le donne poetesse, guerriere, pittrici, e filosofe, meritano ogni lode, per avere in ci agguagliato parecchi valent'uomini, ed ajutate le arti, le scienze e le lettere; la nostra buona Rosa  tanto pi da chiamarsi illustre di loro, quanto la opera sua  pi efficacemente utile alla civil compagna, e benefica verso quella parte dell'uman genere, che pi  abbandonata dalla fortuna: senza dire che tale opera  veramente la santificazione del lavoro, e promotrice di un'arte di prima necessit a tutti quanti".
"La carit verso i poveri non si pu negare che sia una delle pi belle virt sociali; e non senza gran ragione fu posto il precetto evangelico che dice: Vendete quel che avete per far limosine. Ed a questo proposito mi ricordo di aver letto che un certo Arcivescovo di Napoli, stando proprio alla lettera del Vangelo, vend tutta l'argentera del suo palazzo, e ne fece tante limosine; la qual cosa venuta agli orecchi di un gran signore, ricompr l'argentera, e la rimand all'Arcivescovo; il quale la rivend da capo, e da capo fece tante limosine. E cos fece anche per la seconda volta. All'ultimo, non volendo l'Arcivescovo esser vinto nell'amor di carit, scrisse a quel generoso signore che se, non due ma cento volte gli rimandasse l'argentera, cento volte la rivenderebbe per darla a' poveri; perch non era di necessit che in tempi scarsi com'erano allora, l'argento dovesse stare ozioso in casa sua".
Questo racconto lo aveva fatto una delle signorne, alla quale la direttrice rivolse queste parole:
"La carit del suo Arcivescovo  cosa lodevole; ma non  noto per altro che fosse efficace ed operosa. Molti di questi che vivono di limosina sono gente oziosa e viziosa; n si potrebbe chiamare benefattore della umanit chi a gente s fatta desse anche tutto il suo: anzi gli accattoni sono una vera piaga della societ, ed in paesi bene ordinati non si tollerano. Quante sieno le arti da loro usate per ingannare la dabbenaggine altrui, e per abusare l'altrui bont, non istar a dirlo; ma c' un libretto che tutte le descrive, ed io ne legger a loro ogni tanto qualche pagina, acciocch imparino a guardarsi da tali birbanti. I poveri veri non sono essi: sono quelli detti vergognosi, che non si attentano a chiedere, bench sieno nella miseria; sono i vecchi impotenti, e malati: il fare a questi la limosina  opera veramente meritoria; il farla agli altri  un mantenere l'ozio ed il vizio; e spesso  un dare a chi ha pi di noi, perch si sono dati parecchi casi di accattoni, che alla lor morte sono stati trovati ricchi e possessori di cose preziose. Chi per altro vuole acquistare titolo di benefattore dell'umanit, ed aver fama nel tempo avvenire, cerca, s, di sollevare dalla miseria i bisognosi, ma ordinando la sua carit ad un fine santo e civile, e tal carit sposando al lavoro, che non solo educa gli uomini al bene, ma  la cagione unica della prosperit delle nazioni, come appunto fece la buona Rosa Govona; e per lasciare stare altri molti, come ha fatto a' d nostri Gaetano Magnolfi di Prato."
"Anch'io, continu la signora Nina, quando la direttrice si tacque, non mi sento muover punto a compassione per gli accattoni, specialmente da poi che lessi il fatto di un esercito di costoro, ai quali fece quella saporita celia Ezelino da Romano".
"Che celia? disse la direttrice; io non l'ho a mente".
E alcuna delle ragazze:
"Raccontacela, Nina, raccontacela.
"Che si contenta, signora direttrice?
"Racconti pure che la udir volentieri anch'io".
Allora la Nina cominci:
"Antichissimamente comandava a Padova, e in tutti quei paesi d'attorno, un gran signore chiamato Ezelino da Romano. Costui non sapeva rendersi ragione come mai ci fossero nel suo stato un numero sbalorditojo di poveri; ed investigando venne a sapere, com'essi erano gente oziosa ed avara, datasi a limosinar per mestiere, e che tutto ci che raccoglievano il cambiavano in oro, e lo tenevano cucito dentro agli stracci che portavano addosso. Allora che ti fa il bravo Ezelino? Come se volesse ringraziare Dio per una vittoria avuta sopra i nemici, fece bandire che il tal giorno avrebbe fatto generosa limosina a tutti i poveri dello stato; per chi fosse veramente bisognoso, venisse a mezzo giorno sulla piazza maggiore di Padova, e l vi sarebbe stato egli stesso a farla distribuire. Venuto quel giorno, i poveri piovevano a Padova da ogni parte; e tutti erano avviati sulla piazza maggiore, che era cinta di armati; n il numero di quei cialtroni era certo minore di due mila. Scoccato il mezzo giorno, comparve Ezelino a cavallo, seguito da un drappello di soldati a cavallo, e da una filata di carri che non finiva mai, dove erano un gran numero di vestiti di panno albagio: e postosi egli in mezzo alla piazza, e guardandosi attorno, dopo un poco di tempo parl agli orecchi a uno dei suoi cavalieri, il quale fece bandire la carit con queste parole: "Il magnifico signore Ezelino, in rendimento di grazie a Dio per la vittoria ottenuta, vuol fare questa segnalata limosina; e sapendo come questa povera gente  mezza ignuda e tutta lacera, gli  parso che cosa pi accetta a Dio non potesse fare, che rivestirgli tutti quanti di nuovo, in su questo avvicinarsi del verno; e per comanda a tutti che, spogliatisi i vecchi stracci, ciascuno si rivesta dei nuovi; e poi cos vestiti avranno un buon pasto qui sulla piazza." Il comando fu eseguito: il pasto venne; e furono licenziati. Ma qui fu il busillis. Ciascuno aveva fatto il suo fagottino de' cenci vecchi, per portarselo dietro; ma Ezelino comand che quegli stracci dovessero lasciarsi l, e coloro che tentarono di infrangere il comando sentirono quanto pesavano, e come ferivano le alabarde dei soldati; sicch andarono via tutti sconsolati. Si raccolsero poi i loro stracci, che furono bruciati, e vi si trov tanto oro e tanto argento, che Ezelino se ne avvantaggi molto bene".
E la direttrice, e il maestro, e tutte le signorne, risero di cuore a questo racconto; il quale chiuse saporitamente la conversazione di quella mattina.


11. MARIA GAETANA AGNESI.

Quando la volta passata lesse la signora Zara vi ricorderete ch'io dissi della gran compostezza di tutte le alunne, e della grande aspettazione che v'era di sentirla leggere: adesso che leggeva ella da capo, la medesima compostezza, e la medesima aspettativa; tanto che la buona fanciulla, sapendo che da lei si aspettavano di gran cose, erasi messa in apprensione, e andava a leggere con qualche peritanza, come quella che era modestissima, n si reputava a mille miglia quale la reputavano le compagne: tanto pi poi che aveva alle mani un soggetto da non potersi trattare senza qualche studio e difficolt. Ad ogni modo si fece animo ed and, e lesse come ora udirete:
"Il soggetto che m'ha dato a trattare per oggi la nostra amata direttrice  troppo grave peso alle mie povere spalle; e voi tutte, spero, mi compatirete, se io nol sapr trattar degnamente. Debbo raccontarvi, come sapete, la vita della Maria Gaetana Agnesi, di una donna che ebbe animo e mente pi che virile nel contemplare il vero, e nelle pi gravi discipline: a cui le pi alte speculazioni non furono argomento di vanit, ma se ne fece scala a Dio, come acconciamente dice un suo dotto biografo; e, pur tenendo la mente nelle sovrane cose di eccellente dottrina, ebbe l'occhio alla terra: e che nel tempo medesimo sent ardentemente tutti gli affetti di famiglia, ed esercit ogni pi bella virt propria alle donne.
Nacque essa in Milano nel 1718 di nobile stirpe n tard molto a dar segni manifesti del suo acuto ingegno ed ottimo cuore; ch, andando, per la curiosit naturale a' fanciulli, a sentire le lezioni di lingua latina che si facevano da un maestro privato al suo fratellno, s'invagh maravigliosamente di quella lingua, ch'ella impar con rara facilit. I genitori, veduta questa sua inclinazione alle lettere, la incamminarono per quella via; la quale fu corsa valorosamente dalla egregia fanciulla, portata dal proprio ingegno, e spronata dal desiderio di contentare il padre, che ella am sempre tenerissimamente. Insomma vi dir, per abbreviare, che il francese lo parlava bene di cinque anni: di nove anni sapeva il latino, nella qual lingua stamp allora una sua orazione in lode delle donne: di undici sapeva la lingua greca, non cos alla meglio tanto per intender gli scrittori, ma da poterla parlare andantemente; ed anche della ebraica volle avere qualche conoscenza; senza parlare del tedesco e dello spagnuolo. Prova del suo studio, e della sua prontezza nell'imparare  l'aver essa, nell'et di soli tredici anni, tradotti i supplementi del Freinsenio a Quinto Curzio in quattro lingue, italiana francese, tedesca e greca: quanto per pi sapeva, e pi cresceva nella nostra Gaetana l'amor dell'imparare, per che si diede con ardore alla filosofa, ed alle altre scienze speculative. Come per altro ell'era innamorata della verit, e voleva vedersela sfavillare dinanzi agli occhi in tutta la sua viva luce, cos fra le altre discipline predilesse le matematiche, che sempre sono state lodate di maravigliosa evidenza; nelle quali fece tanto profitto che ancor giovanetta ne ragionava fondatamente, e ben presto venne in tanta eccellenza che scrisse un dotto Commento sulle Sezioni coniche del marchese de l'Hpital, ed un bellissimo trattato sui Calcoli differenziale e integrale. Non abbandon tuttava gli studj di lettere n delle altre parti della filosofa meno severa: i poeti leggeva volentieri e gli gustava; ma non volle mai scriver versi, bench fosse di vivacissima fantasa. Era per altro di piacevolissima conversazione; e vaga di ragionare di studj e di scienze con persone dotte, le quali accorrevano alla fama del suo sapere, ed erano da suo padre accolte nella propria casa; dove si tenevano formali accademie, discutendovisi le pi alte speculazioni scientifiche, nelle quali la Gaetana era da tutti ammirata e reputata un oracolo. Ella nondimeno, nutrita com'era della vera filosofa, non si inorgogl delle lodi; e conoscendo la vanit delle cose umane, non si lasci vincere all'ambizione; e quanto pi cresceva la sua fama , tanto pi ella diventava umile e modesta. Era poi religiosissima, e a 18 anni fece proposito di farsi monaca: se non che, vedendo che suo padre se ne sarebbe accorato troppo, abbandon tal pensiero, contentandosi di non pi tenere quelle conversazioni scientifiche, e di far vita ritirata, lontana da ogni distrazione; la quale dielle agio a crescere sempre pi in dottrina ed in sapere. E di fatto tal conto si faceva del suo valore scientifico, che gli uomini pi illustri del suo tempo si onoravano di aver corrispondenza con lei, ed a lei ricorrevano per consultarla circa le pi ardue quistioni delle scienze matematiche. Ma la prova pi luminosa della sua eccellenza nelle matematiche  la sua opera delle Istituzioni analitiche, pubblicata nel 1748, che sar sempre reputata classica dai cultori della scienza, e per la quale merit che Benedetto papa 14esimo la chiamasse alla cattedra onoraria di Analisi nella Universit di Bologna. Pregio singolare poi di essa opera  quello di essere scritta in buona lingua italiana, tanto che si vede ora citata fra i Testi di lingua dall'Accademia della Crusca, a rimprovero, e vergogna de' famosi professoroni di matematica odierni, che sciattano orribilmente la nostra bella lingua. 
Fin qui abbiamo parlato della Gaetana Agnesi come letterata e come scenziata: veggiamola adesso come donna; e non dubito che concluderete meco, essere le sue virt domestiche da pareggiarsi a' pi nobili suoi pregi. Rest senza madre all'et di soli 14 anni; e suo padre prese un'altra, e poi un'altra moglie, dalle quali replicate nozze ebbe ventitr figliuoli: eppure tra s numerosa famiglia la Gaetana adempi tutte le parti di ottima madre, attendendo amorosamente alla educazione dei fratelli e de' fratellastri; mostrando cos che gli studj e il vero sapere non sono impedimento alle virt domestiche. Quegli studj per e quel sapere le furono scudo efficace contro le pi attraenti seduzioni, e la fecero pi che donna. Essa fu della persona bellissima e ben disposta: maravigliosamente formosa: gentile quanto pu esser gentile una donna: occhi e capelli neri, il tipo insomma della bellezza, con parlar soavissimo. Con tante e s rare doti dell'animo e della persona, vi lascio pensare se fu lusingata da' pi illustri partiti di matrimonio, e se ebbe dei corteggiatori; ma la savia fanciulla, fin dalla prima giovinezza aveva proposto di dare tutto il suo affetto al padre, ed alla famiglia, n per ced mai a veruna lusinga, o si lasci vincere all'ambizione: venuta poi l'et matura, allarg il suo amore a tutta l'umanit sofferente, e tutta a quello si diede. Mortole allora il padre, e parecchi fratelli, abbandon ogni corrispondenza con letterati e scienziati, ed ogni altro pensiero di mondane vanit, visitando invece con ardente carit gl'infermi della sua parocchia, e quelli dello spedal maggiore. Poi, come la carit sempre pi si accendeva, cos in certe stanze appartate della casa raccolse delle povere inferme, alla cura delle quali affettuosamente attendeva; e non bastando a ci le proprie rendite, e le privazioni ch'essa faceva, si ridusse a vendere tutti i preziosi suoi arredi e le gioje; tra le quali un ricchissimo anello e una scatola di brillanti, magnifico dono fattole gi dalla Imperatrice Maria Teresa, allorch le dedic la sua grande opera delle Istituzioni analitiche: n bastando pi la sua casa, ne prese una a pigione per farne un vero spedale, dove ella passava tutta la sua vita, assistendo amorosamente alle inferme. Sull'esempio per avventura della nostra Maria Gaetana nel 1771 il principe Triulzio fond in Milano uno spedale per i vecchi infermi e poveri di ambo i sessi; e l'Arcivescovo offerse alla Agnesi l'ufficio di visitatrice delle inferme, e anche di direttrice dello spedale delle donne; e la santa donna, non solo accett di gran cuore, ma and a stare nello spedale medesimo, dando tutta s stessa al soccorso degli infelici. In quel nobile esercizio di carit ella visse 15 anni; giunta allora all'ottantunesimo anno, mor santamente il d 9 di gennajo del 1799, compianta universalmente.
"Io vi ho raccontato in poche e disadorne parole, conchiuse la signora Zara, la vita di questa rara donna, la quale mi pare di non dir troppo, se affermo, che raccolse in s sola le pi belle virt delle illustri donne, di cui si sia mai parlato in questa sala, ed in tutte fu eccellente. Ella scenziata solennissima tanto che le sue opere non pure son giudicate classiche per la parte scientifica, ma sono scritte con ogni propriet e purit; e citate dalla Crusca per testo di lingua, come dianzi vi ho detto: ella pu stare nel primo ordine tra le benefattrici della umanit, e pu bene stare accanto alla buona Rosa Govona, della quale udiste le rare virt domenica passata: ella rarissima e forse unica nella modestia, e nell'aver saputo vincere quel nemico formidabilissimo a noi altre donne, dico la smania di comparire e belle e istruite, o in altre parole, e per chiamare il pane pane, la vanit".
Il maestro, tornata che fu la Zara al suo posto, le rivolse parole di gran lode; e poi le disse ridendo:
"Ella ha toccato con molto accorgimento, il fatto di certi professoroni che scrivono pessimamente, ed ha fatto bene. Purtroppo anche questa  una vergogna per l'Italia, che quasi tutti gli scienziati scrivano barbaramente; e pi vergogna ancora, che la loro ignoranza vogliono ricoprire con certe loro chiacchere, allegando che bisogna guardare alle cose e non alle parole; che lo studio delle parole  cosa da pedanti: ed in alcuni va tanto oltre la forsennatezza che, per iscusare la loro supina ignoranza, sfatano i buoni studj, dispregiano chi gli coltiva, e giungono persino a dire che la lingua italiana non si presta a scrivere di cose scientifiche!!.... Di costoro non voglio parlar troppo qui, ch direi cose poco convenienti a questo luogo. Dir solamente che il loro procedere, non pure  vergognoso, ma  vile: che non fanno cos gli scienziati delle altre nazioni, i quali arrossirebbero di trascurare gli studj delle lettere, e di scrivere male la loro lingua. Circa poi al non esser la lingua italiana acconcia a scrivere di cose scientifiche, tal proposizione  cos stolta, che il combatterla sarebbe vergogna per un Italiano, per un cittadino, dico, di quella nazione, che in ogni parte di scienza ebbe scrittori solennissimi in ogni secolo, tra' quali vi sono Dante, Machiavelli, G. B. Gelli, Monsignor Piccolomini, il Muzzi, il Bocchi, il Galileo, il Redi, il Magalotti, il Viviani, il Del Papa, il Cocchi, gli Zanotti, con altri infiniti; e per ultima la stessa Gaetana Agnesi. Ma i nostri professoroni il pi degli eccellenti scrittori di scienze non gli conoscono nemmen per nome....... Basta, l'ora  passata, e fo punto. Altrove parler di proposito contro questi ciarlatani.


12. DIAMANTE FAINI.

Toccando la lettura alla Vittorna, che ricorderete esservi stata descritta per fanciulla un po' dispettosa, le alunne tutte, ed anche la stessa direttrice, si aspettavano che nel corso del suo scritto la ne dovesse dire qualcuna delle sue; e per l'ascoltavano con qualche curiosit: e di fatto la Vittorna cominci di punto in bianco:
"Io son quella delle poetesse. Sei mesi fa mi tocc la Veronica Gambara, ora la Diamante Faini: e forse Dio le donne che fanno versi mi son poco antipatiche? Basta, l'ubbidienza  santa; ed io ubbidisco. Questa Diamante nacque a Savallo, in quel di Brescia, sul principio del secolo passato. Da piccina stette molto tempo appresso un suo zio parroco, il quale, conoscendo aver ella ingegno pronto e vivace, si mise a insegnarle la grammatica italiana, a farle fare qualche composizioncella, a darle a leggere de' buoni scrittori italiani, pi che altro poeti; alla lettura de' quali ella si dilettava molto, provandosi anche a far de' versi. Uscita dall'infanzia, suo padre, medico a Castrezate, l'and a riprendere per ricondurla a casa; e vedutala cos bene avviata, e cos amante dello studio, le volle insegnare anche la lingua latina, nella quale profitt maravigliosamente, scrivendola in processo di tempo con molta lode. All'et di 15 anni aveva composto varj sonetti, che dagli intelligenti furono giudicati una gran bella cosa; e quando, poco di poi, and a Brescia, dove gi sonava la fama di lei, vi fu accolta come un miracolo di donna, da tutti coloro che si intitolavano poeti: e da quel punto Ogni pensiero di lei non fu altro che per la poesa. I suoi versi, finch ella fu giovane, non cantavano se non di amore, alla petrarchesca, o soggetti molli e soavi; o canzoni e poese per nozze, per monacazioni, per lauree: ma, preso che ebbe marito, e andata a Sal, le venne in uggia quel verseggiare cose da nulla, e si diede alle pi gravi, tra le quali ce ne ha di quelle trattate proprio da maestra. La sua fama insomma era molto distesa; e non c'era forestiero che visitasse le deliziose sponde del Lago di Garda, che non volesse farle riverenza. Fu la nostra Diamante aggregata alle accademie di Sal, di Roveredo, di Padova; e non si domanda se fu pastorella d'Arcadia.  vero per altro che non fu solo scrittrice di versi; anzi le sue prose si reputano anche pi facili e pi eleganti de' suoi versi; n mancano di ottime cose, e di pensieri gravi, con utilissimi ammaestramenti: sopratutto per sono di gran pregio le sue Lettere familiari, delle quali fu stampata una bella raccolta, aggiuntovi un bello e dotto ragionamento circa agli studj convenienti alle gentildonne. Volle darsi anche allo studio delle Matematiche e della Geometra, nelle quali discipline fece prova eccellente sotto la direzione del conte Soardi. Scriveva con eleganza il latino e il francese: sapeva di astronoma e di filosofa; n era tanto digiuna delli studi teologici, che non potesse acconcinamente favellarne coi Teologi di professione. Mor nel 1770 a Sal, il 13 di giugno; ed i pi valenti scrittori di quel tempo degnamente celebrarono in versi ed in prosa la memoria di lei.
Qui si tacque la Vittorna, a cui non mancarono i consueti applausi, cessati i quali, il maestro le domand:
"Ma dica un po', sora Vittorna, perch le sono antipatiche le poetesse?"
"Perch, rispose secca secca la Vittorna, ne conosco io due o tre, che, a starci una mezz'ora insieme, fanno venire il latte alle ginocchia con le loro svenevolezze; e bench io sia cos di poco studio, mi par di comprendere che, se  cosa veramente difficile lo scrivere vera poesa, ed il fare opere poetiche degne di eterna fama, a far de' versi come tanti e tanti gli fanno, non ci voglia poi la sapienza di Salomone. Circa alle donne poi io credo che di quelle capaci di scriver versi degni di eterna fama, ce ne sia pochne, e pochne bene; ma quasi tutte sieno state e sieno buone a far versi misurati collo spago".
"Nel suo ragionamento c' qualche parte di vero; e le dico schietto che non parmi possibile essere tutta quanta erba del suo orto: quelle parole per altro che riguardano le donne, non solamente sono troppo severe, e false in gran parte, ma troppo mi meraviglia il sentirle dire da lei, che pure  donna come le altre. Non si abbia per male, se le dico di sospettare che ella parli un poco a passione, per animosit che ella abbia con qualche poetessa vivente".
Il maestro non parlava a caso, come quegli che sapeva, essere una delle poetesse rammentate dalla Vittorna amica di sua madre, dalla quale spesso andava, ed a lei faceva delle prediche, per la qual cosa fieramente avevala presa a noja. Essa per altro rispose con qualche dispetto:
"Io non ho animosit per nessuno; ad ogni modo pigli quel che c' di buono nelle parole mie, il rimanente lo lasci stare".
"Di buono e di vero c', rispose il maestro, quel che la dice di non essere comportabili i poeti mediocri, ed essere i poeti eccellenti rarissimi. Il far dei versi non  cosa per niente difficile a chi tanto o quanto ha studiato le lettere, e gustato le opere dei grandi poeti; come se ne ha la prova nel numero stragrande dei verseggiatori che sempre ci sono stati, ci sono e ci saranno in Italia; tutta gente della quale non si parler pi nel tempo avvenire, n anche di alcuni di quelli i quali hanno grave nomea al presente. La storia della letteratura ne ammaestra, che non pochi poeti hanno avuto gran fama ai loro tempi, e che di loro, o non si ricordano adesso n anche i nomi, o che sono reputati degni di biasimo anzi che di niuna lode. L'acquistar fama tra' presenti procede da molte cose, le quali col merito non hanno niente che fare: il favore dei grandi, le lodi su pei giornali comprate a peso d'oro, e spesso scritte dall'autore proprio: il lusingare certe passioni delle moltitudini: l'atteggiarsi a poeta civile, e a' giorni nostri il gridar fuori i barbari, morte a' tiranni, viva l'Italia, stemperando queste nobili idee in un diluvio di versi pieni delle pi strane immagini, delle pi pazze metafore, e delle pi bestiali parolacce. Sopra tutto poi giova il farsi poeta di una setta, declamando in versi parte pedanteschi e parte spiritati, le pi esagerate, pazze ed empie folle, mettendosi in capo un berretto frigio. Allora i caporioni della setta ti portano a' sette cieli: dnno voce a' lor fattorini, i quali strombazzano il gran poeta per ogni cantuccio d'Italia: questo schiamazzo sopraff molti poveri di spirito, i quali credono proprio vere e meritate le lodi; e quel che  pi bello che il gran poeta le crede vere anch'egli, e se ne pavoneggia... Ma chi alle grida non si lascia intronare: chi le cose giudica secondo le regole certe della critica, ride di queste commedie: stima que' poeti mattgioli per quel che vagliono, e non dubita punto che la loro gran nomea debba morir con essi. Questo per altro non  luogo o tempo da tali discussioni; e torno alle donne. Qui la signora Vittorna  stata troppo severa. Non dir che tutte le poetesse sieno veramente degne di quel nome, che, per dirlo con Dante, pi dura e pi onora, n anche tutte quelle, la cui vita  qui stata letta: ma circa alle donne, militano in favor loro molte considerazioni. Prima di tutto bisogna pensare che, essendo la donna, e per natura, e per educazione, e per il buon procedere del viver civile, destinata al governo della famiglia, e non agli studj, molto pi sono da valutarsi i pregi delle donne in questa materia, che quelli degli uomini. Poi bisogna pensare quanti meno ajuti ha una donna per progredire negli studj: non pu andar liberamente a udir lezioni di valentuomini per gli atenei e per le universit: nelle pubbliche biblioteche non va: non conversa cos liberamente co' letterati di una citt, n va a' ritrovi loro privati. Con tutto questo per altro molte poetesse hanno scritto cose degne di gran fama; e si possono senza scrupolo paragonare co' migliori poeti. Delle donne che scrivono qualche versucciaccio per semplice vanit, per far le leziose nelle conversazioni, e per aver lodi ne' giornali volanti, non accade parlarne: esse hanno la derisione dei savj: il castigo che meritano per altro lo dnno loro le amiche e le compagne, e per le lasceremo noi ben avere senza dirne n ben n male".
Come il maestro si tacque, venne fuori una delle fanciulle a domandare:
"Dica signor maestro, la Vittorna ha detto che la Faini fu pastorella d'Arcadia: che cosa son le pastorelle d'Arcadia?".
"Glielo dir un altro giorno, rispose il maestro, perch la signora direttrice fa cenno di dovercene andare".


13. CAMMILLA FENAROLI.

Quando le signorne con la direttrice entrarono nella sala, trovarono la signora Laurna gi seduta al suo posto, la quale tutta ridente disse loro:
"Mi ricordo l'amorevol rimprovero che mi fece la direttrice per essermi fatta aspettare quando mi tocc a legger la vita della Vittoria Colonna; e non ho voluto rinnovare oggi: ecco perch ho voluto piuttosto aspettar io tutte loro."
E levato il suo quadernetto dalla borsa lesse:
"Oggi non ho alle mani argomento cos abbondante come quando scrissi, per leggerla qui a voi altre, la vita della Vittoria Colonna; ma tuttava anche la Cammilla Fenaroli, di cui oggi debbo parlarvi, non  indegna di essere ricordata, e proposta ad esempio. La Colonna era marchesa e nobilissima: contessa e nobilissima fu la Cammilla, come quella che fu della illustre e antica casa Solaro di Asti, in Piemonte, bench essa nascesse in Brescia. Da giovanetta non dava punti segni di dover riuscire quell'ingegno ricco e vivace che poi riusc: aveva per altro molto brio, con una accesissima immaginazione; e per si butt con ardore alla lettura dei romanzi. Non indugi molto per altro ad accorgersi quanto simili letture fossero pestilente veleno al cuore ed allo spirito; e per, dato un calcio a' romanzieri, si volse a' poeti classici, la lettura assidua de' quali accese in lei il fuoco poetico, che diede lucida fiamma quando essa, andata sposa del conte Ottavio Fenaroli, pot comparire nel mondo, e fare apprezzare le rare sue doti. Nel comporre ella studiava alla perfezione: amava appassionatamente lo studio, e la lettura de' nostri grandi scrittori; ma non dimentic mai di esser donna, moglie, madre; dacch il marito amava e riveriva come ogni buona e gentil moglie dee fare: i figliuoli allev ed educ da s, usando con essi ogni pi amorosa cura; da s attese al governo della famiglia. Venuta in et matura, si volse a studj pi gravi, coltivando di preferenza la filosofa, massimamente la metafisica; e quanti allora tale scienza professavano, tanti la reputavano in quella eccellente, e con lei ne conferivano le pi alte speculazioni. Pervenuta quasi alla estrema vecchiezza, mor istantaneamente verso la fine del secolo passato.
Ecco le notizie da me potute raccogliere sopra questa valente donna: se esse sono scarse, datene la colpa ai tempi procellosi che alla sua morte correvano, ne' quali a poco pi si attendeva da ciascuno che alle cose di guerra e di politica; e molti libri, e molte carte andarono disperse: a me poi date tutta quanta la colpa, se questo mio discorso  cos disadorno e mal composto.
Tutte le compagne applaudirono, dicendo anche amorevoli parole alla Laurna: dopo di ci la direttrice disse con solenne gravit: 
"La vita della Fenaroli, scritta e detta con molto garbo dalla signora Laurna,  un poco asciutta di notizie; ma per contiene un efficacissimo ammaestramento per tutte le gentili fanciulle. Nella prima sua giovent quella valente donna si perdeva nel leggere i romanzi; ma come Dio le aveva dato buon senno, conobbe da s medesima quanto era pericolosa lettura s fatta: l'abbandon in tempo da non sentirne verun effetto; e si volse animosamente a' buoni studj. Vorrei adunque che a tutte le fanciulle d'Italia fosse noto questo fatto della buona Cammilla, e che tutte ne prendessero stimolo ad imitarlo: dico tutte, e dovevo dire tutte quelle che impazzano dietro a' romanzi, le quali per altro sono un numero quasi infinito. Lo credano, signorne, non ci ha lettura pi velenosa di certi romanzi che pi allettano le giovani menti: il loro veleno poi  di tanto pi pericoloso quanto nel primo gusto  dolcissimo; ma uccide, o almeno altera e guasta cos il cuore e la mente, che anche gli animi pi ben disposti naturalmente, ne divengono una cosa compassionevole, e spesso ridicola. In quei libri sono generalmente ritratte le pi ardenti, le pi feroci passioni; e vi sono trattate anche esageratamente, con tutti i pi strani e lusinghevoli casi di esse: amori scandalosi ed osceni: orribili vendette: fatti spaventosamente feroci: esempj di gravi delitti riusciti a buon fine: dispregio di ogni cosa pi santa e pi reverenda: scherno di ogni principio morale: lusingata ogni pi rea passione. Come dee fare, chi si nutrisce di questa roba, a non guastarsi e divenir pazzo o cattivo? Io parlo qui a signorne, e non  dicevole che a voi dica apertamente tutte le parti brutte delle lettrici di romanzi: vi legger nondimeno il ritratto che di una delle cos fatte scrisse Giuseppe Manzoni nella sua operetta Ritratti critici. Ecco qui, "Matilde immagina gli eroi come possono essere, non come sono: vorrebbe che gli eventi, e le persone del mondo, succedessero, pensassero, operassero secondo la sua strana fantasa. Niuno , secondo lei, fedele in amore, niuno  veramente valoroso. Non c' donna bella, che a lei non paja un'arpa; n savia, che non la reputi sciocchissima. Niente cura, tutto disprezza: per tratta ciascuno con tale cortesa e gentilezza affettata, che stomaca. Ghigna, sorride, loda, ammira, fa carezze svenevolmente:  cascante di vezzi: pensa ed opera diversamente da chicchessa: i suoi pensieri tendono al sublime; le sue parole sono scelte, e contengono sentenze da oracoli. I savj la dileggiano: vorrebbe acquistare naturalezza, e domand a me il modo. Io le risposi: Bruciate tutti i Romanzi". Questo scrittore ha toccato solo la parte ridicola; ma quanto ci resta da dire per l'altra parte dolorosa e dannosa!... Basta, loro son savie e bene educate: baster loro avere accennato il pericolo: e non dubito che lo sapranno fuggire.
"Signora direttrice, disse qui la Bettna, ella ha parlato di alcuni romanzi: ma dunque vuol dire che non tutti sono pericolosi".
"Ho detto alcuni a bello studio; e, se ella o qualcun'altra non mi avesse domandato nulla, io stessa avrei detto altre parole sulla materia dei Romanzi. Dico loro per tanto che a' giorni nostri alcuni valentuomini, vedendo che la gente si volgeva alla lettura di tali libri pericolosi, e conoscendo che ogni argomento sarebbe stato vano a distogliernela; che fecero? "Scriviamo, dissero, de' romanzi anche noi; ma scriviamoli in modo che il buon costume non se ne vergogni: che non accendano a ree ed eccessive passioni, ma a nobili e temperate: che al diletto uniscano anche la istruzione; e cos a poco per volta, se non tutti, molti almeno si volgeranno a leggere questi nostri, piuttosto che quegli altri". E cos fecero: e cos primo Alessandro Manzoni scrisse quel suo mirabile racconto de' Promessi Sposi, e poi vennero il Grossi col Marco Visconti, il Cant con la Margherita Pusterla, il d'Azeglio con l'Ettore Fieramosca e col Nicol de' Lapi, lasciando stare altri minori, che pur seguitarono quel modo. I loro Romanzi dunque io intendo di non confondere con gli altri da me fieramente biasimati: e quelli credo che qualunque onesta e ben creata fanciulla gli possa leggere senza pericolo."


14. GIULIA BAITELLI.

La Giulia Baitelli, della quale mi tocca oggi a parlarvi, incominci senz'altro preambolo la Fulvia, viveva nel tempo medesimo che la Fenaroli: erano amicissime tra loro, ed erano ambedue celebrate e stimate come bellissimo ornamento della citt di Brescia, dove la Baitelli come la Fenaroli era nata. Si potrebbe dire che la nostra Giulia onorasse in Italia la letteratura greca e latina, come in Francia la onorava madama Dacier sua coetanea, tanto essa conosceva a fondo e coltivava amorosamente quelle due lingue; di sorte che non dismesse mai per tutta la vita la consuetudine di leggere ogni giorno uno dei pi bei tratti di classici greci e latini, di tradurlo subito, e d'impararlo a mente: anzi, come quella che era religiosissima, sempre recitava in greco le preci, i salmi, la Bibbia, le omelie di S. Basilio e di S. Giovanni Crisostomo. Non pot per altro non cedere anch'essa all'andazzo del suo tempo, e scrisse versi d'amore come la Fenaroli, e come lei fu pastorella d'Arcadia. Ambedue queste valenti donne erano la delizia di tutte le persone culte e gentili della loro citt; e quel che  veramente maraviglioso, lungi dall'astiarsi, volevansi un ben di vita. Generalmente la loro conversazione era lieta e piacevole; ma quando capitava l'occasione di farla diventar grave e dotta, avendo ciascuna di esse una memoria di ferro, molto spirito, e facile parola ed ornata, l'una, attingendo a' pi puri fonti della letteratura greca e latina, citava i pi bei luoghi degli antichi autori, e sapientemente gli commentava; e l'altra discuteva i principali sistemi di filosofa, gli metteva tra loro a confronto, e cos dissertava sapientemente: lontane ambedue dalla pedanteria o dalla acerbit. Come queste due valenti donne erano state amiche per tutta la vita, cos morirono a poco intervallo l'una dall'altra: la Giulia nel 1768, la Cammilla nel 1769. Le loro poese si leggono in molte raccolte; e specialmente in quella degli autori bresciani pubblicata dal conte Roncalli.
Quando la signorna che leggeva disse, anche la Baitelli essere stata pastorella d'Arcadia, si ud, tra fanciulle un qualche sghignazzo; ed appena ebbe finito la sua lettura, quella fanciulla che due domeniche innanzi aveva domandato al maestro che cosa erano le pastorelle d'Arcadia, disse tutta festosa:
"Signor Maestro si rammenti la promessa delle pastorelle d'Arcadia."
E il maestro, sorridendo: "Ogni promessa  debito; e il debito della domenica antipassata, eccomi qui per pagarlo adesso. L'Arcadia era una regione dell'antica Grecia, abbondantissima di pascoli, ed i cui abitanti, chiamati Arcadi, erano famosi per cantare di poesa, come fanno adesso anche tra noi molti popolani. I Greci per altro, che le loro cose magnificavano ampollosamente, celebravano questo poeteggiare per un miracolo; e Arcadia ed Arcadi simboleggiava per essi la eccellenza del poetar pastorale. Da questa Arcadia pertanto si prese il titolo di una accademia poetica, fondata in Roma verso la fine del seicento, col savio proposito di combattere le pazze e i vaneggiamenti poetici del Marini e dei suoi seguaci, che si conoscono col nome di secentisti, studiandosi di richiamare la poesa alla forma schietta de' classici. Ma spesse volte, fuggendo un vizio, chi non  molto accorto, d in uno peggiore; e cos quella accademia riusc a screditare il Marini, e suoi seguaci; ma cadde ella poi in tali fanciullaggini, che gli valsero gli scherni e le beffe di parecchi valentuomini. I luoghi ove si adunavano si chiamavano Boschi, o Selve, i varii collegj Serbatoj, i colleghi Pastori, e Pastorelle le accademichesse: ciascuno pigliava un nome accattato pendantescamente dal greco, e poeticamente si chiamavano tutti per i nomi pastorali di Teocrito e di Virgilio, cio Menalca, Tirsi, Titiro; e le donne Clori, Nice e simili: generalmente cantavano di amore; ma cos freddamente, e cos sdolcinatamente che era una morte. Chi sapeva accozzare quattordici versi rimati era poeta, si creava pastore d'Arcadia, e si portava alle stelle; molte donne si eleggevano per colleghe, e si chiamavano esse Pastorelle, come Pastori si chiamavano i colleghi. A lungo giuoco per altro stancarono tutti: il nome di Arcade divenne nome quasi di scherno; e finalmente gli frust cos maledettamente il Baretti, che diede loro l'ultimo crollo. Non che l'accademia di Arcadia morisse, no; ma si riordin per modo che, tuttora vivente,  adesso ordinata all'incremento dei buoni studj, e niuno or la dispregia. Non altro occorre dir qui dell'Arcadia, e dei suoi pastori e pastorelle; n credo che altro si curino di saperne queste signorne".
Le signorne assentirono; ed allora il maestro ripigli:
"Ora vorrei fare io, per semplice curiosit, una domanda alla gentil signora Fulvia".
"Eccomi tutta orecchie a udire il suo desiderio, rispose la Fulvia; cos potessi saperle rispondere in modo conveniente....
"Ella ricord per cosa mirabile che la Baitelli e la Fenaroli non si astiassero fra loro, ma si conservassero amicissime fino alla morte. Parrebbe dunque che ella credesse, le donne essere invidiose ed astiose l'una dei pregi e delle virt dell'altra".
"Sicuro che lo credo, replic subito la Fulvia...."
Ma qui la interruppe la Direttrice con queste gravi parole:
"Signorna, non ist bene a una fanciulla cos giovane il gettare in faccia al nostro sesso un insulto in questo modo; e biasimare acerbamente tutte le donne per il peccato di poche.  vero purtroppo che parecchie donne sono astiose, e queste sono da condannarsi con ogni pi acerba parola; ma le cos fatte sono quelle che hanno il cervello leggero, che mancano di educazione, e che sono cattive di cuore. Se con qualcuna di esse ha che fare una donna ben creata ed istruita, l'astio e l'invidia nasce subito, e fierissima; n nasce solo, anche tra loro pari, per i pregi morali o della istruzione; ma per un'abito, per una acconciatura, per un braccialetto, per un par d'orecchini, o per qualunque altro degli ornamenti e giojelli e ciondoli, dei quali, dir si addobbano, piuttosto che si adornano le donne vane, e di poco cervello, le quali stimano pi senza dubbio un ricco ed elegante abbigliamento che tutte le pi belle virt delle donne prese insieme. Queste cotali per altro non sono la maggior parte del nostro sesso; e tra per lo scherno che se ne fa da tutta la gente di senno, e per la educazione femminile, che sempre va migliorando, il loro numero diventer ogni giorno minore, e quelle poche che rimarranno, saranno additate per bizzarre eccezioni, e per pigliarne materia di spasso e di riso; come gi ho veduto io con questi occhi essersi gi cominciato a fare, perch, trovandomi sere sono in una signorile conversazione, dove era una signora addobbata esageratamente, e che del suo addobbo si pavoneggiava nel modo pi svenevole, tutti coloro ai quali ella si pensava di dover piacere, tutti la schernivano celatamente, e ridevano alle sue spalle. Ma basti di ci: adesso voglio pregar di una cosa la signora Rosna, alla quale tocca la lettura quest'altra domenica.
"Eccomi qua per servirla.
"Nel semestre passato mi usc di mente una celebre dama fiorentina, della quale volentieri avrei dato a fare la vita; e vorrei adesso riparar questo sbaglio, tornando un par di secoli addietro. Lei, signorna, che studia cos volentieri, ed  cos pronta di ingegno, vorrebbe, scambio della vita che le tocca a fare, far quest'altra? Vedr che  una donna secondo il suo genio.
"La ubbidir con tutto il cuore.
"Allora non le rincresca il venire un poco di l con me, ch le dar il nome di questa illustre donna, ed il libro da cui ne possa attinger notizie".
E qui, licenziate le altre signorne, ella e la signora Rosina andarono nella stanza, dov'era una piccola librera, a preparar materia per la lettura di domenica prossima.


15. CLARICE DE' MEDICI.

La signora Rosna, a cui toccava il leggere la Vita, comparve nella sala tutta allegra in vista, e fatta riverenza alla direttrice ed al maestro, sal al suo posto, e cominci:
"Bisogna ch'io mi faccia dal ringraziare la nostra cara direttrice per lo scambio fattomi del tema del mio discorso. Quello assegnatomi dapprima, non posso negarlo, era contro al mio genio, e non sapevo indurmi a trattarlo; questo datomi in sua vece,  veramente secondo il mio cuore, e lo tratto proprio di gusto. Vi parler di una donna nobilissima, di alti spiriti, e operatrice di fatti magnanimi, dico della Clarice de' Medici. Nata essa a Firenze in quella casa de' Medici che fin d'allora agognava alla signora della sua patria, anzi aveva gi ordita la rea tela, fino da bambina pot osservare le arti che i suoi parenti usarono per colorire il perfido disegno, e fieramente le dispiacevano. Venuta in et da marito, fu data per isposa a Filippo Strozzi, che era il primo cittadino di Firenze, ed il pi ricco di tutta l'Italia; il quale, bench non avesse un proposito fermo in politica, ed anzi in pi occasioni avesse favoreggiato la casa Medici, tuttava quando vide che il cardinale Ippolito voleva davvero farsi tiranno della sua patria, si dichiar apertamente contrario; e da Roma, dove allora abitava, cominci a tener pratiche con i congiurati. Quando poi fu il tempo, pales ogni cosa a madonna Clarice sua moglie, la quale, non pure gliene di lode, ma volle essa medesima aver parte efficace nel salvare la libert della sua patria, al qual fine, cominciati gi in Firenze i tumulti contro la famiglia de' Medici, ella venne a posta da Roma, per abboccarsi con tutti gli amici e aderenti, e per confortargli nel proposito di salvare la libert, promettendo loro ogni ajuto. Anzi non dubit di presentarsi ella medesima a' suoi ambiziosi congiunti, e dir loro: Che i suoi antenati avevano tanto potuto in Firenze, quanto aveva loro conceduto il popolo, e alla volont di quello avevano ceduto quando se ne andarono l'altra volta, e cos facessero adesso, che sarebbe il loro meglio. Intanto i tumulti si facevano maggiori in Firenze, dove gi era tornato anco Filippo Strozzi: e radunatosi il consiglio grande, si deliber che i Medici dovessero andarsene; e lo stesso Filippo signific a quegli ambiziosi tal decreto, i quali presero tempo a rispondere. Ma la risposta facendosi troppo aspettare, madonna Clarice and animosamente nelle loro stanze, e fatto ad essi acerbo rimprovero per il mal governo loro, e per la loro smoderata ambizione, tanto gli sbigott, che gli indusse a partire, il che fu a d 17 di maggio del 1527. Madonna Clarice sopravvisse poco; e mor nell'anno seguente, compianta da ogni buon cittadino.
"Dal libro che mi ha dato a leggere la signora direttrice non ho potuto raccogliere altro che queste notizie di madonna Clarice; ma queste mi pajono pi che sufficienti a provare la gran prudenza e l'animo virile di quella donna, e quanto pu produrre di splendidi effetti la nascita illustre e la buona educazione. Donne volgari, e senza buona educazione, fanno come abbiam veduto fare alle donne di Messina, delle quali ci parl la Nina; e come le donne francesi della Rivoluzione, delle quali ci parl la signora direttrice: la Nostra con la prudenza, con l'autorit, e con ardite e gravi parole agli oppressori della libert, liber la sua patria.
"La signora Rosna almanacca sempre con la nobilt, con la nascita illustre e con altre simili cose; ma chi le ha detto che il generoso atto di madonna Clarice procedesse solo da ci? Basta, non rientriamo in questa materia della nobilt; e facciamo piuttosto notare a queste signorne come la citt di Firenze, e la fiorentina Repubblica, quello che acquist per la prudenza e per l'animo virile di una donna, lo perd ben presto per il poco senno de' Fiorentini, e per la sventura sua propria. I Medici furon cacciati,  vero; ma partirono col pensiero al ritorno; e tra perch i Fiorentini si perdevano in vane dispute, e perch non pensarono di proposito ad assicurare la fresca libert, si trovaron poi addosso quella spietata guerra di papa Clemente VII, aiutato dall'imperatore Carlo V, per la quale Firenze fu assediata, la repubblica uccisa e ricondotti i Medici, non pi come cittadini, ma come principi assoluti. E quel Filippo Strozzi marito della Clarice, dopo aver barcamenato in mille maniere, si un all'ultimo co' fuorusciti fiorentini, i quali tentarono, parecchi anni dopo, di liberar Firenze con l'ajuto di Francia; ma fu preso insieme con gli altri a Montemurlo, dopo aspra battaglia; e chiuso in una fortezza, vi fin miseramente la vita, chi dice ammazzatosi da s; e chi fattovi ammazzare dal Duca Cosimo de' Medici allora regnante."
Veduto che la direttrice si taceva, la signora Elisna disse:
"Questo ragionamento tutto storico; mi fa venire in mente un pensiero: come mai, tra tante donne illustri da noi ricordate, n meno una ce n' che abbia scritto Istorie?
"A questa domanda, disse la direttrice, potr forse pi acconciamente di me rispondere il signor maestro".
Ed il maestro: " Che io il sappia fare pi acconciamente di lei, ne dubito forte; nondimeno, se a lei piace che la risposta si faccia da me, ed io la far.
"Le ragioni perch non ci sono storie gravi scritte da donne, sono su per gi quelle medesime assegnate qui altra volta per rendere ragione della rarit delle donne scienziate, rispetto alle letterate o alle artiste. Lo scrivere istorie non  opera di semplice fantasia, n a ci basta il solo pronto ingegno; ma ci vogliono molte qualit che una donna non pu avere, oltre a quella che ha raramente, di una mente disposta agli studj pi gravi e speculativi: ci vuole, diceva, lunga pratica di negozj pubblici; lungo ed assiduo studio degli storici di ogni tempo e di ogni nazione; andare a passare il pi del tempo per le biblioteche ed archivj, frugando, interpretando vecchi documenti, facendo spoglj sopra codici di materie diverse: ci vuole una lunga consuetudine del trattare materie politiche; conoscenza perfetta del diritto pubblico, delle leggi che governano la diplomazia; e sottili investigazioni di ogni maniera. Tutte cose aliene troppo dalle consuetudini di una donna, ed alcune anche non possibili alle donne. Ecco perch non ci sono donne che abbiano composte istorie da potersi veramente dir tali: il che peraltro non significa che non ce ne possa essere nel tempo avvenire; e che una di queste non possa essere anche la signora Elisna, sol che voglia barattare le cure gentili e benigne proprie delle donne, con le gravissime e laboriosissime degli uomini, anzi lasciando quasi di esser donna e facendosi uomo."
Qui le altre alunne fecero una bella risata; e la signora Elisna, ridendo insieme con esse, protest di volere rimaner donna com'era: e cos di un piacevole ragionamento in un altro venne l'ora del doversi partire, e partirono.


16. MARIA PELLEGRINA AMORETTI.

"Mie care compagne, incominci la signora Beppna, dopo aver fatto un riverente saluto alla direttrice ed al maestro, l'altra volta, perch ero un po' malazzata, e perch il babbo e la mamma non vollero che io uscissi di casa, non potei venire a fare la mia lettura: oggi eccomi qui, ma vi confesso che ho la tremarella, dubitando di mostrarmi troppo mal adatta al mettere in carta; e tanto pi grave sar il mio rossore quanto appunto mi tocca a parlarvi di una donna valentissima, e perfino laureata in legge. Basta, Dio m'ajuter, e voi sarete benigne agli spropositi che dir.
"La illustre donna, che  soggetto del mio discorso, si chiam Maria Pellegrina Amoretti, nata ad Oneglia, nel genovesato, il d 7 di novembre del 1756. Bazzicando nella casa sua alcuni valentuomini, fino da bamberttola stava attentissima a udirgli parlare di scienze e di lettere, per le quali mostr tale e tanta disposizione, e si diede a studiarle potentemente cos di buon'ora, che a 15 anni fu in grado di sostenere pubblica disputa di filosofa con tal prontezza e sapienza che fanatizz tutti i suoi uditori e contradittori, i quali dissero apertamente che essa era gi da agguagliarsi alle pi famose donne del tempo passato. Poco dopo volle andare alla Universit di Pava, dove messasi a studiar legge, e sgobbando a pi potere, fece meraviglioso progresso, di modo che, compiuti appena i ventun anni, fu addottorata in giurisprudenza, in quella medesima universit, il d 25 di giugno del 1777. La cerimonia del conferimento della laurea fu fatta nel modo il pi solenne e pi brillante: ella sostenne in quel giorno medesimo parecchie tesi con una sicurezza e con una aggiustatezza sorprendente; le quali tesi furono poi stampate, e dedicate a Beatrice D'Este, arciduchessa d'Austria, e governatrice di Milano, la quale fece sontuosi regali alla giovane dottoressa. I migliori ingegni di quel tempo la celebrarono con altissime lodi; e il giorno del suo dottorato, dopo essere stata insignita dell'anello dottorale, le fu donata, e posta ad armacollo, una bella ciarpa, ricamata ad oro ricchissimamente, sulla quale era scritto queste parole (che io copio tali e quali, ma non le intendo): Ob juris scientiam Academia Ticinensis dat libenter merito; e sopra ci le fu presentata una corona di alloro. Insomma quella solennit fu rimarcabilissima e da registrare nei fasti della universit di Pava. La Amoretti visse altri 23 anni, sempre immersa ne' suoi cari studj; e mor verso la fine del secolo passato di anni 46, di malatta infiammatoria, essendo tuttora fresca e benportante, da fare sperare nobili frutti del suo ingegno."
Appena la Beppna ebbe finito di leggere, si alz tutta rossa nel viso, e corse al suo posto col capo in seno, quasi volesse nascondersi dalle compagne, le quali, per farle coraggio, le furono larghissime di applausi e di brava. Vi ricorderete che questa Beppna ve la diedi l'altro semestre per la pi svogliata di tutte, e la meno atta forse ad imparare; tuttava, dopo avere scritto quella lettera, ed esser mancata al suo dovere di leggere la vita, vedendo che la direttrice la trattava sostenutamente, n mostrava di curarsi se studiava o no; e sapendo anche le censure fatte alla sua letterina; cominci ben presto a addolorarsi della indifferenza della direttrice, ed a vergognarsi di essere la sola cos svogliata tra tante fanciulle di buona volont: e datasi a studiar di proposito, racquist ben presto la grazia della direttrice, la quale, non che non le volesse pi bene; ma mostrava quella indifferenza e quella non curanza, conoscendo, che s fatto modo sarebbe stato il pi efficace per richiamarla al dovere. Anche la direttrice per tanto la incoraggi molto, e le disse brava, soggiungendo:
"Mi ha dato una vera consolazione tra le altre cose il sentire che ella ha abbandonato il brutto vizio di dire papp e mamm invece dei dolci nomi di babbo e mamma.
"Seppi, rispose la Beppna, le giuste censure che mi furono fatte qui, or fa sei mesi, quando tali parole scrissi in quella sciagurata letterna; e d'allora in qua non mi sono pi uscite di bocca".
"Ci mostra che ella  docile, buona, e facilissima a rimettersi nella retta via: della qual cosa fa prova anche la vita da lei ora letta, la quale, da poche parole non troppo eleganti in fuori,  scritta con assai garbo.
"Ella  cos buona che lo dice per incoraggiarmi, e la ringrazio: vorrei per altro che, o lei, o il signor maestro, mi additassero quelle parole, per potermene guardare altre volte.
"Questo  ufficio del signor maestro.
"Ed io, soggiunse il maestro, far il mio ufficio; e prima di tutto far notare alla signorna che di una gentil donzella, il dire che sgobbava per studiava assiduamente,  un mancare al decoro. Sgobbare lo dicono gli scolari di Pisa parlando del loro condiscepoli, che il pigro ingegno compensano collo studio continuo, fuggendo ogni lieto ritrovo; e que' loro condiscepoli gli chiamano sgobboni. Ella vede dunque, oltre all'esser tal voce trivialissima, che mal si addice alla Amoretti, fanciulla gentile, e di pronto ingegno. Ella ha detto che la Maria Pellegrina, sostenendo quella tesi, fanatizz gli uditori. Queste voci Fanatizzare per Empiere di meraviglia, Rapire altrui coll'eccellenza dell'arte, e Fare fanatismo per essere ammirato ed applaudito, sono,  vero, comuni, massimamente nel linguaggio teatrale; ma non resta per questo che non sieno stranissimi modi, e da fuggirsi a tutto potere, chi considera il vero significato della voce Fanatico dalla quale nascono. Parlando della cerimonia della laurea, ella ci ha detto che fu fatta nel modo il pi brillante, e ci ha detto per conseguenza una piccia di impropriet: la prima  quella di aver messo l'articolo il dinanzi al pi brillante, che  costrutto alla francese, n la lingua italiana lo comporta dovendosi dire nel modo pi: la seconda  la voce brillante per ricco e splendido, che  pur essa tutta francese. Anche la solennit rimarcabilissima per segnalatissima, o notevolissima  un brutto barbarismo; come pure  barbarismo il dire che la Amoretti quando mor era tuttora benportante, non mancando nella lingua nostra voci acconcissime a significar tale idea come gagliardo, robusto, ed altre secondo l'occasione: e n anche quell'aggiustatezza sorprendente nel sostenere le tesi non  farina schietta italiana, potendosi, e dovendosi dire aggiustatezza o mirabile, o stupenda, o altrimenti secondo l'occasione. Io non ho altro da dire: solo aggiungo che questi sono ni, i quali non deturpano troppo il bello scritto della signora Beppna"
La Beppna ringrazi caramente il maestro; e avendo la direttrice dato il segno, le signorne si alzarono per andarsene, quando la Eglna:
"Signor maestro, disse, la Beppna ci ha recitate certe parole latine che erano scritte sulla ciarpa regalata alla Amoretti il giorno della sua laurea, le quali parole ci ha detto di non avere inteso neppur ella. Scusi, ve', siamo donne, e per conseguenza curiose: si potrebbe sapere che cosa voglion dire quelle parole?" 
"Perch no? Le parole latine erano queste: Ob juris scientiam Academia Ticinensis dat libenter merito, che, spiegate alla lettera suonano: Per la scienza del Diritto la Universit di Pava offre di buon grado al merito".
La Eglna, a nome anche delle altre alunne, ringrazi il maestro; e qui fin per quella mattina la conversazione.


17. LAURA BASSI.

Questa domenica lesse la Clelia, quella signorna che vi ricorderete essere stata molto lodata dal maestro per il suo modo facile e schietto di scrivere, quando lesse la vita della Sofonisba Anguissola; e dovete pensare, se adesso ci si fosse messa con tutto lo studio per non far bugiarde tali lodi, dalle quali prese anzi materia a fare il suo breve esordio dicendo:
"La volta passata il signor maestro benignamente mi lod per il mio modo di scrivere, non certamente perch'io lo meritassi, ma forse e senza forse per invogliarmi dello studio: e se tale fu il fine delle sue lodi, io lo accerto che fecero l'effetto, avendo io studiato assiduamente in questi sei mesi, e letto molti buoni libri, affine di vedere se col tempo meriter di esser lodata davvero per questo capo. Dubito per altro se lo studio abbia dato buon frutto in questo lavoruccio che sono per leggervi: a me, dico schiettamente, che parmi di no.
"Il soggetto del mio ragionamento  la vita della Laura Bassi, celebre letterata bolognese, che nacque nel 1711. Il padre si diede ogni pi gelosa cura della sua educazione, e della scelta di buoni maestri, vedendo nella sua bambina un ingegno prontissimo, e volont di imparare: n si ingann giudicando che sarebbe diventata tale da onorar la famiglia e la patria, perch, imparate fondatamente le lettere latine ed italiane, si diede allo studio della filosofia nella patria universit, dove fece progresso tanto mirabile che a ventun anno sostenne dinanzi ai cardinali Grimaldi e Lambertini una tesi, avendo sette professori che le argomentavano contro, a quali rispondeva in lingua latina, ch'ella parlava con invidiabile facilit e purezza. Sposatasi poco appresso con Giuseppe Veratti medico, n per le cure di famiglia abbandonando gli studj, cresceva sempre in sapienza ed in fama; tanto che il Senato di Bologna le di la cattedra di filosofia, e fece coniare una medaglia in suo onore col ritratto di lei dall'una parte, e dall'altra una Minerva (dea della sapienza) col motto: Soli cui fas vidisse Minervam. Niuna donna per avventura fu padrona come essa di tante lingue, e di tante scienze, perch ebbe familiari la lingua latina, la greca, l'ebraica, e le pi nobili fra le moderne; e fu eccellente nella logica; nella metafisica, nella geometra, nell'algebra e nella fisica. Scrisse anche delle poese, ed un poema epico sulle guerre combattute in Italia dal 1740 al 1748, il quale  rimasto inedito; ed  bene, perch forse non reggerebbe al martello, e pi tosto che giovare, nuocerebbe alla sua fama. Mor nel 1778, compianta da tutti, e celebrata in morte da varj nobili ingegni; come una Raccolta di poese era stata fatta in suo onore, e stampata in due volumi, quando le fu data la laurea dottorale, e accettata nella Facolt di Filosofa.
"Lo studio, disse il maestro come prima si tacque la Clelia, si vede che le ha profittato, perch nel suo discorso, non solo ci sono i pregi medesimi che erano nell'altro, ma c' migliore ordine, e pi franchezza di periodare: il perch le faccio le medesime lodi, ed anche maggiori, confortandola di non abbandonare lo studio. Sulla fine per altro, se non m'ha ingannato l'orecchio, mi  parso di sentirle pronunziar nuocerebbe per nocerebbe. Ho franteso, o sta veramente cos?
"Sta cos, perch, venendo dall'infinito nuocere, mi pare che si dovesse dir nuocerebbe.
"Se le pare, le par male. Qui milita la regola del dittongo mobile, della quale pur mi ricordo aver loro detto qualcosa in iscuola; ma, a quel che sembra con poco frutto; e per, se piace a loro e alla signora direttrice, io ne tratter adesso un po' distesamente, perch  una bella vergogna il vedere, non dico da loro, ma quasi universalmente trascurata questa regola, che  quella forse la quale patisce meno eccezioni".
La direttrice e le alunne non solo acconsentirono, ma mostrarono vivo desiderio, che il maestro spiegasse loro la regola, ed il maestro disse cos:
"Regola costante adunque, e che ha meno eccezioni di qual altra si voglia,  questa, che in una voce, la quale abbia il dittongo uo o ie, se, ne' derivati da essa, l'accento trasportasi in altra sillaba, il dittongo si scempia; per esempio cuore ha l'accento sulla prima, che  dittongo; facendone coraggio, l'accento si trasporta sulla seconda, e il dittongo sparisce, n si pu dir cuoraggio. Siedo ha la posa sulla prima ed  dittongo; in sedeva l'accento va nella seconda, e il dittongo sparisce, n si pu dir siedeva. Nel modo medesimo si dice abbuono, abbuonano, abbuona, e non abbuonare, abbuonava, abbuoner, ma abbonare, abbonava, abboner, ecc.: si dice cielo e non cieleste ma celeste, si dice accieco, acciecano, ecc., e non acciecare, acciecavano, ecc., ma accecare, accecavano, e cos di mille altri simili casi. N il dittongo si scempia solo per trasporto d'accento, ma anche perch seguano ad esso due consonanti uguali; per esempio CUOCERE non solo scempia l'accento in cceva, cocer ecc., ma anche in cossi e cotto. Il trasporto di accento poi ha virt di far cambiare una vocale nelle diverse voci di uno stesso verbo; per esempio in UDIRE quelle che han l'accento sulla prima cominciano per o, come odo, odono: quelle dove l'accento passa alla seconda, cominciano per u, come udire, udir, udr, e nel verbo USCIRE cominciano per e quelle che hanno l'accento sulla prima come esco, escono, esci, e per u quelle dove l'accento passa oltre, come uscire, uscir, usciva. Non ci ha grammatico antico o moderno (dico di quegli non da quattro al centesimo) che questa regola non insegni, e non assegni buona ragione; il Bembo, il Castelvetro, il Salviati, il Salvini, il Buommattei, il Rogacci, il Bartoli, Celso Cittadini, Loreto Mattei, il Manni, il Parenti, il Gherardini; tutti insomma i migliori antichi e moderni, tra quali i pi largamente e dottamente che ne parlino sono il Cittadini, il Mattei, il Salvini ed il Bartoli fra gli antichi; e fra' moderni il Parenti in pi luoghi delle sue Strenne filologiche e il Gherardini nella Appendice alle Grammatiche teoricamente, e praticamente ne' suoi lavori lessicografici. E quel che prova la incontrastabilit della regola  questo, che e guelfi e ghibellini della filologa italiana si accordano nell'insegnarla e nel difenderla: segno proprio che non c' via da dirle contro. Eppure tuttor c' chi non la capisce! ed ancora di quelli che vanno per la maggiore parte scappucciano in questa materia! Ecco perch qui ho battuto un po' pi che altrove.
"Anche la Crusca, che ne' primi sette fascicoli della Va impressione avea trascurato tal regola, fattane accorta, non pure la osserva scrupolosamente nella ricominciata edizione; ma ne assegna ottime ragioni nella prefazione. - Ma che Crusca? che grammatici? che Bembi, che Bartoli, che Parenti, che Gherardini e altri medaglioni? Il popolo non usa tali dittonghi, e per conseguenza non si debbono, n parlando n scrivendo, adoperare. - Ma  vero proprio che il popolo non gli usa? - No che non  vero: una persona civile, qui in Firenze, gli usa, anche parlando quasi sempre, pronunziandoli molto raccolti,  vero, ma facendo pur sentire tanto o quanto della u, se il dittongo  uo, e della i, se il dittongo  ie, n certo una persona civile dir sole per suole, poi per puoi, voi per vuoi, celo per cielo, sedo per siedo, ecc., ecc. e molto meno lo scriver. Se poi si esce di Firenze e si va ne' luoghi dove l'italiano  senza dubbio meglio pronunziato, come a Siena, a Pistoja, e sulla montagna pistojese, questi dittonghi si odono spiccatissimi sulle bocche di tutti. E poi quando fosse altrimenti il popolo  autorit assoluta in opera di pronunzia? No, risponde Cicerone, Aulo Gellio, Dante, il Bembo, il Salviati, e tutti i primi maestri: no, perch allora bisognerebbe dire e scrivere sua e tua per suoi e tuoi, issole per il sole, e molte altre simili: no, perch  una matta l'accettare a chius'occhi questa autorit sconfinata del popolo, la quale ci porterebbe a dover dire e scrivere molti errori che al popolo son comuni, come vadino, dichino e simili per vadano e dicano: andiedi per andai: vai e fai e stai, per va, fa, sta, imperativi; si fece, si disse, ecc. per facemmo e dicemmo: lui e lei per egli ed ella in ogni caso: cosa per che cosa, ed altre simili gioje che pur brillano negli scritti di questi ciechi seguaci dell'uso; e no finalmente, perch non  vero niente che l'uso di questi e simili errori sia generale tra 'l popolo, essendoci pure una gran parte, anzi la maggior parte delle persone civili, che mai non li dicono.
"Non altro ho da dire circa a questa regola. Mi sono fatto intendere?
"S signore, rispose, la Zara a nome di tutte; e spero che niuna di noi cader pi in tal errore".
Intanto, essendo passata l'ora, la direttrice si alz, e tutte facevano altrettanto, quando la Eglna:
"Scusino, ma ci siamo scordate d'una cosa.
"Che cosa?" domand la direttrice.
"La Clelia ha detto delle parole latine; ma noi non sappiamo quel che voglion dire.
"O povera signora Eglna, continu il maestro, ha ragione, ed eccomi qui a spiegargliele. La signora Clelia ci ha raccontato che sulla medaglia coniata per la Bassi ci era il motto: Soli cui fas vidisse Minervam, le quali vengono a dire che quella medaglia fu coniata per onorare colei a cui sola fu conceduto di vedere Minerva, volendo significare che la Bassi fu la pi sapiente fra le donne, tanto sapiente che vide a faccia a faccia Minerva, la quale  simboleggiata per la sapienza stessa".


18. CORILLA OLIMPICA.

Toccava la lettura alla giovinetta Livia, a quella che vedemmo aver poca voglia di studiare, e che quando lesse la vita della Tornielli, dov confessare alla direttrice di essersela fatta fare dal suo fratello. L'amorevole, ma acerba riprensione che allora, come ricorderete, le fu fatta, fu la mano di Dio: si diede a studiar di proposito; e fu in grado di presentarsi nella presente domenica con un lavoro fatto proprio da lei, il quale, se non sar un miracolo, sar per comportabile. Udite che la Livia comincia a leggere.
"Stamane mi udirete parlare di una mia concittadina, che ebbe gran fama nel passato secolo, e merit di essere coronata in Campidoglio. Seguitemi col pensiero qua fuor di Porta al Borgo fino in cima a Capo di strada, passato la Filiera; la vedete quella casa l interna, assai grande e decente? Alzate il capo sopra la porta, e leggete quella scritta su quel marmo: essa vi dice che l nacque Corilla Olimpica, tale essendo stato il nome arcadico della Maddalena Morelli-Fernandez, di cui oggi vi debbo parlare. La famiglia Morelli abita tuttora quella casa, dove la Maddalena venne alla luce del mondo l'anno 1728. Studi con amore fino da' primissimi anni; e tuttor giovanetta, improvvisava versi bellissimi, odi, ottave, sonetti, canzoni, e per fino scene di tragedie, anche al cospetto del pubblico; e incominciato a dare accademie anche fuori di Pistoja, divent ben presto famosa, e fu accolta nell'Accademia di Arcadia, dove prese il nome di Corilla Olimpica, come gi vi ho detto, col qual nome, pi che col suo di famiglia, si chiam e si chiama ancora da tutti. La fama di lei cresceva un giorno pi dell'altro; e venne a tal punto, che fu incoronata in Campidoglio con grandissima solennit, il d 31 agosto 1766. Tutta Roma quel giorno era in festa: la poetessa era portata a cielo: per dove passava le piovevano addosso nuvoli di fiori, gettati da cardinali, da prelati, da principi, da gente di ogni grado e di ogni paese. Per altro non manc di addentarla la invidia con satire ferocissime; e il solito Pasquino disse di lei cose villane ed invereconde; ma ella si consol in quei prodigiosi onori, e nel sentirsi molto da pi de' suoi invidiosi nemici; perch veramente era una donna di merito reale, e qualcuna delle sue poese non improvvisate, mostrano il suo bello e nobile ingegno, e la vivacissima sua fantasa. Questa per le venne meno all'et di 60 anni, bench improvvisasse fino all'ultimo della sua vita, che si spense nel 1800. Una Raccolta di componimenti, fatti per la solennit della sua coronazione, la stamp il Bodoni elegantissimamente, ed alla sua morte furon fatti solenni funerali, dei quali ci ha un'ampia descrizione; e tali onori le furono dati per impulso specialmente del Generale Miollis, comandante delle forze francesi in Toscana, il quale pronunzi anche una enfatica allocuzione, detta nell'Accademia fiorentina, che incomincia da queste parole, le quali vi faranno testimonianza del tutto. Udite, e non ridete, se vi riesce: "Qui, e spesso, furono ascoltati gli armonici suoni della lira Corillina. Tace adesso. Il velo luttuoso che la cuopre ci dice che mai pi si udiranno quelle note soavi, che tanto vi hanno incantato"; e cos fino in fondo. Vi dir per ultimo che alla casa dove mor, in Firenze, fu posta una iscrizione, e ci  tuttava, la qual dice senz'altro "QUI ABIT CORILLA".
Non prima aveva finito di leggere la Livia, che la signora Giulietta domand al maestro:
"Dica, signor maestro, l'altra sera in casa nostra v'era il signor professore Cantelli, che diceva tutto il male possibile dei poeti, e specialmente delle poetesse estemporanee, affermando che il loro  un mestiere e non altro, e che sono da riputarsi ciarlatani belli e buoni. Aveva torto, o aveva ragione?
"Io non dir se avesse ragione o torto: solo le dir che questa  opinione di parecchi valentuomini. Per altro le dar a leggere quel che ne  stato scritto ora di corto da un mio amico, con ragioni calzantissime; ed io per parte mia, le dir solamente che il mondo par che non valuti gran fatto n gl'improvvisatori n le improvvisatrici, perch la loro fama dura poco; e questa stessa Corilla, che pure era valente donna anche per altri capi, nessuno pi la ricorda, se non per dare una idea dove pu giungere la frenesa, anche de' savi, quando hanno cominciato a pigliare un dirizzone. Anche a' giorni nostri si  portata alle stelle una vera ciarlatana d'improvvisatrice.... Basta, non tocchiamo questo tasto; e chiudasi la conversazione di stamattina con la lettura di quello scritto, onde le ho parlato, sopra gl'improvvisatori. Aspetti un momentino, che son qui in un attimo".
E di fatto il maestro torn subito con un libro; dove, trovato il luogo da leggersi, lo porse alla signora Giulietta, la quale a voce alta lesse(1):
"Io non ve l'annacquo: Gl'improvvisatori giramondi non son punto nel mio calendario; e penso di loro n pi n meno di ci che ne pensava il Metastasio, stato improvvisatore, ed il Giordani che era chi gli era.
- E che dicono il Metastasio e il Giordani? sentiamo un po'?
- Oh, lettor mio, tu che mi tagli le parole in tono cos tra il beffardo e lo stizzoso, avrei a aver bell'e capito di che panni tu vesti. Che dicono? Leggi la lettera del Metastasio all'Algarotti su questo argomento: leggi lo scritto del Giordani intitolato Dello Sgricci e degli improvvisatori, e lo sentirai quel che dicono. Ma, se qui tu vuoi udire a conto, qualcuna delle loro proposizioni; guarda ti vo' contentare, mettendotele innanzi perch tu a tuo talento ti cibi. Il Metastasio chiama pane pane l'improvvisare un mestiere; e poi senza tanti complimenti, detto che all'aver cessato ai conforti del Grvina, di dire improvviso all'et di 16 anni crede di essere debitore di quel poco di ragionevolezza e di connessione di idee che si trova ne' suoi scritti, soggiunge: Poich, riflettendo al meccanismo di quell'inutile e meraviglioso mestiere, io mi sono ad evidenza convinto che la mente, condannata a s temeraria operazione, dee per necessit contrarre un abito opposto per diametro alla ragione. Il Giordani poi, che era un po' pi sciolto di lingua, piglia il sacco per i pellicini e la tira gi in modo agl'improvvisatori (ma con ottime ragioni) che, se essi il leggessero, rientrerebbero in un pzzico, e vorrebbero esser cento braccia sotterra. Pigliane qui un saggiuolo: Non amer mai d'essere improvvisatore chiunque possa essere altra cosa. Non  consiglio buono, se non iscusato da necessit, offerirsi immaturo spettacolo, anzich aspettare che grandi e saldi meriti ci facciano ricercare dai pochi ai molti, e da tutto il nostro secolo raccomandare alla posterit. E poi: La professione degli improvvisatori non  altro che LUDUS IMPUDENTI (un giuoco di sfrontatezza). Impudentissimi, perch vi promettono un assoluto impossibile (parlare di ogni cosa improvviso e bene): e quello che non crederebbe mai chi nol vedesse ogni d, tale promessa viene bonamente accettata dal pubblico, e anche da tali che in altre cose si mostrano assai prudenti. Che ti par egli, lettore stizzito? Ma non  nulla; senti qui: Ci che il VOLGO ammira, di spander copia di versi non meditati,  nulla al savio, il quale intende come il comporre versi ottimi e duraturi  grandissima cosa: gittar di bocca versi men che mediocri  abito che facilmente da ognuno si pu acquistare. Il forte  dir cose vere, belle, non vili, che almeno vagliano il tempo e l'attenzione di udirle. E qui vi ripetiamo che una successione ordinata di buoni pensieri, che  propriet d'ingegno non volgare e di molte fatiche, non potr mai (checch ne dicano i CIURMATORI) ottenersi per un SUBITANEO FURORE, per una REPENTINA ISPIRAZIONE. Non v' altro furore che l'ingegno: non altra ispirazione che dallo studio. Questa  forte, neh! lettore stizzito? Ma altro  da udir che tu non credi. Pi l il Giordani propone qual paragone pu farsi degl'improvvisatori con gl'istrioni, i ballerini e i cantanti. O senti come sentenzia, v! Solo in una cosa convengono, che di loro non rimane vestigio. Ma hanno poi differenze gravissime. Quelle tre arti producono molto e non indegno piacere: i versi improvvisi sono tanto noiosi quanto inutili, n solamente inutili, poich bruttissima onta fanno alla vera poesa. Ti fa, lettore, o ne vuoi un altro pochno? S? to': Non cercheremo se altre nazioni abbiano improvvisatori (divitias miseras!) (ricchezze meschine); il che udiamo da taluno affermarsi. Ma, quantunque certissimi che pi d'uno, o due, o tre milioni di abitanti di Italia ci grider contro, noi siam fermi a tenere (come sappiamo tenersi dai prudenti Italiani) che niuno onore fa alla nostra nazione l'avere e l'ascoltare improvvisatori... Delir tanto il secolo 18e4simo(1), da credere poesa le ciance degli improvvisanti, e non si vergogn a dar loro la corona del Petrarca e del Tasso... Non  poi stoltissima e miseranda cosa incoronarsi una Corilla dove fu carcerato e torturato il Galileo? Si tronchi il parlare di questa indegnit, che pur la vergogna intollerabile e l'ira giustissima suggerirebbero troppo gravi parole. Volete ancora il contentno? ed eccovelo. Mossa domanda che cosa dee far questa turba che, non arrischiandosi d'esser funambula, si fa improvvisatrice, e detto che forzarla a qualche pi util mestiere sarebbe forse giusto ma duro, conchiude che potrebbe essa riuscir utile a qualcosa (volendo pur pane da' versi), se imparasse a mente del Tasso, dell'Ariosto, del Metastasio; studiasse di pronunziar bene, e andasse recitando per l'Italia: almeno cos metterebbe negli orecchi al volgo povero, e al volgo ricco, alquanto di suono italiano, e negli animi popolari entrerebbero sensi italiani, e nutrirebbevisi facolt di concepire, e forse anche di esprimere, pensieri italiani. Cos (e con queste parole finisce il Giordani quel suo bello scritto), cos, con guadagno di miglior piacere e con qualche profitto, verrebbe Italia liberandosi da un gran fastidio e LUDIBRIO degli improvvisatori.
Queste parole ad altri le scotteranno un pochno, e gli fiano sapor di forte agrume; ma si pu egli, chi si metta la mano al petto, farci contradizione che buona sia? Si intende per altro che valgano, finch si parla degl'improvvisatori bighelloni e giramondo, i quali, avendo ingegno e studio, voglion venderlo cos a ritaglio e far il saltimbanco, piuttosto che educarlo a cose grandi e forti: ch una qualit d'improvvisatori apprezziamo noi, e ce ne tenghiamo; e questi sono i ciechi da bettole, e tutti coloro che, idioti assolutamente e senz'ombra di lettere, cantano improvviso e compongono versi, i quali, salvo la rozza scorza di fuori, fanno vergogna, per le vive immagini e per pensieri o gaj o gentili, a quegli di certi poeti che vanno per la maggiore. Questi s che sono da tenersi in pregio e da vantarsene una nazione, come coloro che sono improvvisatori per non potere esser altro, e danno chiaro argomento di che cosa sia capace, naturalmente e senza veruno ajuto d'arte e di studio, l'ingegno del popolo italiano. Nati dal popolo minuto, sono i poeti del popolo minuto: spogli di ogni presunzione, di ogni ciarlatanera, cantano a gente pari loro, si scelgono teatro da pari loro, e senza saper di dir cose belle, tali le dicono, che porgono diletto e maraviglia a chiunque gli ascolta. Dei cos fatti abbonda la nostra Toscana, ecc".
Tali parole sembrarono a tutte ragionevoli; solo si volle far onorevole limitazione per la Corilla, la quale anche nelle poese non improvvisate si era mostrata valente poetessa.


19. CRISTNA ROCCATI.

Anche questa volta la signora Fiammetta fece i suoi complimenti, e qualche leziuccio prima d'andare al suo posto; ma, accortasi di certe occhiate che davale la direttrice subito si ricompose, e lesse con la gravit necessaria.
"Un'altra dottoressa, ed un'altra professora! E poi si dice che le donne non son buone a nulla! Eccovi qui la Cristna Roccati nata a Rovigo nel 1734, la quale non ha invidia per niente alle altre due dottoresse e professoresse raccontatevi a queste passate domeniche. Da piccina ebbe a maestro di lingua italiana e latina un buon prete del suo paese, ed anche lei, come le altre due dottoresse, a 15 anni faceva versi elegantissimi nelle due lingue, il che le valse d'essere ammessa nell'Accademia de' Concordi, dove si facevano continui esercizj di lettere, e dove la Cristna leggeva spesso delle sue composizioni, con meraviglia di tutti. C' chi la rimprovera d'essersi dilettata di far sonetti enimmatici, perdere qualche po' di tempo attorno alla sciarade, e ad altri di que' giocherelli letterarj; ma, se mai fu peccato, la se ne pent presto, e di buon'ora si diede agli studj pi gravi della filosofa, dove fece tal profitto, che suo padre volle tentare di farle prender la laurea nell'Universit di Bologna; e la mand l accompagnata da una zia e dal precettore, dove osservata e carezzata da tutti que' valentuomini studi indefessamente, ed oltre gli altri studj si diede con ardore anche a quel delle matematiche. Tornata in patria alla fine dell'anno scolastico, tenne una pubblica conclusione, che fu da lei sostenuta con mirabile gravit e dottrina alla presenza de' pi nobili ingegni; e finalmente, fatti con lode e con gran plauso, tutti gli studj universitarj, pot cogliere l'onorato frutto delle sue fatiche; dacch presentata dalla celebre Laura Bassi al Collegio filosofico, ivi ricevette la laurea dottorale il d 5 di maggio del 1751. A Rovigo fu ricevuta come in trionfo, ma la buona fanciulla, conoscendo quanto le mancava tuttora a potersi chiamar tale quale era reputata, volle andare a Padova per impararvi la lingua greca, l'ebraica, e l'astronomia; ma di poco era andata col che improvvisamente le mor il padre; ed ella sostenne questa grave sventura con cristiana e filosofica rassegnazione, e bench questa perdita la lasciasse nelle pi gravi strettezze, pure fece ogni maniera di privazioni, e continu quegli studj, a' quali aveva cos ardente amore. Compiuti che gli ebbe, le fu offerta la cattedra di Fisica nella citt di Rovigo, dove insegn quella scienza per 27 anni; ed un giorno, scoppiatole un fulmine a' piedi, non che se ne turbasse, ma anzi ne prese occasione a scrivere una bella dissertazione sulle Meteore.
"Ebbe corrispondenza famigliare co' pi illustri poeti e scienziati del suo tempo; e mor assai vecchia in sul principio del secolo presente lasciando vivo desiderio di s in quanti la conobbero, e fama onorata appresso i posteri".
Alzatasi da sedere la signorna, da tutte le parti ebbe i mirallegri, a' quali rispondeva con le sue manierine sempre un po' leziose, ma non per svenevoli. Intanto aveva fatto cenno di voler parlare la signora Giannna; perch la direttrice, domandatole se volesse parlare, e datagliene licenza ella disse:
"La cara Fiammetta, che ci ha descritto con tanto garbo la vita della Roccati, le ha quasi scritto a peccato che da giovane si dilettasse in sonetti enimmatici, in sciarade, e simili giuochi, com'essa gli ha chiamati; dove a me, dico la verit, peccato non mi pare: anzi mi pare un esercizio, non solo dilettevole, ma anche utilissimo ad aguzzare l'ingegno. Vorrei che, o la signora direttrice, o il signor maestro, mi dicessero se veramente sbaglio io a pensare cos".
La direttrice accenn al maestro che dicesse egli, ed egli disse di fatto:
"Peccato assolutamente nol direi, anzi mi pare che in gran parte abbia ragione la signora Giannna a chiamarlo esercizio utile; e credo anzi, che, considerato come giuoco, il proporre sonetti enimmatici, o sciarade e logogrifi da indovinare, ed il fare anagrammi possa farsi anche come esercizio di ricreazione negli Istituti di giovanetti o di giovanette. Il peccato comincia quando a tali giuochi si vuol dare importanza di componimenti letterarj; quando ci si perde attorno quel tempo, che dovrebbe spendersi o nello studio, od in altri uffizj, e quando si pensa di acquistar lode vera dell'indovinamento, tenendosi di aver tirato il sole al monte coll'indovinare una sciarada o un enimma. Anticamente si dava anche nelle scuole di lettere, maggiore importanza a queste bazzecole, specialmente nel secento da' Gesuiti; ed in un trattato di Rettorica, scritto da un P. Antonio Forti col titolo di Miles Rhetoricus (il soldato rettorico) questi anagrammi, enimmi, emblemi e simili bubbole, sono registrati tra gli altri componimenti letterarj, e datone regole ed esempj: il che  un vero peccato mortale ed una vera frenesa. Come esercizio dilettevole per altro, tanto  lungi ch'io lo reputi peccato, che se la signora direttrice il permette, io a modo di ricreazione, vo' proporre qualche indovinello a queste signorne."
Le signorne tutte in coro gridarono: O bene, o bene, e la direttrice ridendo disse al maestro che facesse pure: ed il maestro andato di l, e tornato con due libri, parimente ridendo:
"Eccomi da loro: scrivano questo sonetto; e poi lo indovinino; e cominci a dettare:
SONETTO ENIMMATICO.
Oscuro com'io sono, io son pur tale
Che risplendo nel mondo al par del sole,
E fermo gli elementi ove l'uom vuole,
E vo per via di penne, e non ho l'ale.
Il mio morto colore  altrui vitale,
E non ho lingua, e vommene in parole;
Mentre per me narrar gran cose suole
Colei, che dagli stracci ebbe il natale.
Non ho mani, e alla man son conosciuto;
Ov'io do, dimostrando i miei gran vanti,
L'udito al sordo, e la favella al muto.
Seguite me, voi della gloria amanti:
Se tra gli empi profano io son veduto,
Io son veduto ancor sacro tra i Santi.
Copiato che fu il sonetto, le signorne cominciarono a meditarci su; ma, per quanto almanaccassero, non ce ne fu una che potesse azzeccarci: solo due o tre di loro si erano accorte che c'era qualche cosa come di scrittura; ma alcune parti non si addicevano a questa interpretazione. E gi il maestro si disponeva a spiegarlo, quando la Nina Siciliana grid di laggi in fondo: l'inchiostro.
"Brava, sora Nina:  proprio l'inchiostro.
"E sa, l'ho detto solamente per dir qualcosa, perch molte cose non le ho intese; ma quell'oscuro, quel morto colore, e colei che dagli stracci ebbe il natale, che ho inteso subito per la carta, mi hanno fissato in quell'idea, e ho buttato l a caso.
"E ci ha azzeccato.
"Ma ecco: che vuol dire fermo gli elementi?
"O le lettere dell'alfabeto non sono gli elementi delle parole?
"Gua',  vero: che pazzerella che sono! O quel dire che alla mano  conosciuto?
"Perch il carattere si chiama anche mano di scritto.
"E l'esser profano tra gli empi, e sacro tra' Santi?
"Perch i libri degli empi si chiamano anche profani inchiostri, e que' de' Santi sacri inchiostri.
"Oh! ora tutto mi torna a capello, e la ringrazio."
Gl'indovinelli propriamente detti vogliono anche maggior prontezza, come quelli che non si fermano molto a descrivere la cosa che celano in s, per esempio:
 " Non si muove e sempre corre;
  Non sa matematiche, e sempre misura;
  Mentisce e non parla ".
Dopo un poco di silenzio disse la Eglna: "l'orologio, che giusto stamani l'ho sentito chiamar dal babbo il bugiardo".
E tutte ridendo disser brava all'Eglna.
I' ho una cosa, la quale non  viva
E par che viva, se le vai davanti;
E se tu scrivi, parr che la scriva,
E parr ch'ella canti, se tu canti.
E se t'affacci seco in prospettiva
Ti dir i tuoi difetti tutti quanti;
E se sdegnoso gli omeri le volti,
Sparisce anch'ella; e torna se ti volti. "
Questa stanza la leggeva il maestro; ma non l'ebbe appena finita, che pi voci gridarono la spera, lo specchio.
"S, disse il maestro, questo enimma  assai facile:  per assai graziosa la poesa; come non  cattiva poesa questa di un altro, facile per avventura come quello:
" Padre son io di dodici figliuoli,
I quali ad uno ad un vado uccidendo;
Mentre l'un dopo l'altro va nascendo,
Il ciel vuol poi che l'ultimo me involi.
Ma non si tosto son di vita privo,
Che son rinato, e nuova vita vivo. "
Questo non fu indovinato cos presto; ma pur fu indovinato da due o tre per l'anno. Allora il maestro conchiuse: "Qui basti di tali gingilli; e non passi per esempio questo breve trattenimento di stamattina; ch non vorrei per tutto l'oro del mondo dar cagione a veruno di dire, che in questo Istituto ci si insegna i giochetti d'ingegno a uso Gesuiti".


20. PAOLNA SECCHI-SUARDO GRISMONDI.

Quella Gegna, che vedemmo esser cos cerimoniosa il semestre passato, venne adesso tutta compostezza e gravit, che pareva un'altra, tanto aveva potuto sull'animo suo la amorevole lezioncina datale dalla direttrice sopra l'eccesso delle cerimonie. Andata per tanto al suo posto, diede un'amorevole occhiata alle compagne, e fatto cenno di riverenza alla direttrice ed al maestro, incominci.
"La contessa Paolna Secchi-Suardo da Bergamo, nata nel 1746, fu dal padre fatta ammaestrare nelle buone lettere, e la poesa italiana divenne la vita della sua vita. Ebbe diletto singolare per l'arte comica, e specialmente si segnal nella tragedia; n le furono estranee le belle arti: di maniere gentilissime ed amabilissime, compta in ogni suo atto, di bella persona, semplice, ma elegantissima nella toelette, non era possibile lo starle vicino, e il trattarci, senza pigliarne ammirazione e rispetto. Viaggi quasi tutta la Italia, la Francia e la Germania; e per tutto dove and diede apertissime prove del suo splendido ingegno. In Francia la celebrarono e la festeggiarono i pi sommi uomini, Buffon, Lalande, Diderot, Voltaire e Mercier; e parimente la celebrarono in Italia i due Pindemonte, il Parini, il Vannetti, il Soave, il Bettinelli, e sopra tutti il celebre Lorenzo Mascheroni, che a lei diresse il nobilissimo e famoso Carme intitolato Invito a Lesbia Cidonia, ch tale era il nome arcadico della Paolna. Non ci fu poi illustre Accademia, che non volesse gloriarsi di averla per collega; e il Bettinelli scrisse un bell'elogio di questa rara donna, che si pu dir proprio essere stata l'idolo de' sommi ingegni del suo tempo. E veramente il valeva: lei elegante parlatrice del francese e dell'inglese; lei valente conoscitrice dell'italiano, come ne fanno fede molte gentili sue lettere, e tutte le sue poesie: lei di animo gentilissimo; ch tutto dava materia al suo alto ingegno di sublimarsi a' pi mirabili concetti, e significargli coll'ispirato linguaggio della vera poesa. Mor di 54 anni nel 1801; n la sua fama si spegner certo nel tempo avvenire. Per far vedere anche a voi altre, che la poesa della Lesbia Cidonia, non era di quelle da donna, come dicon taluni sfatatori del nostro sesso, voglio leggervi il suo sonetto da lei scritto in lode di Parigi.
SONETTO.
Citt regal, che fosti ognor de' miei
Desir, bench da lungi, amato oggetto,
Per cui lieta varcai l'Alpi, e il diletto
Italo cielo abbandonar potei.
Citt, che di pi chiari ingegni sei,
E delle grazie, e degli Amor ricetto,
Oh quanto volentieri un inno eletto,
Qui della Senna in riva, io ti offrirei!
Ma, se per celebrarti io sciorr l'ali
Ai rozzi versi miei, certo n'avranno
Ira e dispetto i tuoi vati immortali;
Essi che, cinta l'onorata chioma
De' pi bei lauri ascri, cantando, or fanno
Risorgere in te sola Atene e Roma.
E qui la signora Gegna si tacque: alla quale continu con poco intervallo il maestro.
"Il sonetto della Secchi-Suardo non  certo un cattivo sonetto, n da chiamarsi beffardamente roba da donne, ma chi volesse per altro guardar ben bene, troverebbe alcune cose da riprendere. Io nol far per altro: solo vo' notare che in questo componimento l'autrice si mostra esageratamente ammiratrice della letteratura francese, sull'esempio forse del Bettinelli suo amico; e che quelle sue enfatiche parole sopra Parigi vanno intese sanamente, e con molte limitazioni. Alla signorna poi dir schiettamente, che dalla sua bocca mi ha fatto brutto sentire la parola toelette, quando ci ha raccontato che la Paolna era elegantissima nella toelette.
"O come avrei dovuto dire? il corrispondente italiano non c'!...
"Non c' il corrispondente italiano?! rispose con un po' d'ira il maestro. Come! e debbo sentirlo dire da una giovinetta italiana e studiosa? Codeste sciocche bestemmie le lasci dire a quegli stolti, i quali, ignoranti di ogni cosa buona, ignorano perfino la lingua di casa loro per andar dietro alle vanit di fuori; e piuttosto poi che confessare la propria ignoranza, accusano la lingua stessa come mal sufficiente a significare i lor sublimi pensieri!
"Ma, replic tutta timida, la Gegna: ho sentito dire che anche un gran poeta del secolo passato, scrisse questa parola...
"Codesto gran poeta, che era veramente tale, fu il Parini, il quale scrisse Te la toeletta attende, e poi corresse e ricorresse, guastando sempre pi. Ma appunto per averlo fatto lui, il fallo  pi grave. Mancavano modi da significare quel pensiero? e se per esempio avesse scritto te il fido specchio attende, non avrebbe fatto pi calzantemente e pi gentilmente? Lo sa da che procede questo vagheggiare senza bisogno le cose straniere? dalla servit che sventuratamente noi altri Italiani abbiamo incallita nell'ossa; il qual sentimento di vilt non ci lascer per avventura n anche, se torneremo ad essere popolo libero, e sciolto da ogni predominio straniero(1). Lo vuol vedere che bella roba noi vagheggiamo, e come scioccamente si d la preferenza al piombo francese sopra l'oro e le perle italiane. Mi ascolti. Toelette significa in francese piccola tela, e quella specialmente con la quale  coperto il tavolino, ove le donne stanno ad acconciarsi. Ora veda ingegno de' Francesi, e ricchezza della lor lingua! Toelette indica per essi, non solo la tela, ma il tavolino su cui la tela sta distesa, e di pi lo specchio, le spazzole da capelli, le pettiniere... ecc. - Toilette indica la stanza!! dove la donna sta ad abbigliarsi. - Toilette indica parimente il compiuto vestiario ed acconciamento di una signora!!! Domando io se sciocchezza maggiore si pu n anche immaginare? E pure anche noi Italiani toelette qui, toelette l, che  un vero vituperio! Vediamo un po' se la lingua italiana ha nulla di meglio. Dante, parlando di una antica matrona fiorentina, disse:
Bellincion Berti vid'io andar cinto
Di cuojo e d'osso; e tornar dallo specchio
La donna sua senza 'l viso dipinto:
che cosa intendono per questo tornar dallo specchio?
E molte voci ad un tratto: "Tornar dalla toelette".
"Scusino, o questo modo non par loro bello, chiaro, e pi proprio del francese toilette? Lo specchio  il pi necessario arnese per abbigliarsi, e d subito la idea della cosa. Dunque, se io dir che una signora  allo specchio sar pi chiaro e pi proprio che dicendo  alla toelette, e quel che conta pi di tutto, sar italiano: e se loro stanno attente al parlar familiare nostro, le sentiranno dir continuamente di una donna vaga di comparire, e di adornarsi: la sta tutto il giorno alla spera (ch spera si dice volgarmente per specchio): la sta alla spera fino al tocco, e simili. Ella ci ha detto che la Secchi-Suardo era elegantissima nella toelette, ma se avessi letto la Vita io, ed avessi detto: vestiva, o si abbigliava elegantemente, non avrei detto parole tutte schiettamente italiane? non mi sarei fatto intendere da tutte quante?
"S, s, esclamarono tutte.
"Veniamocene adesso a quella famosa stanza che i francesi, tanto arguti!, significano per mezzo di una teletta, e che gl'italiani, grullamente scimmiottandogli, la significano con voce che nella nostra lingua non ha significato. C' nella lingua italiana una parola propria? Che ci debba essere  certo, perch le gran dame italiane si abbigliavano al pari, ed anche pi sfoggiatamente delle francesi, e non dicevano toelette, ma come anticamente dicessero non l'ho a mente. Ne' teatri italiani per c' la voce vera e propria, chiamandosi Camerni le stanze dove la prima donna e via via le altre, si abbigliano (fanno la toelette) per la scena. Ma, se questo camerno paresse poco dicevole alle signore, per esser voce da donne di teatro; o non si potrebbe chiamarlo abbigliatojo, che  voce propria, gentile, e secondo ogni pi scrupolosa analoga; n contraria alla ragione, e per noi Italiani nemmeno alla dignit nazionale, come toelette?"
La direttrice interruppe qui il maestro con tali parole:
"Abbigliatojo  voce che molto mi piacerebbe; ma a chi riesce metterla nell'uso?
"A chi riesce? - rispose il maestro. - O a chi riusc metterci la pazza voce toelette? Una pazzerella di donna cominci: un'altra; e poi due; e poi mille le andaron dietro; e fu fatto il becco all'oca. Incominci ora una savia donna a dire abbigliatojo: dieci sciocche le rideranno in faccia, ma un'altra savia la imiter; a poco per volta scemeranno le sciocche, e cresceranno le savie; e cos l'abuso se n'andr per cedere luogo all'uso legittimo.
"Bene, comincer io; ed esorter queste signorne a fare il medesimo. Lo promettono?"
E tutte ad una voce: S, - s signora - lo promettiamo. -
"Ma ci sono dei casi, nei quali non si sa proprio come dire in italiano. Per esempio, se io ordino al falegname quel tavolino, dove noi stiamo ad abbigliarci, non posso dire: fammi uno specchio, se no mi fa una spera."
Cos disse la signora Bettna; alla quale il maestro:
"Dunque vorr ordinargli la teletta ? Ma allora se il legnajuolo sar accorto, le risponder, che per la teletta bisogna andare al merciajo. Fuor di celia: la gli potr ordinare un tavolino da pettinarsi, o se lo vuol dire tutto in una voce, si faccia insegnare dagli Aretini, che usavano, e forse usano ancora, la bella voce specchiera.
"Codesta mi piace, - disse la signorna; e soggiunse: - O se vorr dire che una signora  a far la toelette, come dovr dire?
"O che fanno le signore quando fanno la toelette?
"Si vestono, si pettinano....
"Lo vede che l'ha detto senza accorgersene? Dovr dire:  su,  di l che si veste, che si pettina, che si abbiglia. E la sa bene che vestirsi, anche nell'uso, si prende per abbigliarsi affine di andare o a teatri, o a conversazioni.
"O quelli che si chiamano articoli di toelette come gli chiamer?
"Volerne! Gli chiamer oggetti di abbigliamento, di adornamento, e semplicemente adornamenti, secondo i casi.
"Ma l'ora si fa tarda; e serber ad un'altra volta il parlar loro della moda, e del suo linguaggio".


21. ELISABETTA CAMINER-TURRA.

La signora Sofa, senz'altro preambulo, cominci la sua lettura cos:
"Da una regina di Francia, e che regina! sono discesa a parlare d'una scrittrice di commedie, e perfin giornalista: ma nel suo genere anch'essa ha molto del singolare, e l'argomento lo tratto assai volentieri. Dico adunque che questa Elisabetta fu figliuola di Carlo Domenico Caminer, storico e letterato veneziano, e nacque in Venezia il 29 di luglio del 1751. Da bambina non c'era verso di farle pigliare amore n allo studio n al lavoro; ma non avrebbe atteso ad altro che a spassi e balocchi; e il suo vivace ingegno si mostrava solo nelle sottili e argute bugiuole, con le quali ricopriva le sue mancanze quando il babbo e la mamma la gridavano. Venuta per altro sui sette anni, non potendo sopportare il malcontento che mostravano della sua svogliatezza i genitori, mut quasi natura, si diede con vero ardore allo studio, dove tanto profitto fece in breve tempo, che fu in grado, a soli 15 anni, di ajutare il padre ne' suoi lavori letterarj; e manifestatosi poscia in lei uno squisito gusto per il teatro, si prov a scriver commedie, riuscendovi con mirabile buon successo; ch, le sue prime commedie, e massimamente il Disertore, furono applauditissime universalmente: n le sue opere teatrali son poche, essendocene una Raccolta di ben 20 volumi. Oltre ad essere scrittrice di commedie, la Caminer fu giornalista, come quella che pubblic, in compagnia di suo padre, un periodico intitolato L'Europa letteraria, il quale fu poi continuato da lei sola col titolo di Giornale enciclopedico. N ci basta; ch si diede pure al tradurre; e rec in italiano il Quadro della storia moderna del Mehegan, che ella pubblic insieme con gli Idillj di Gessner, "la cui eleganza, dice un accurato biografo, e la cui dolcezza di sentimento, e il candore ingenuo, ella trasfuse nella sua versione". Si diede parimente ad ajutare la istruzione della giovent, ed in servigio di essa, tradusse l'Amico dei fanciulli di Berquin, e le Nuove Novelle di Marmontel.
Quando fu ad una certa et spos il medico e botanico Turra di Vicenza: allora le rifior l'amore per l'arte drammatica, e rizzato nella propria casa un bel teatrno, raccoglieva appresso di s alcune fanciulle ed alcuni giovani di buona nascita, ammaestrandogli alla scena. Ma questo fu appunto cagione della sua estrema sventura "perocch, conchiude il ricordato biografo, colpita nel petto da un soldato briaco, il colpo fu di tal violenza, che, venutale una contusione, la trasse alla tomba nella fresca et di 45 anni: il che da taluni  negato, i quali la dicono morta di malatta naturale".
Io, conchiuse la signora Sofa, non ho altro che dirvi: se ho detto degli spropositi compatitemi, e correggetemi.
"Compatimento non merita, prese a dire la direttrice, ma lode; ed io la lodo di cuore, come odo che han fatto le sue compagne applaudendola. Dacch per altro ella ha notato le ingegnose buge della Caminer quand'era piccina; ed il vizio della buga  per per me uno de' peggiori; cos mi piace che si legga ora qui un capitolo di un buon libretto, che tratta assai briosamente questo argomento. E preso un librettino, che era nel cassetto del tavolino, lesse ad alta voce:
DI UN OTTAVO PECCATO DA DOVERSI DIRE MORTALE,
OSSA DEL MENTIRE
Nonch proscriverla nel decalogo, ai sette peccati mortali aggiungerei la menzogna, siccome quella, che, oltre dell'essere turpe per s medesima, pu aver conseguenze tristissime. Al quale proposito citer un bel libretto inglese (del cui autore non mi ricordo) intitolato White lies ossia bugie bianche, che sono di quelle che anche gli uomini onesti credono poter proferire senza colpa e senza pericolo, e le quali, comecch sieno innocentissime, sono cagione talune volte d'inconvenienti non piccioli, anzi di gravi danni. Il quale assunto l'autore inglese fa di provare merc una serie di aneddoti molto bene ideati. A me basti riferir qualche esempio, di cui mi avvenne d'essere testimone.
Tizio, gran dilettante di burle, ed il quale a una celia che paiagli spiritosa, ad un motto che faccia ridere, sacrificherebbe l'amico pi caro, incontra un giorno Sempronio; e, a farsi beffe dei fatti suoi, gli dice col viso pi serio del mondo: "Oh! non sai tu, Caio ti taglia i panni addosso, affermando ier sera avergli tu fatto un assai mal tiro nel giocar seco a tarocchi". Ed ecco che poco stante Sempronio, che i detti di Tizio aveva creduti siccome Vangelo, imbattesi in Caio, e senza pur chiedergli il come stia la faccenda, gli applica una ceffata a modo d'introduzione, ceffata alla quale tien dietro un duello ad ultimo sangue, duello che riesce fatale ad uno dei duellanti! Cos la morte d'un uomo  frutto d'una menzogna scherzosa, d'una menzogna riputata innocente!
Una femmina sciocca, la quale morrebbe mille volte, anzich trattenere lo scilinguagnolo, massime quando si tratti di maldire del prossimo, a proposito della tal donna savia ed onesta, che vide poc'anzi in istrada a confabulare con un suo cugino, afferma in un crocchio averla scorta con un bel giovinotto, e questi parlarle in modo infiammato, ed ella sorridergli col maggior gusto del mondo. I quai detti, riferiti al marito, uomo corrivo allo sdegno e alle risoluzioni eccessive, sono cagione d'una perpetua separazione fra coniugi, che fino allora eran vissuti in ottimo accordo.
Un benedett'uomo, esageratore per antonomasia, quantunque di natura non trista, essendo entrato in una scuola, in quella appunto, in cui il maestro si faceva a punire uno degli scolari, ingiungendogli di stare in ginocchio durante mezz'ora, va difilato dal padre del giovinetto, e gli dice: "Or come puoi mai tollerare che il figliuol tuo sia maltrattato al continuo da quello zotico di maestro, il quale la pi lieve mancanza castiga collo scudiscio?... " Ed il padre, a queste parole, corre stizzito alla scuola, strappazza il maestro, e, senza volere ascoltare le sue ragioni, menasi via il figlioletto, e fa cos gran rumore del caso, che in breve gli altri parenti imitano l'esempio di lui, e l'infelice maestro, rimaso senza scolari, si vede ben presto ridotto alla pi squallida povert.
Mille altri casi di simil fatta citare potrei, originati tutti da bugie bianche, o da scherzi detti innocenti, anzi solo da un cotal poco di esagerazione. Or quali saranno gli effetti delle buge belle e buone, delle buge, che dir capitali?
Letto che la direttrice ebbe il capitolo; e fatte altre osservazioni morali sulle buga, licenzi la brigata, e tutte partirono.


22. CLOTILDE TAMBRONI.

La signora Olimpia, alla quale sarebbe toccato a leggere questa domenica, non pot venire all'Istituto, perch si era ammalata d'una assai grave febbre gastrica; il perch la direttrice, non volendo, che la lettura si lasciasse, preg la signora Elisa, che leggesse ella la Vita della Clotilde Tambroni su quel libro, dal quale avrebbe dovuto prendere le notizie la signora Olimpia; e datole il libro la signorna lesse quel che segue:
Vita di Clotilde Tambroni.
Nata in Bologna nel 1768, morta nel 1818, sin dalla pi fresca et manifest quel fervente amore per lo studio delle scienze e delle lingue, cui nessun ostacolo rende insuperabile. Addestrata ai femminili lavori, ed attissima a condurli all'apice della perfezione, di qualunque genere essi si fossero, volle mescervi dapprima lo studio delle amene lettere; e in quello trovando pascolo abbondantissimo e grato pel facile intelletto, s'intern nella cognizione delle matematiche e filosofiche cose: ed allo studio della lingua latina quello accoppiando della greca, svilupp maravigliosa attitudine a profondamente sentirla. Un religioso, chiamato il Padre Emanuele a Ponte, primo d'ogni altro avvedutosi di s raro ingegno, le era diventato maestro di greco: e tali furono i progressi da lei fatti in questa madre lingua, che non solo giunse a parlarla con sceltezza di frasi e speditamente, n soltanto a verseggiare con terso e delicato stile, ma a trovarsi in istato d'insegnarla altrui; e quindi fu innalzata all'onore di occupare la cattedra elementare di lingua greca in patria. Le politiche vicende, dalle quali a malincuore essa vedevasi circondata, la indussero ad intraprendere il viaggio della Spagna e del Portogallo; ma restituitasi in Italia, fu dal governo della republica Cisalpina collocata nella cattedra di Greca Letteratura, pure in Bologna. Si concentr quindi nella propria casa, tutta dedicandosi alle scienze, e non  forse erroneo il credere che dal soverchio faticare della mente sua, e da incessante penosa giacitura nello scrivere, venissero abbreviati i suoi giorni, cos preziosi alla sua famiglia, agli amici, alla patria, alle lettere ed all'Italia. Compiendo essa l'anno cinquantesimo della et sua, cess di vivere, seco recando l'ammirazione e l'amore di tutti. Ebbe amici quanti ebbe conoscenti, che l'aureo di lei carattere tutti si rendeva amorevoli. Fu modesta anche nel colmo della letteraria sua gloria; e voce, e gesto, e favellare, ed il vestire pur anche, tutto ne annunciava l'animo schietto e leale. Corrisposero con lei letterariamente il padre Pagnini, la contessa Diodata Saluzzo, il padre Aff, ed il celebre grecista Villoison. Dall'Italia tutta fu riverita ed ammirata vivente; sicch, scesa nella tomba, le pag largo tributo di pianto ogni italiano spirito elevato e gentile. Un discorso necrologico in sua lode fu scritto dal celebre latinista Filippo Schiassi; ed un epitaffio da lui composto a tramandare ai posteri la memoria di questa tanto celebre ellenista fu posto sulla porta dell'Aula Magna della Universit di Bologna.
Finito che ebbe di leggere la Elisna, la direttrice disse: "Questa valente donna porge loro esempio nobilissimo del come si pu accoppiare il vero sapere, coi lavori muliebri; e come il vero sapere dispregia per altro ogni vanit femminile. Hanno udito? Fu modesta anche nel colmo della letteraria sua gloria, e voce, e gesto, e favellare, ed il vestire pur anche, tutto ne annunziava l'animo schietto e leale: il che viene a dire come la Tambroni non folleggiasse dietro alla moda n alle altre vanit donnesche.
"A proposito di mode, - interruppe la signora Bettna, - il signor maestro due domeniche fa ci promise che ci avrebbe parlato del linguaggio della moda; e parecchie di noi ne stiamo in curiosit....
"Ho capito, - riprese il maestro - Contentiamole. Io la domenica antipassata mostrai loro, a proposito della voce Toelette, quanto fossero sciocchi gl'Italiani a prendere tante voci e modi dalla lingua francese, senza veruna necessit; e si penseranno forse che anch'oggi, voglia propor loro di sostituire voci italiane a tutti gl'infiniti nomi de' varj oggetti di moda. Eppure, vedono,  tutto il contrario. La Moda, considerata come industria,  fonte di larghissimi guadagni ad una nazione; e la Francia, che per tempo conobbe quanto di sostanza e di polpa ci fosse sotto queste apparenti bazzecole, con senno accortissimo si coron regina della moda, e detta leggi da molto tempo a quasi tutta l'Europa. Quanto le fogge variano, tanto il guadagno  maggiore, e pi ne prospera la nazione: il perch non passa settimana che non ci sia qualche nuova foggia, o di abiti, o di cappelli, o di scialli, o di qualsiasi altro capo di vestiario; e ad ogni nuova foggia si d un nuovo nome; e questo nome va per tutta Europa: n sarebbe opportuno il cambiarlo, quando anche fosse possibile, perch niuno lo accetterebbe, n lo userebbe; n sarebbe utile per niente, essendo tutta roba che nasce e muore con vicenda continua: n, per questa ragione medesima, v' da temere che se ne insozzi la lingua. E chi gli mette questi nomi? - Chi lo sa? Forse si chiamano col nome dell'inventore: forse sar il capriccio di una crestana: e forse anche qualche cervello balzano immaginer per celia il pi strano vocabolaccio, per levarsi il gusto di farlo pronunciare da migliaja e migliaja di bocche per le varie nazioni amiche e nemiche. E questa servit bisogna comportarla, come quella che  necessaria, n fa vergogna come l'altra servit volontaria dell'usar voci e modi francesi quando gli abbiamo pi belli, e pi efficaci nella lingua nostra. Potrebbe l'Italia tornar quandochessa padrona di s stessa; e liberandosi della servit politica, potrebbe anche liberarsi da questa della moda; ma chi sa....(1)
La direttrice, sapendo di che ardenti spiriti fosse il maestro, e dubitando che gli uscisse di bocca qualche cosa da poter avere de' dispiaceri per parte della polizia, o da esser poco opportuno il dirlo alle signorne, gli tagli le parole; e bel bello uscendo da quell'argomento, entr in altre cose finch venne il tempo di andarsene.


23. TERESA FABRONI-PELLI.

Stamani non udirete parlare n di un'erona, n di una filosofessa e professora, n di una grande artista; ma di una rara donna, che avrebbe potuto essere e letterata grande ed artista, e che pure si stette contenta al rimaner donna buona e brava, senza ombra di presunzione. Essa  la Teresa Fabroni-Pelli, nata in Grosseto ai 13 di febbrajo 1763, e morta a Firenze nel 1811.
Suoi genitori furono il maggiore Alberto Ciamagini, comandante di piazza, e Caterina Lazzaretti; prima assai agiati de' beni di fortuna, e poi ridotti quasi in miseria per gravi sventure; i quali morti a breve intervallo l'uno dall'altro, la lasciarono orfana in tenerissima et. Ma Giuseppe Pelli, direttore delle gallere di Firenze, avendo avuto occasione di conoscere le rare doti della bambina, l'adott per propria figliuola; ed attese con ogni affetto a coltivare il vivace ingegno di lei, sotto la direzione del celebre proposto Marco Lastri. All'et di sette anni, vedendo in essa tanto singolare disposizione ad ogni pi gentile disciplina, le fu dedicato un libretto, col fine di invogliarla sempre pi allo studio; come di fatto vi si diede con tutto l'ardore, ed in breve tempo divenne ricca di tanta dottrina e di tanto sapere, quanto a fatica se ne trova in parecchi di coloro che si chiamano letterati. Senza che, ella conosceva il disegno; era valente nella storia patria; e quello che  corona di ogni sapere, fu donna virtuosissima, pia e religiosa: i quali pregi tutti erano rifioriti dalla umilt, dall'amore alle cure domestiche, ed ai lavori donneschi. Venuta sui 18 anni, era un miracolo di bellezza e di grazia; e ben presto divenne sposa del cavaliere Giovanni Fabroni, segnalatissimo scienziato, autore di molti scritti che fanno testimonianza del suo sapere, il quale, dopo aver viaggiato la Francia, l'Inghilterra e la Germania per commissione di Pietro Leopoldo, fu scelto da lui per direttore del Museo di fisica e di storia naturale. Anche da maritata non iscem l'affetto grandissimo ch'ella aveva al suo padre adottivo, col quale fu sempre veduta ai passeggi, a' teatri, alle feste. Tanta era la gentilezza de' suoi modi; tanto eletta ed erudita la sua conversazione; tanta grazia aveva nelle parole e negli atti, che non c'era uomo di qualit che non ambisse di conoscerla, e di essere ricevuto in sua casa, nella quale si raccoglieva il fiore de' migliori ingegni in ogni disciplina, come il Canova, il Bandini, il Lampredi, il Pozzetti, Antonio Cocchi, il Rosini, la Bandettini, il Tavanti, e tutti coloro che in Italia avevano fama di valentuomini: n solamente in Italia; dacch, tutti i dotti stranieri che capitavano a Firenze, volevano onorarsi di farle riverenza, tra' quali basti nominare l'Humboldt, il Degerando, ed il Grberg da Hems; e molti artisti vollero ritrarla, chi in marmo, chi in tela. Nella sua casa recit alcune sue tragedie l'Alfieri; Salomone Fiorentino dedic a lei una delle sue Elege: il Pignotti uno de' suoi pi leggiadri componimenti, che incomincia:
Te di Sofa, di Pallade
Versatile cultrice,
Pi dello stesso Apolline
De' vati ammiratrice.
Passando da Firenze il famoso traduttore di Ossian, lesse presso di lei il principio della sua grande opera; e lo stesso granduca Pietro Leopoldo, che amava e stimava il Pelli e il Fabroni, volle dare benigna testimonianza di stima alla Teresa, tenendo egli stesso a battesimo il primo figliuolo di lei, regalando alla madre una penna d'oro, e mettendo al figliuolo il suo proprio nome di Pietro Leopoldo. Poco appresso le si ammal il padre; e sono insufficienti le pi efficaci parole a descrivere il dispiacere della ottima donna, che non lo lasciava un momento, non curando n la propria sanit, n ogni pi dura privazione, per vedere di alleviargli il male; e parimente si tenterebbe invano di descrivere il disperato dolore che prov per la morte di lui, avvenuta nel 1808. Nel 1810 il Fabroni fu creato dall'imperatore Napoleone direttore de' ponti e strade ne' quattordici dipartimenti di qua delle Alpi, e chiamato al Consiglio di Stato qual Maestro delle Richieste; per la qual cosa la Teresa and con lui a Parigi, dove, accolta nelle pi splendide case, meravigliava tutti col suo ingegno, con la sua bellezza, colla grazia e nobilt de' suoi modi. Tornata a Firenze nel 1811 per rivedere la patria e gli amici, e per gettar fiori e lacrime sulla tomba del padre, fu presa da fiera malatta, che la uccise in pochi giorni. Aveva lasciato detto di volere esser sepolta accanto a suo padre come fu veramente; e lei ricordarono, e celebrarono con nobili parole, molti illustri uomini cos italiani come stranieri. Lasci varie poese che si giudicavano belle veramente; ma, non avendo voluto mai pubblicarle in vita, fu creduto dover rispettare il suo proposito di non volere andar per istampa, e rimasero inedite.
Qui tacque la signora Claudia; e la direttrice, aggiunse alcune parole di elogio della Teresa, facendo notare sopra tutto il suo grande affetto per il padre, e magnificandola per uno de' pi grandi esempj di amor filiale; anzi mettendola anche innanzi a' pi insigni che si raccontano dagli antichi. Il maestro per altro neg che la Fabroni-Pelli fosse pari, non alle antiche, ma ad una delle moderne, il cui esempio ricord con queste parole:
"Il pi stupendo tra gli esempj di amor filiale  quello di una gentil signorna veneta, avvenuto nel mese passato. Di nascita nobilissima: bella, gentile, amante delle lettere, cultrice della poesa, e autrice di versi affettuosi e gentili, il padre e la madre ama teneramente, anzi gli adora come cosa divina. Si ammala suo padre di un vespajo alla nuca: la sua vita  in pericolo, e la giovane signorna non ha quiete o riposo n giorno n notte: salvato dalla morte, rimane per altro la piaga cos larga, che non potr farsi la cicatrice. - E allora? domanda essa a' medici, che rispondono titubando... - Se si potesse trovare chi volesse farsi levare un poco di pelle..... - Per che farne? - Allora la cicatrice si potrebbe ottenere... - Se si potesse trovare? O non  mio babbo? Eccomi qui; facciano quel che occorre. - Il chirurgo che doveva fare l'operazione non aveva quasi coraggio di manomettere quel gentil corpo; ma la signorna tutta lieta nel volto: - Venga, venga, signor dottore - ed onestamente nudatasi le braccia, ed un poco la schiena, senza dare segno alcuno di dolore, si fece tagliare quanta pelle era necessaria per la perfetta cicatrice del padre, la qual di fatto si ottenne dentro quel tempo medesimo che ci volle per ottener quella della ferita della amorosa figliuola. Tacciano dunque gli antichi o recenti scrittori, che levano a cielo quella figliuola che allett il vecchio padre, ed altre simili; ed innanzi ad ogni altro esempio di amor filiale si metta questo ricordato oggi da me".
Le signorne, e la direttrice, si accordarono col maestro a mettere tale esempio innanzi ad ogni altro; e partirono tutte commosse dal pietoso atto, ed innamorate della virt di quella affettuosa figliuola.
Nota.
Il fatto raccontato dal maestro  vero; ed  avvenuto in questo anno 1872 in Venezia. La signorna che diede s mirabile esempio di amor figliale  la marchesina Madonnina Malaspina; la quale, confermando a me il fatto, che mi pareva incredibile, mi scrisse: "Io non ho merito punto: feci soltanto il dover mio, sicura che per me il babbo e la mamma mia avrebber fatto altrettanto. Il merito pi grande lo ha mia madre, che  un vero angelo; e che il giorno delle ferite mie sofferse pi di me. Il babbo comincia ad alzarsi per qualche ora: ed io sono felice quando lo vedo lieto e scherzare: mi par sempre un miracolo; e per avere tal soddisfazione mi sarei fatte tagliare anche le mani. Le ferite per la scarnificazione in venti giorni si sono rimarginate, ed ora non mi ricordo pi nemmeno il dolore passato".
Quando si vedono esempj di tanta virt, si pu prenderne un baglior di speranza che la Italia non finisca di precipitare nell'abisso dell'obbrobrio e del vituperio...


24. ANGELICA CATALANI.

Doveva leggere la signora Jole, che l'altra volta scrisse la vita dell'Isabella Andreini, alla quale contrast il titolo di Donna illustre, per essere stata una commediante; ed ora che le toccava a parlare d'una cantante, and al suo luogo con un risettno sardonico, e cominci:
La signora direttrice vuol farmi star sempre intorno al teatro: sei mesi fa una commediante, adesso una cantante. Io sono ubbidiente, e l'ho scritta; ma sono anche franca, e dico senza riguardo, che il titolo di donna illustre anche in questo caso mi pare darsi un po' troppo a buon mercato. Ascoltatemi.
L'Angelica Catalani nacque in Sinigallia nel 1780; e fu accettata ne' suoi primi anni tra le religiose di un convento di Gubbio, dove, prendendo passione vivissima al canto corale, diede tosto a conoscere la potenza della sua voce maravigliosa, per modo che l'organista della chiesa ne cominci a parlare, ed a celebrarla tanto altamente, che, venuto ci agli orecchi del padre della fanciulla, and a Gubbio, ne parl col detto organista; e la lev di convento all'et di 14 anni, per farla studiare fondatamente; e nel 1800 comparve per la prima volta sulle scene del teatro Argentna di Roma. Tutti rimasero stupefatti; ed in brevissimo tempo venne in tanta fama, che fu istantemente richiesta per il gran teatro della Scala a Milano, dove fece tali prodigj dell'arte sua nella Clitennestra dello Zingarelli, e nei Baccanali del Nicolini, che fu ad una voce salutata regina del canto, il qual titolo le fu in processo di tempo confermato da tutta l'Europa. Ebbe poi per maestro il famoso Crescentini, ed arriv a fare veri prodigi nell'arte del canto, per il che non c'era nazione che non la desiderasse, e udendola non ne andasse in visibilio. Insomma ebbe gloria e denari quanti ne volle; e sposatasi poscia con un gentiluomo francese, soldato in riposo, compr una villa presso Firenze in un luogo detto la Pietra, dove visse con tutti quegli agi, che mancano agli scienziati e a' dotti, e vi mor nel 1840.
Finita la lettura, la signora Jole se ne torn fra le compagne senza far motto. Allora la direttrice disse con una certa seriet:
"Dovrei rimproverare la signorna per il modo un po' troppo libero col quale ha censurato la mia scelta; e per esser tornata a battere sullo stesso argomento del darsi troppo a buon mercato il titolo di donna illustre alle commedianti e alle cantanti, dopo essersi mostrata persuasa delle mie ragioni sei mesi fa, ed aver convenuto del suo errore in questo proposito. Ma non voglio ora darle dispiaceri. In quanto alla musica per altro faccio notare che essa  arte quasi divina: che Dio stesso ama di esser lodato col canto e col suono degli organi. Ricorder quanto sia efficace tale arte sull'animo nostro, con l'esempio del re Saul, le cui furie si calmavano al suono dell'arpa di David; e ricorder che gli antichi simboleggiarono la potenza della musica con la favola di Anfione il quale moveva le pietre cantando e sonando; e con la favola di Orfeo, che col suono della lira vinse l'animo degli di infernali. Io non andr per altri esempj. Mi dicano solamente: i grandi maestri e compositori, come a' giorni nostri sono stati il Rossini, il Bellini, il Donizzetti ed il Verdi, gli credono degni del nome di uomini illustri? - S? O bene. Ma, se non ci fosse chi suona o chi canta la musica scritta da loro, che sarebbero essi? Nulla. I sonatori dunque e i cantanti sono coloro che fanno viva la musica scritta, e pari debb'essere, o poco minore, il merito tra essi e i compositori: dacch, se per il compositore ci giuoca l'ingegno nel trovare i motivi, e le combinazioni armoniche o melodiche; ingegno, e non poco, ci vuole per il sonatore o per il cantante, a far valutare il pregio di tali combinazioni, e parecchie volte, come avviene nei sommi cantanti, a migliorarle. Non  dunque troppo a buon mercato il titolo di illustre dato ad una somma cantante; n tal professione  per niente da reputarsi men che nobile: ed a' nostri giorni si sono vedute persone di gran nascita innamorate dell'arte andare a cantar su teatri.
"Dunque anche qualcuna di noi, se riuscisse, farebbe bene ad andar sul teatro" - domand una delle signorne. -
"Io non dico questo, n mai consiglier veruna di loro a farlo: solo ho detto, e lo ripeto, che tal professione non  vile per niente, n merita lo scherno che pretende di farne la signora Jole".


25. MARIA ANNA CAROLINA GRANDUCHESSA DI TOSCANA.

L'ultima domenica dell'anno doveva leggersi la vita della fondatrice di un Istituto femminile; e la direttrice, dopo maturo esame, aveva scelto Maria Anna Carolina di Sassonia, granduchessa di Toscana, fondatrice dell'Istituto della SS. Annunziata di Firenze, come quella che l'educazion femminile aveva intesa meglio di parecchi altri, e pi conforme al concetto che essa ne aveva; e toccando la lettura alla brava Rachelna, la se ne sdebit cos:
La nostra buona direttrice ha voluto, e con savio consiglio, che in questa ultima domenica dell'anno si faccia commemorazione di una fondatrice di qualche famoso istituto femminile di Toscana; e non senza ragione ha scelto la granduchessa Maria Anna Carolina, che fond in Firenze quello tanto famoso della SS. Annunziata. Questa buona e saggia principessa fu figliuola di Massimiliano, fratello di Federigo Augusto re di Sassonia; e nacque a Dresda nel 1799. Venuta su fin da bambina tra gli esempj e gli ammaestramenti santissimi dei genitori e dei parenti, conobbe di buon ora quanto fossero vane e caduche le cose del mondo, e si volse tutta all'amore di Dio e del prossimo; spendendo il suo tempo in opere di beneficenza, e nella lettura di libri dotti ed eruditi. Nel 1817 venne sposa a Leopoldo, principe ereditario di Toscana; e nella reggia di Firenze fiorirono pi vivaci le rare virt, di cui aveva dato esempio nella reggia di Dresda; e la prima fra tutte quelle virt fu la carit senza confini verso i bisognosi veri. Quanto ardentemente per altro fosse studiosa del pubblico bene, lo mostra l'avere essa fondato il celebre Istituto della SS. Annunziata. In Firenze vi erano gi due famosi istituti femminili, quello della Quiete, e l'altro di Ripoli; ma quelli sono per fanciulle nobili e qualificate: mancava dunque un Istituto da accogliervi le fanciulle dell'ordine mezzano, ed a ci appunto volle provvedere la buona principessa; al quale effetto raccolse gli statuti e regolamenti dei principali Istituti femminili d'Europa, facendogli studiare da' primi valentuomini di Firenze, per compilar poi il Regolamento dell'Istituto ch'ella voleva fondare, e che fond veramente nel 1823, favorita dalla munificenza del suo suocero granduca Ferdinando III, il quale destin per sede di esso un soppresso convento di Via della Scala. Maria Anna Carolina si fece eleggere Direttrice suprema; e volle un quartiere nell'Istituto, dove andava ogni mattina come un capo d'uffizio, per vedere e provvedere da s stessa; e spesso voleva parlare con le alunne, e diceva a tutte amorevoli parole di conforto, esortandole a studiare, e a divenir buone madri di famiglia, e donne da casa. Ed anche quando per la morte di Ferdinando III divenne granduca Leopoldo II marito di lei, ed ella per conseguenza era granduchessa, anche allora continu l'amore e le solerti cure verso l'Istituto, che durarono efficacissime quanto dur la sua vita, la quale si spense per una malatta di consunzione il 24 di marzo del 1832, tra il compianto di tutti, e specialmente delle alunne dell'Istituto.
"Hanno inteso, cominci la direttrice quando la Rachelna si tacque. - Hanno inteso: la buona e savia granduchessa non volle pensare a privilegj di nobilt, ma volle pensar solo alla educazione della classe mezzana; e nel regolamento si dice espressamente che la condizione prima per essere ammessa nell'Istituto  quella di appartenere a famiglia civile e onorata: esso regolamento poi vieta ogni lusso ed ogni mollezza di suppellettili o di trattamento: vuole che sia data alle alunne la istruzione conveniente a persone civili; ma vuol parimente che sieno istruite ne' lavori donneschi, nelle cose utili al governo della famiglia, e nella domestica amministrazione: vuole insomma che si facciano donne da casa, e buone mogli e madri di famiglia(1). E per mi  parsa degna, pi lei che qualsivoglia altra fondatrice, di essere ricordata fra le donne illustri, la cui serie per i nostri esercizj si chiude oggi, ultima domenica dell'anno. Per l'anno prossimo ho pensato ad un altro esercizio, del quale parler loro ben tosto: per oggi basti: vadano tutte alle loro case, e Dio conceda loro ogni prosperit."
FINE.
Essendosi parlato a pag. 234-37, degli Enimmi ed Indovinelli, non mi sembra fuor di proposito il ristampar qui come appendice al libro, questo mio scritto fatto qualche anno addietro, e riportato su varj periodici.
P. FANFANI
 DEGLI ENIMMI, INDOVINELLI, GRIFI, LOGOGRIFI, REBUS, SCIARADE
e degli scrittori di siffatte materie.
Questi satraponi, i quali, basta che aprano bocca, non isputan altro che Libri della sapienza ed Etiche d'Aristotele, torcono il muso quando vedono alcuno dei nostri giovani dilettarsi a indovinare enimmi, loggrifi, rebus, sciarade, e razzolare tra simile spazzatura, come la chiamano, delle lettere: e non hanno, a voler esser giusti, tutti quanti i torti, dacch lo spendere, come fanno parecchj, il tempo migliore, e lo stancar l'ingegno in cotali gingilli, fa segno di cervello leggiero, e d'esser figliuolo amorevole dell'oziosit , come solennissimo perdigiorno. Ma ci vuole intendersi solo dell'abuso; ch anzi, quando tale esercizio d'ingegno si faccia per una specie di sollazzo dopo studj pi gravi; o si faccia fare ogni tanto anche a' giovani per aguzzar loro esso ingegno con qualche diletto, (il che sarebbe in parte miscere utile dulci, per cui l'uomo fert omne punctum), allora io, non pure nol biasimerei , ma lo loderei volentieri, posto che fosse fatto con parsimonia, n dovesse rubare il tempo agli esercizj di utilit maggiore: n so al tutto condannare quegli istitutori, che nel corso del loro insegnamento ci facevano entrare anche questo. E ch'io non abbia a esser gran cosa lontano dal vero me ne fa quasi certo il vedere che gente di sommo valore, non solamente nei tempi moderni, ma anche negli antichi, non reputarono vergognoso alla loro fama il dilettarsi alcuna volta, e lo scrivere di cos fatte materie: e ci mi d speranza del pari che non abbia a riuscire sgradito ai lettori, n abbia ad esserne tacciato di perdigiorno io stesso, se qui, pi brevemente che posso, e a modo di onesto passatempo, do un piccol cenno di bizzarre s fatte, e de' loro scrittori principali, acciocch si abbia, da chi gi non l'avesse, notizia di ci; ed anche di alcuni libretti di non piccola curiosit, bibliograficamente parlando.
Gli scrittori di antica erudizione greca ci dicono, i pi sommi uomini di quella gente, essersi dilettati ed avere composti enimmi, grifi, scirpi, o come e' se gli chiamassero altrimenti. Sappiamo da Clearco e da Ateno che per antico essi enimmi si proponevano anco di cose gravi e filosofiche: il che ce lo conferma Aulo Gellio in pi luoghi. Poi furono pi che altro usati nei conviti, dandosi cos un premio a chi prima indovinava, per esempio qualcosa di ghiotto l di sulla tavola; come una pena agli ignoranti, per esempio una bevanda un po' ostica da tirarsi gi ad un fiato. Uomini di altissima fama, come ho detto, ci si dilettarono, e ne proposero essi stessi da sciogliere; e pare che la pigliassero sul serio davvero, se non dice le buge Plutarco quando racconta che Omero mor dalla stizza di non aver potuto indovinar quell'enimma propostogli da certi pescatori: Que' che pigliammo andarono in malora, que' che non pigliammo gli abbiamo noi. Si ricordano poi da Ateneo, da Suda , e da altri, parecchi enimmi di Demetrio Falareo, di Platone, di Apollonio Tianeo, di Pitagora, d'Ausonio, di Diomede, senz'altri infiniti; ed  noto sino ai fanciulli l'enimma di Virgilio: Dic quibus in terris. Ci mostra che simili esercizj d'ingegno non erano reputati n vili n dannosi, se non hanno sdegnato almeno di sollazzarvisi uomini di tal qualit.
Gli emimmi pi antichi sono sparsi per le opere degli eruditi; ma una formale raccolta ne fece quell'antico poeta latino, passato alla posterit sotto il nome, vero o finto che sia, di Simpsio. Quegli enimmi sono in esametri assai eleganti, dati fuori la prima volta in Roma nel 1581, con le stampe del Zannetti, da Giuseppe Castalio, dedicandola a Tommaso Avalo marchese di Pescara. Ciascuno enimma  di tre versi; ed oltre alla eleganza vera del dettato, ve ne ha parecchi ingegnosi quanto mai si pu dire. Se il lettore erudito vuol averne un saggio, ed anche esercitarvi l'ingegno, eccone qui uno, preso come vien viene, che  il quarantesimo:
Grande mihi caput est, intus sunt membra minuta:
Pes unus solus, sed pes longissimus unus;
Et me somnus amat, proprio nec dormio somno.
Ma lasciamo stare gli antichissimi Greci e Latini: lasciamo stare anche l'accenno di questi ghiribizzi, che pur si trova negli antichissimi nostri, come appresso Dante nel madrigale:
O tu che sprezzi la nona figura,
e presso al Barberino in quel suo giuoco di parole l'erbette son tre lettere, cio l'R (er) B (be) T (te); per venire al secolo 16esimo,  dove essi presero del campo e moltiplicarono, cos in Italia come  in Francia. Fino da' primi anni del secolo suddetto, in un libro di  calligrafa stampato a Roma, si vede un bell'esempio di Rebus, un intero sonetto composto di figure da tradursi poi in parole.
Questo, ch'io sappia,  il primo esempio, salvo la scrittura geroglifica, di giuoco s fatto; ma non vi  per altro qualificato col nome di Rebus, il qual nome fu trovato in Francia non pochi anni dappoi, forse e senza forse dalla voce latina rebus, ablativo plurale di res, perch le idee significansi rebus non verbis, con cose e non con parole. Ed in Francia pi che altrove ebbero corso allora tali bizzarre con altre simili, delle quali ci ha un proprio trattato, col titolo Bigarrures du seigneur des Auards, curioso e raro libro, di cui  pregio dell'opera il dar qui breve descrizione.  un grazioso e rarissimo volume, stampato a Parigi nel 1585, in 16. sul cui frontespizio leggesi la seguente cobbola:
Tel fera la niche  ce livre,
Voyant ce mot de Bigarrures,
Que le lisant par adventure
Dira qu'il est digne de vivre.
L'autore chiama in esso a rassegna tutti i modi di enimmi, grifi, rebus, equivoci, anagrammi, logogrifi, acrostici, ed infinite altre allitterazioni usate fino d'allora; ne fa di ciascuno una breve storia, di ciascuno ne d parecchj esempj, formando cos un libro di circa 500 pagine, che certo  dei pi adattati a far passare piacevolmente le ore d'ozio anche alle persone erudite. Primi sono i Rebus detti di Piccarda; poi i rebus per lettere, come sarebbe:
g . a. c. o . b . i . a . l.
J'ai assez obei a elle;
e quelli per figura con note musicali, come appunto si vedono adesso in tanti periodici di Francia e d'Italia. Tra gli anagrammi ve ne ha degli ingegnosissimi; e cos tra' giuochi di numeri, e tra gli epitaffi giocosi, co' quali si chiude il libro.
Ho accennato qua sul principio che esercizj di ingegno a questa maniera si accettarono per il passato anche nei corsi di pubblico insegnamento; e di fatto  singolare un'opera composta dal padre Antonio Forti gesuita, e stampata a Dillingen nel 1691 col titolo di Miles rhetoricus et poeticus, che  un vero e proprio trattato dell'arte retorica, della quale opera  parte formale questa della materia onde qui si ragiona, e vi se ne danno precetti ed esempj. Comincia dagli anagrammi, cui egli definisce un parto pi della fortuna e della fatica che dell'ingegno: ne discorre lo stile, i vizj e le virt; ne reca parecchi esempj, molti dei quali sono veramente curiosi, come Laudator - adulator, Stefano protomartire - santo morto fra pietre; ch santo Stefano fu veramente lapidato.
Agli anagrammi seguitano gli eco, gli epitaffi, gli enimmi, ecc., il tutto co' suoi precetti, vizj e virt, e di tutti biasimatone lo abuso. Gli enimmi per altro furono quelli che ebbero maggior corso e pi largo; ed  dilettevolissima un'opera stampata a Francfort sino dal 1599 col titolo di Aenigmatographia, dove, per cura di Niccol Reusnero, si fa una compiuta storia dell'enimma appresso gli antichi, e si raccolgono quelli de' principali autori del suo tempo, che di quel tempo sono i principali eruditi e letterati. Il volume, che si avvicina alle 500 pagine, si chiude con una parte riservata ai logogrifi, che occupano un cento di pagine, tra' quali ce ne ha de' veramente ingegnosi e graziosi, degni al certo che io ne dia qui un saggio a' letterati intelligenti:
Si caput est currit; ventrem coniunge, volabit;
Adde pedes comedes; et sine ventre bibes.
(Muscatum - Mus - Musca - Muscatum - Mustum).
Odasi anche quest'altro, il quale potrebbe chiamarsi logogrifo anagramma:
Mitto tibi navem prora puppique carentem;
Mitto tibi metulas; erige, si dubitas;
che vuol dire ti mando un ave, perch navem, toltogli la prima e l'ultima lettera, resta ave, parola di salutazione; e perch la voce metulas raddrizzata, cio letta a rovescio, fa salutem.
Presso gl'Italiani per altro furono in voga nei passati secoli i soli enimmi poetici, il pi illustre scrittore dei quali fu Antonio Malatesti fiorentino, amico di Milton, la cui Sfinge, che sono tanti sonetti e stanze enimmatiche, ebbe lodi meritate da molti valentuomini, dal Redi specialmente; ed ebbe varie edizioni, tra le quali una di Milano compiutissima, fatta pochi anni addietro, con una assai lunga prefazione dettata da me, con tutto che alla stampa del volume io non attendessi, come si d ad intendere nel frontespizio.
La Sfinge del Malatesti  cosa troppo nota, da dovermi qui brigare di darne notizia ai lettori, che gi ne sapranno quanto me: dir solamente che appena fatta quella edizione di Milano, capitommi un codicetto del secolo 17esimo, contenente sonetti enimmatici del Malatesti, parecchj dei quali, anzi il pi, sono inediti; e non pochi di quelli, gi stampati sotto forma di Stanze, si veggono quivi ridotti a Sonetti; n dispiacer, mi penso, di averne qui un esempio. La stanza 8 della parte III, sezione 2.a, cos dice nella stampa:
Son tua, perch se' tu quel che mi fai,
E come tua, sempre ti vengo appresso;
Ma non son senza te veduta mai;
E tu se' senza me veduto spesso:
Mattina e sera di statura assai
Maggior mi vedi che non sei tu stesso;
Ma teco a mezzo giorno mi confondo,
Solo in virt di chi fa bello il mondo.
E nel manoscritto il medesimo soggetto, che  l'ombra del nostro corpo, si vede cos ridotto a sonetto, mantenendo sempre i concetti medesimi. Tale sonetto  l'ottavo del codice, e canta cos:
Son tua, perch sei tu quel che mi fai,
Bench il toccarmi a te non sia concesso;
Se tu cammini, io ti cammino appresso;
Ma non son'io che vo, se' tu che vai.
Senza di te non son veduta mai;
Tu ben sei senza me veduto spesso;
Ma, s'io ti lascio andar da per t stesso,
La colpa al tempo e non a me tu dai.
Scemo e cresco in un giorno a poco a poco:
Cos per flusso e per riflusso al mare
Vegghiamo appunto far l'istesso giuoco.
Solo quel che mi fa puommi disfare;
Ma fin che  sole, luna, stelle, e fuoco
So che nel mondo non poss'io mancare.
Potrebbe qui muoversi il dubbio, se dai sonetti siano questi enimmi stati ridotti in stanze, o di stanze in sonetti; ed io penderei per questa ultima trasformazione, scorgendovisi nel sonetto pi perfezionate le immagini e pi allargati i concetti. Ma, importando poco il far qui simile questione, dir seguitando che, dopo il Malatesti fu celebre per enimmi in stanze e sonetti il P. Francesco Moneti, quello stesso della Cortona convertita, il quale gli soleva mettere in quella specie di lunarj che l sul principio del passato secolo dur a stampare per parecchi anni col titolo di Apocatastasi celeste. Molti sonetti enimmatici scrisse il Saccenti, che si vedono stampati in fine delle sue poese a tutti notissime: un intero volume, e non al tutto spregevoli, ne scrisse colui che si nascose sotto il nome di Catone Uticense da Lucca; ed un altro volumetto se ne stamp a Firenze sul fine del passato secolo, tra i quali ce ne ha pure degli assai garbati e piacevoli.
Ora il gusto degli enimmi  passato: non si vedono pi tra le mani alla gente, se non quelli che anno per anno si pongono in fine di alcuni lunarj, e che servono a esercitare l'ingegno, pi che di altri, di donne e ragazzi l in quelle serate dell'ottobre quando i lunari si sogliono cominciare a vendere. Sono per succedute nel loro luogo le sciarade, trovato non molto antico; e sono rimasti nel saggio antico, e sono anche pi che in antico vezzeggiati, i rebus e i logogrifi; ch parecchi giornali ed italiani e francesi se ne fanno belli, e vi si vedono esercitar studiosamente l'ingegno non pure:
Giovani vaghi e donne innamorate,
ma gente altres di senno maturo, ed ornate di buone lettere. Due raccolte di sciarade e logogrifi ho veduto io a stampa, n so se altre ce ne abbia, l'una di Prato stampata dal Vestri nel 1835; l'altra stampata a Firenze nel 1857. Questa del 1857  composta di sciarade e logogrifi tutti dell'autore medesimo; l'altra di Prato  una raccolta di vari autori, che per non si nominano: e ce ne ha parecchie che sono veramente belle, cos per la ingegnosa orditura, come per il pregio della poesa; n ci  da maravigliarsene, sapendo che ed il Perticari e il Giordani, e persino il Monti si sono dilettati a fare sciarade e logogrifi. E dacch la nominata raccolta pratese finisce appunto con un logogrifo di Vincenzo Monti, con quello vo' chiudere anch'io il presente scritto.
Mostro di sette lettere son'io,
Nero, orrendo, crudel, nemico a Dio.
Pur, vedi caso bello!
Colle prime due lettere una cosa
Tutta bella ti esprimo e dilettosa:
Giungi a questa la terza, e con l'ajuto
Del poetico stile in Dea mi muto.
Or getta le due prime; e in un momento
Nonno e bisnonno a tuo piacer divento.
Getta ancora la terza, e di fringuello
Piglio pronta natura, o d'altro uccello.
Falsi sapienti mi fan guerra a morte:
Ma pi trovan seguaci, e pi son forte.
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FINE.
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INDICE DELLE MATERIE CONTENUTE NEL VOLUME.
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ABBRACCIARE il partito di, Frase poco elegante, pag. 65
ABUSO. Da non iscambiarsi con l'uso, pag. 24, 43.
ACCATTARE. Turpe mestiere da oziosi, pag. 179.
ACCENTO MOBILE. Vedi DITTONGO MOBILE.
AMALASUNTA regina d'Italia, prima martire della civilt italiana, pag.9.
A MENO CHE. Congiunzione ripresa per barbara, pag. 39.
AMORE FILIALE. Mirabile esempio di esso, pag. 259.
ANNIBALE. Suo complimento a Scipione, pag. 95. 
ANTPATA. Suo vero significato, pag. 14.
APOSTASA. Brutta cosa, e difficilmente onesta, pag. 103.
APOSTATA.  disprezzato da tutti, pag. 103.
ARCADIA. Che cosa  l'Accademia d'Arcadia; e che cosa sono i Pastori e le Pastorelle d'Arcadia, pag. 201 e seg.
ARTE DI SERVIRE. Precetti intorno ad essa, pag. 23.
ARTICOLO. Viziosamente ripetuto nei modi simili a questo: l'uomo il pi illustre, pag. 215.
ASPETTARE. Il farsi aspettare non  ufficio di buona creanza, pag. 64.
ATTUALMENTE per Al presente;  modo falso, pag. 158.
AVERSIONE e AVVERSIONE. Divario fra queste voci, pag. 14.
AZZARDO, AZZARDARE. Voci errate, pag. 13.
BABBO E MAMMA. Voci dolcissime, adulterate dagli Italiani snaturati, pag. 81, 213.
BASTIMENTO per Nave, Legno. Voce barbara, pag. 84.
BELLEZZA. Da pregiarsi meno che la virt, e spesso dannosa, pag. 34.
BENPORTANTE. per Robusto. Ripreso, pag. 215.
BRILLANTE, per Splendido, Ricco, ecc.  errore, pag. 215
BUGA.  vizio vergognoso, pag. 87. Grazioso scritto contro di essa, pag. 248.
CACOFONA o Mal suono, bisogna fuggirla, pag. 18.
CANTANTI. Quando sono eccellenti son degni di ogni fama, pag. 263 e seg.
CARICA per Ufficio,  brutta voce, pag. 40.
CARIT. Qual  la vera carit verso i poveri, pag. 178. Esempio di carit verso i poveri, pag. 178, 179. Male spesa verso coloro che vanno accattando, pag. 179.
CATERINA de' Medici. Difesa da certe accuse, pag. 98.
CERIMONIA. L'esser troppo cerimonioso  vizio, pag. 94, 95.
CESARE. Perch gl'Imperatori si chiamano Cesari, pag. 168.
COMMEDIANTI e CANTANTI. Se si possono celebrare, e proporre ad esempio, pag. 110, 264.
COMMERCIO di lettere. Frase poco elegante, pag. 65.
COMPLIMENTI. Vedi CERIMONIA.
COMPLIMENTO grazioso di Annibale a Scipione; e di un gabellotto a un guerriero, pag. 95.
CONGIUNZIONI. Il loro uso  di grande ajuto al buono stile, pag. 102.
CONSACRARSI allo studio. Modo poco elegante, pag. 65.
CONTROLLARE e CONTROLLO. Voci false, pag. 106.
CORNELIA, madre de' Gracchi, come rintuzza l'alterigia di una donna vana, pag. 75.
COSA per Che cosa. Ripresa. Pag. 27, 221.
COSTRUTTO singolare spiegato, pag. 173 e seg.
CZAR. Che cosa vuol dire, pag. 168.
DANTE. L'Inferno tradotto in latino dal prof. Catellacci, pag. 163. Se lo studio della Divina Commedia sia facile alle fanciulle, pag. 163.
DARE e STARE. Natura di questi due verbi; e modo di conjugarli, pag. 154, 155.
DASSI e STASSI per DESSI e STESSI, sono errori; e perch, 154, 155.
DECORO. Da osservarsi nello scrivere, pag. 43. Come vi si manca, pag. 214.
DEDICA per Dedicatoria,  inelegante, pag. 110.
DIPLOMATICO. Pranzo diplomatico. Se e quando sia da dirsi, pag. 39
DISCORSO. Che cosa  veramente, pag. 39.
DISTINTO per Nobile, Singolare. Ripreso, pag. 102, 158.
DITTONGO MOBILE. Regola per sapere dove e quando cade, pag. 218.
DONNA. Suo mandato nell'umano consorzio, pag. 5. Non le disconviene l'attendere ad opere virili e guerresche, pag. 17. Non ist bene per il mostrare di essere troppa spiritosa, pag. 17. Se le donne debbano emanciparsi; e qual  il loro ufficio nella civile conversazione, pag. 31. Se  lodevole a una donna pigliar parte a tumulti, pag. 52. Se dee seguitar la moda, e come, pag. 60 e seg. Quali donne eran tenute in pregio dai Romani, pag. 75, e da Dante, pag. 76. Donne letterate, e loro vanit, pag. 139. Sono lo scherno di tutti pag. 139. Se le convenga lo studiare anatoma, pag. 162. Perch vi sono state molte donne pittrici? pag. 171. Quanti ostacoli ha la donna per divenire famosa al pari de' pi sommi, pag. 193. Se  vero che generalmente le donne sieno astiose, pag. 203. Perch non ci sono donne che abbiano scritto Istorie famose? pag. 209.
EDUCAZIONE femminile. Quale  ottima, pag. 3. Dei figliuoli in generale. Precetti nobilissimi di Bernardo Tasso, pag. 116 e seg.
ELLA e LEI perch si dice anche parlando ad un uomo, pag. 159.
ENIMMI. Vedi INDOVINELLI.
EPOCA per Tempo,  falso, pag. 158.
EZELINO. Burla fatta da esso agli Accattoni del suo stato, pag. 180 e seg.
FAMA. Molti acquistano fama anche senza merito vero; e perch, pag. 192. Ma dura poco, pag. 193.
FANATIZZARE, FARE FANATISMO, Modi ripresi pag. 214.
FATTI. Molti fatti gravissimi si giudicano male senza conoscerne le vere cagioni, pag. 99.
FELCTI. Villa di casa Rossi presso Pistoja, pag. 122.
FLOTTA per Armata. Non bella voce, pag. 19.
FONTAINE (La). Sua strana natura, pag. 142. Sua semplicit raccontata, pag. 143.
FRANCIA.  la regina della moda, e bisogna rassegnarsi a pigliar da essa anche le voci di varie fogge variabilissime, pag. 253, 254. 
FUSSE per Fosse. Idiotismo, pag. 84,
GERUNDJ. Sono efficace ajuto allo stile, saputi usare, pag. 102.
GIUOCHI d'ingegno descritti Domanda e risposta. Uccellin vol vol, pag. 123 e seg.
GLI per A LEI,  solecismo, pag. 18, 40, 102, 158.
GLIELA, GLIELO, GLIELE, si dicono tanto del mascolino quanto del femminino, pagina 40.
IMPROVVISATORI e IMPROVVISATRICI. Se meritino lode o biasimo, pag. 225 e seg.
INDOVINELLI, ENIMMI ecc. Se sieno esercizio utile o no per i giovani? pag. 233 e seg. Esempj di enimmi e di indovinelli, pag. 234 e seg.
INTRAPRESA. Voce falsa, pagina 91.
KAISER. Che cosa vuol dire? Pag. 168.
LA DI LEI, IL DI LEI. Modi leziosi, pag. 90.
LEGGEREZZA. Corretta meritamente, pag. 44.
LINGUA. Come dee chiamarsi, Italiana, Toscana o Fiorentina? pag. 80. Non si altera per l'uso di poche voci nuove; ma per altre cagioni, pag. 108. Mescolare, scrivendo voci e modi antiquati con modi e voci nuove  difetto: ed esempj di ci, pag. 158. Lo scrivere sconciamente del pi degli scienziati italiani,  gran vituperio della nazione, pagina 188.
LINGUAGGIO musicale. La Francia, la Germania e l'Inghilterra lo hanno preso da noi, pag. 108.
LO. Lo si dice, lo si fa, ecc. Modi strani, pag. 18.
LO per Tale. Ripreso, pag. 27 e 39.
LUI e LEI per Egli ed Ella. Quando si pu usare, pag. 27.
LUISA e LUIGIA. Come  meglio detto? Pag. 166 e seg.
MAESTRO. Quale sia da pregiarsi, pag. 3.
MANZONI. Degno di venerazione, pag. 27. Si inganna circa l'uso di alcune propriet dell'uso, pag. 28. In ci non imitabile, pag. 28.
MARITO. Come dee condursi la buona moglie col cattivo marito, pag. 47 e seg.
MEDICO. Arguta risposta di uno di essi, pag. 162.
METTERE AD ESECUZIONE. Non troppo elegante, pag. 18.
MODA. Con quali regole dee seguitarsi dalle donne, pagina 60 e seg. Considerata come industria,  fonte di ricchezza ad una nazione, pag. 253. Il linguaggio della moda  cos variabile, che non si pu pretendere di ridurlo a pura italianit, pag. 254.
MODESTIA. Il suo eccesso non  lodevole, pag. 94.
MODI troppo familiari o plebei, disdicevoli in grave scrittura; e come si hanno a usare, pag. 42 e seg.
MOGLIE. Come dee portarsi col marito cattivo, pag. 47 e seg.
MUSICA. Nobilt ed eccellenza di tale arte, pag. 263.
NOBILI. I nobili e i ricchi son tenuti pi che gli altri a usare gli ufficj di civilt, pag. 65.
NOBILT. Se sia da menarne vanto; e qual sia nobilt vera, pag. 74.
NOME. La conformit di nome con persona famosa, pu invogliare a cercar fama, pag. 85.
NOMI di ufficio si usano mascolini anche parlandosi di donne, pag. 40.
NOMI proprj della donna, familiarmente, si usano con l'articolo. Ma parlandosi di donne celebri, si pu lasciare, pag. 65.
NOVELLA della povera donna, pag. 125 e seg.
NOVELLA del Damerino ghiotto pag. 128 e seg.
NOVELLA dell'avaro Mignatta, pag. 147 e seg,
NUORA. Falsit del proverbio. Suocera e nuora ecc. e come la nuora dee comportassi con la suocera, pag. 68, 70.
ONDE per Affine di. Ripreso, pag. 81.
ONORE. Ho l'onore di essere, ecc. Modo falso, pag.82.
PAPP e MAMM. Vociaccie riprese, pag. 81, 213.
PAROLE. Debbono essere adattate ai tempi de' quali si parla, pag. 19. Parole e modi pedanteschi ripresi, pag. 23. Sono da adoperare quelle dell'uso, pag. 24.
PEDANTERA. Che cosa  pag. 20. Peccato pi comportabile della licenza, e del neologismo, pag. 24.
PERITANZA. Buona cosa, ma l'eccesso  vizioso, pag. 36.
PIANO per Proposta, Disegno. Voce falsa, pag. 107.
PLAGIO.  cosa vile farsi bello delle opere altrui, pag. 87.
POETA. I veri poeti sono rarissimi; e sono incomportabili i mediocri, pag. 192. Come alcuni di essi acquistano fama, ivi.
POETA CESAREO. Che cosa vuol dire, e perch detto cos, pag. 167 e seg.
POETESSE. Se  vero che sieno insopportabili a trattarle; e che abbiano modi svenevoli, pag. 191. Loro difesa, pag. 193. Quelle che sono veramente svenevoli sono derise da' savj, pag. 194.
POPOLARIT nello scrivere. Come si acquista, pag. 28.
POPOLO. L'uso del popolo non fa autorit per i solecismi, pag. 221.
PRADON Poeta francese; sua strana avventura, pag. 144 e seg.
PROGETTO per Proposta, Disegno. Ripreso, pag. 91, 107.
PROVERBJ. Origine del motto: Va come dicea la Cia, pagina 56, 57.
QUI e QUIVI. Uso vero di tali particelle, pag. 66.
RACINE. Sua pronta risposta a Luigi 14esimo, pag. 144.
RAPPORTO. Avere rapporti con alcuno. Modo falso, pag. 39.
RICCHI. Vedi NOBILI.
RIMARCABILE per Notevole  brutta voce, pag. 215. 
ROMANZI. La lettura de' romanzi  pericolosa alle fanciulle, e perch, pag. 197. Ritratto di una lettrice di romanzi, 198. Quali romanzi si possono leggere? Pag. 199
ROSSI. Nobile famiglia pistojese, pag. 113. Sua villa di Felcti, pag. 122. Cavalier Girolamo de' Rossi, ivi.
SCRITTORE. Chi ama far bene, non  mai contento del proprio lavoro, pag. 15.
SCRITTORI ANTICHI. Bisogna studiargli, ma non copiargli, pag. 23.
SECOLO. Modo di nominargli secondo il loro numero ordinativo, pag. 13
SGOBBARE. Che significa, ed a chi sta bene? Pag. 214.
SI FECE, SI DISSE, ecc.per Facemmo, Dicemmo.  ben usato? Pag.25, 27, 221.
SOLECISMI. Per essi il popolo non fa autorit, pag. 221. 
SORPRENDENTE per Mirabile. Ripreso, pag. 215.
SPOSA. Avvertimenti a una sposa novella, pag. 69 e seg.
STILE. Difetti dello stile, pagina 83. Lo stile  l'uomo; e poco pu far di buono chi non  favorito dalla natura, ivi. Lo stile spezzato  difettoso; e accorgimenti da fuggirlo, pagina 101.
STORICO. Gli storici  difficile che sieno spassionati, pagina 99.
STUDIO. Senza studio non si pu far cosa buona, pag. 87.
SUOCERA. Vedi NUORA.
SVILUPPARSI per Fiorire, Pigliar vigore, ecc. Voce ripresa, pag. 101.
TALENTO per Ingegno. Voce falsa, pag. 101.
TASSO (Bernardo). Precetti di educazione, pag. 117 e seg.
TOELETTE,  barbarismo, pagina 19. Voce francese, abusata in Italia; e quanto sia stolto l'uso che i francesi stessi ne fanno in diversi significati: e se la lingua italiana abbia voci belle e buone in suo scambio, pagina 240 e seg.
USO. Fa legge in opera di lingua; ma non si scambi con l'abuso, pag. 24, 42.
VANIT femminile. Biasimata, pag. 35. Vanit di andar attorno per istampa, in cerca di lodi, pag. 138.
VEDOVA. Lo stato delle vedove  pieno di pericoli e di difficolt. Come debbono governarsi, pag. 134.
VERECONDIA. Buona cosa; ma l'eccesso  vizioso, pag. 36.
VIRT. Da valutarsi molto pi che la bellezza, pag. 26. Qual  la pi difficile virt nella donna? pag. 138.
VOCI e MODI ERRATI. Come governarsi per accettarle o fuggirle, pag. 91.
VOCI NUOVE. Non bisogna esser troppo scrupolosi ad accettarle quando significano cose nuove, pag. 107.
...
.
...
NOTE.
...
.
...
(1) I neologisti direbbero la missione.
(1) I barbareggianti avrebber detto il mio progetto.
(1) Tutte le parole che si vedranno scritte in corsivo sono errori o impropriet, e saranno corretti in fine di ciascun racconto.
(1) Fanfani, Una Bambola, cap. 20
(1) Le notizie di questa Porzia le ho prese dalle notizie biografiche di Porzia de' Rossi, scritte accuratamente dal Prof. Tigri, per nozze Rossi-Ruccellai.
(1) Parla de' suoi figlioli
(1) Creare vale educare, come creanza, educazione: onde buona o mala creanza, bene o mal creato.
(2) Affettino, cio facciano mostra, diano a conoscere.
(1) Nel seno, in collo, come dicesi oggi
(2) Divella. Divelga, strappi, diradichi.
(1) Rimanerci vuol dire Rimaner colto a un insidia stataci tesa
(1) Armato dicono i nostri caffettieri il bigonciolo da sorbettiere quando  pieno del ghiaccio o neve col sale per mantener gelato il sorbetto.
(1) La lettrice  la signora Elisna.
(1) Questo scritto sugli Improvvisatori fu dettato dall'autor del presente libro nel 1857.
(1) E nel 19esimo, l'anno di grazia 1858, siam per avventura rinsaviti? Se tu lo credi!
(1) Il buon maestro fu profeta. Ora siamo liberi, siamo una gran nazione; ma le cose nostre dispregiam come prima, e ci facciamo mancipj ora di questa gente ora di quella, o nella lingua, o nelle fogge, o nella politica...
(1) Le parole del maestro si vede facilmente dove andavano a parare. Ora l'Italia  libera:  studiosissima di promuovere ogni industria. O che sarebbe cosa impossibile il potere, se non torre di mano alla Francia lo scettro della moda, il farsene regina essa in casa sua, immaginando fogge e nomi a suo talento, ogni cosa italiano? Ci sia una, o due, o tre signore, che promuovano la impresa, chiamino in soccorso ed artisti e letterati: facciano il loro giornal delle mode italiane, col figurino italiano, con linguaggio italiano; e non, come gi si  cominciato a fare, copiando goffamente i francesi. Si metta a profitto tutto ci che ci offrono le belle tradizioni nostre, le nostre arti, le nostre industrie; e volendo per davvero, si potr subito liberare la Italia dal gravissimo tributo che paga per questo capo alla Francia, e col tempo potr per avventura riceverne da altre nazioni. In potenza ci  tutto qua da noi: resta che ci sia una tenace volont da recarlo in atto.
(1) L'Istituto dell'Annunziata  stato mantenuto anche dal governo italiano, che lo ha trasportato in sede pi nobile. E governato dai medesimi regolamenti fatti dalla Granduchessa: salvo pochissime aggiunte alla istruzione, conforme esigono i tempi mutati.
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FINE.